Amiture: la recensione di “Mother Engine”

4 mins read

Review

Voto
7.0/10
Overall
7.0/10
  • Mother Engine – Amiture
  • 9 Febbraio 2024
  • Dots Per Inch Music

Se è vero che il secondo album è proverbialmente il più difficile, Jack Whitescarver e Coco Goupil reinventano radicalmente la loro estetica e si smarcano dal problema del paragone con il primo disco. È uscito così “Mother Engine”, il secondo disco degli Amiture per Dots Per Inch.

La storia del disco comincia all’indomani della pubblicazione del primo LP della formazione. Si tratta di “The Beach”, un vorticoso album synth-pop. Whitescarver e Goupil si incontrano dopo la pubblicazione dell’album per lavorare sugli arrangiamenti dei pezzi tratti da “The Beach” da portare nelle esibizioni dal vivo, ma cominciano a riarrangiare in studio alcuni dei brani. Con rinnovata sensibilità, cambiano vestito ed escono dalle logiche di una produzione prevalentemente elettronica lasciando spazio al sampling analogico, alle chitarre distorte, alla batteria garage, ad atmosfere post-punk, gotiche e industrial. È da qui che viene fuori la palette di suoni di “Mother Engine”: nostalgica, cupa, fumosa, fredda come camminare nella New York di Whitescarver e Goupil sferzati dal vento invernale.

La produzione accompagna la vocalità di Whitescarver con pesanti riverberi che bene si abbinano a delle percussioni garage. Certo la scelta non aiuta a rendere perfettamente comprensibili i testi, a volte offuscati dallo stile del cantato. La tendenza ad utilizzare la voce come puro suono riesce però a risultare comunque molto comunicativa: i guaiti strazianti (“Collector”, “American Flag”, “Rattle”) e il conturbante ansimare nel microfono (“Baby”) sono perfettamente modulati e gestiti con consapevolezza. Verrebbe da chiedersi cosa si perde dei testi. “Cocaine” descrive in maniera molto emotiva una relazione tossica (“he is cocaine/I love him, just like my father”).

“Baby” teletrasporta l’ascoltatore a Berlino per 2 minuti e 16 con delle sferzate elettroniche incredibilmente minimali, mentre racconta nuovamente di un rapporto malsano. “Dirty” parla con una certa dose di violenza di un complicato rapporto queer (“But does she know who you are? / You’re just like me/You wanna be a lady”). Nel complesso non tutto è udibile, ma in qualche modo il senso di ciascun pezzo arriva immediato.

Mother Engine

Tutto il disco è caratterizzato da una certa sporcatura low-fidelity. Il tessuto di suoni che si trova sotto lo strato di voce-chitarra-batteria ha una trama noise-pop e industrial. A volte risulta un po’ slegata da ciò che si trova in primo piano (“Collector”), ma in generale si sposa benissimo con la neo-psichedelia proposta da Goupil alla chitarra (“Glory”, “Porte Sosie”). A livello di produzione, sarebbe stato bello sentire dei bassi più profondi che avrebbero forse conferito ancora più profondità ad alcuni dei brani (“Law+Order”). In ogni caso, ciò che viene fuori è comunque un suono pieno, stratificato, ricco di texture diverse.

“Mother Engine” trasporta in uno spazio sotterraneo dove si fa festa, ma dove tutto è in bianco e nero. Al di là di gusti e considerazioni di qualunque tipo, è sempre bello assistere all’evoluzione artistica di un progetto quando questa è sentita e ponderata. Gli Amiture coltivano un’estetica precisa e personale e, forse, questo è l’importante.

/ 5
Grazie per aver votato!
Articolo Precedente

Yard Act: La recensione di “Where’s My Utopia?”

Prossimo Articolo

GIORGIO DEBERNARDI: LA RECENSIONE DI “SHAJARA”

Latest from Recensioni