Anna B Savage: La recensione di “inFLUX”

3 mins read
  • Anna B Savage – inFLUX
  • 17 Febbraio 2023
  • ℗ City Slang

Il secondo album della cantautrice londinese si districa fra cupe strumentali stile Bjork, sospiri alla Billie Eilish e tematiche sulla rottura di una relazione, sulla disperazione e sul desiderio. Per quest’album, la cantante ha scelto Mike Lindsay per curare le produzioni. Le sperimentazioni includono l’utilizzo di strumenti come clarinetto, kalimba e sax. Tutti questi strumenti trovano ampio spazio in un panorama che rimane comunque entro i canoni dell’indie rock. 

L’album comincia con “The Ghost”, una traccia insolitamente lunga per gli standard degli ultimi anni, ma nel momento in cui si preme play, la durata passa in secondo piano. Anna B Savage parte da un testo particolare, che riguarda le unghie dei piedi, per poi trasformarlo in un testo pesantemente triste. “I Can Hear The Birds Now” parte con cupi rumori notturni, una chitarra Acustica ed una voce profondamente intima. Man mano che l’emotività cresce, viene introdotta una linea melodica di clarinetto e un piano. L’unico punto forse un po’ debole risiede nella scelta degli accordi, un po’ banale. “Pavlov’s Dog” introduce sospiri ansimanti alla ritmica e un ritornello in cui la cantautrice si libera in un: “Sono qui, sto aspettando, sto sbavando”. 

“Crown Shyness” sembra quasi catapultarti all’interno di un elicottero, un suono percussivo di synth, la cantante racconta di due persone cresciute come degli alberi i cui rami non riescono mai ad incrociarsi. In “Say My Name” un triste ed intimo folk tradizionale sulla perdita della salute mentale. Fra ululati e sassofoni stonati la cantante supplica qualcuno di dire il suo nome, come se riuscisse a farle tornare in mente chi è. La title track, “inFLUX” si muove tra strumenti classici e suoni cavernosi. 

“Hungry” torna a viaggiare tra le barriere del folk, a tratti si riconoscono anche piccoli filamenti di country. In “Feet Of Clay” i synth danno sempre la sensazione di trovarsi all’interno di una grotta. Il comparto melodico da alla canzone un tono allegro. “Touch Me” parte con un piano ovattato, potrebbe essere confusa con una canzone melense, non fosse per la voce della cantante stracolma di dolore, in una canzone che parla di un rapporto in cui la fiamma si è spenta e non potrà essere più riaccesa. Il sipario cala con “The Orange”, forse la traccia più emotiva dell’album. “Se questo è tutto quello che c’è, penso che starò bene”. È il momento di realizzazione.  

Voto: 7.5/10

/ 5
Grazie per aver votato!
Previous Story

dEUS: La recensione di “How To Replace It”

Next Story

Steady Holiday: La recensione di “Newfound Oxygen”

Latest from Thursday Phonic Radar