André 3000: La recensione di “New Blue Sun”

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Review

Voto
7.6/10
Overall
7.6/10
  • André 3000 – New Blue Sun
  • 17 Novembre 2023
  • ℗ Epic Records / Sony Music Entertainment

Tutti quelli che avevano sperato in un ritorno Hip/Hop della stella degli OutKast, hanno dovuto rivedere le loro prospettive. Dopo 17 anni, il rapper di Atlanta, torna con un album. Un secondo debutto, si potrebbe dire, in cui fa piazza pulita di rime, in favore di strumentali sperimentali. Negli ultimi 17 anni non è stato certo con le mani in mano. Ha riservato a fan e non solo dell’hip/hop, una serie di chicche, dai featuring sui progetti di artisti come Kanye West, Kid Cudi e Frank Ocean, al suo EP da solista uscito nel 2018 attraverso SoundCloud. 

Quello che colpisce di più, anche se in un certo senso André 3000 ha abituato il suo pubblico ad un certo tipo di atteggiamento, non solo artistico, è la noncuranza verso le tendenze, musicali e non. Avrebbe potuto fare un disco rap e invece ha scelto ben altro. “New Blue Sun” è un disco strumentale di un ora e mezza, colorato da ambientazioni che spaziano dall’Ambient alla New Age, dalla Worldwide al Jazz, guidate dalle linee melodiche del flauto di André. 

In “New Blue Sun”, André 3000 trova il connubio perfetto tra elementi digitali e elementi tradizionali, aiutato dal suo co-produttore Carlos Niño, che ha aggiunto sprazzi di strutture percussive. Una lunga lista di musicisti ha portato poi ad una serie di sfaccettature sonore, forse in alcuni casi ripetitive, ma completamente distanti da qualsiasi tipo di genere musicale moderno, facendo del disco, un viaggio quasi spirituale. 

Andre 3000

L’apertura “I swear, I Really Wanted to Make A “Rap” Album”, segue il filo satirico, portato avanti dall’artista negli ultimi tempi. A tratti sembra scusarsi per essere andato in una direzione diversa rispetto a quella sperata dai fans. 

Lungo i dodici minuti di canzone si sviluppano strati di sintetizzatori, mescolati a cinquettii svolazzanti, percussioni metalliche e loop stridenti. Il vero protagonista, come nelle altre tracce del resto, è il flauto, o più largamente la sezione di fiati. 

“The Slang Word P(*)ussy” si apre con sonorità minimali. Da prima un piano sintetizzato, che si trasforma in calde strutture melodiche vagamente somiglianti al Vangelis anni ’80, mentre “That Night In Hawaii” introduce sezioni percussive ritmate e rumori di fondo, a creare un’ambientazione quasi selvaggia. In “BuyPoloDisorder’s Daughter”, Niño e compagni danno prova dell’incredibile dote creativa, con loop e stratificazioni di Synth, che si mescolano in quella che è la traccia migliore del disco. 

Purtroppo, l’hype finisce qui, dopo sole quattro tracce e circa 50 minuti di Album.

Le successive quattro canzoni, somigliano più ad un miscuglio di elementi già ampiamente sviluppati nelle tracce precedenti.  Nonostante ciò i primi quattro componimenti riescono a tenere in piedi il disco.

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