Arctic Monkeys: la recensione di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”

/
7 mins read
  • Arctic Monkeys – Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not
  • 29 Gennaio 2006
  • ℗ Domino Recording Co Ltd986 A&M Records

A maggio 2005 quattro ragazzini di Sheffield si ritrovarono sbattuti sulla copertina del mensile di musica più importante del Regno Unito, l’NME. Con alle spalle soltanto una piccola raccolta di demo, la band rock britannica Arctic Monkeys formata da Alex Turner, Jamie Cook, Matt Helders, Nick O’Malley e Andy Nicholson – il quale lasciò il gruppo l’anno successivo – capì di avere qualche speranza di emergere in mezzo ai numerosi gruppi compatrioti del periodo.

Fu così che nell’estate del 2005 la band firmò con la casa discografica indipendente Domino Records, che l’anno successivo pubblicò il loro primo vero album dal titolo Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not. Il successo ottenuto fu senza precedenti sia per il numero di copie vendute in Gran Bretagna (364.000 solo nella prima settimana), sia per lo stupore che destò quando si scoprì che una band così poco navigata nell’industria di quegli anni superò record detenuti da gruppi ben più esperti, uno fra tanti gli Oasis.

Il filo conduttore delle 13 tracce che compongono l’album è rappresentato dall’arroganza e dalla fierezza con cui Turner canta i testi. Niente morale, solo grandi dosi di sarcasmo e titoli schietti, elementi che arrivano diretti a quel pubblico che da sempre ama le provocazioni di chi non ha paura di parlare di ciò di cui non è consueto parlare. Ovviamente per il Regno Unito non c’erano novità nel genere proposto dagli Arctic Monkeys, ma la loro carta vincente fu la capacità di cogliere e accogliere le necessità della loro generazione traslandole in musica rock grintosa, attraverso cui potersi esprimere urlando a squarciagola i testi ribelli e vincenti.

Il brano d’apertura s’intitola The View From the Afternoon. Qua troviamo Turner che dice “I want to see all of the things that we’ve already seen”, per poi introdurre – nelle canzoni successive – personaggi che conducono vite insolite ed incasinate: poliziotti insoddisfatti del proprio lavoro che si sfogano su minorenni ubriachi, risse nate prima di entrare in un club, buttafuori violenti. Il tutto va a dare vita ad un concept-album incentrato su squarci di vita notturna dei giovani clubber dell’Inghilterra del nord tra alcool, aneddoti da pista da ballo, riti sociali e voglia di uscire dagli schemi. L’obiettivo dei personaggi del frontman, però, non è scappare da quella metropoli che li devasta ma è restare vivi in mezzo al caos.

Ciò che trasmette all’ascoltatore quella sensazione di imprevedibilità e di potente emotività non sono solo i testi espliciti, ma anche gli arrangiamenti mutevoli, scostanti, bizzarri proprio come le squilibrate avventure notturne vissute da quei personaggi che prendono vita canzone dopo canzone.

La seconda parte del disco viene introdotta da Riot Van. Alla violenza dei testi e all’arroganza delle chitarre –  che fino ad ora hanno dato vita a tracce esplosive come I Bet You Look Good On The Dancefloor – si unisce un velo di drammaticità, mischiato ad un pizzico di romanticismo. Lo sentiamo in Red Light Indicates Doors Are Secured, ma anche in When the Sun Goes Down dove viene raccontata nel dettaglio la vita delle prostitute di provincia e dello sfruttamento subito.

“He told Roxanne to put on her red light / It’s all infected, but he’ll be all right” canta Alex Turner con un tocco di tenerezza per la condizione amara della donna, che come tutti i suoi personaggi cerca solamente di rimanere in equilibrio su quel terreno al momento impervio, nella speranza di sopravvivere.

Gli Arctic Monkeys riassumono tutto quello che è stato ritratto fino ad ora – come un vero e proprio dipinto – nella lunga e conclusiva A Certain Romance. In Turner convivono sentimenti contrastanti: attrazione e ribrezzo, simpatia e pena per la vita che conducono i suoi controversi protagonisti di Sheffield. Si tende a romanticizzare certi vissuti, almeno fin quando non sono nostri, ma il cantante della band britannica ci dice chiaramente “The point’s that there isn’t no romance around there”. Non c’è romanticismo al termine di questa bella ma cruda narrazione di vita, però siamo ancora vivi e questo ci basta per sapere che vale la pena tirare avanti.

Diciassette anni e sei dischi dopo, gli Arctic Monkeys non sono solo una band di successo ma sono una di quelle band che la storia l’ha scritta con pennarello indelebile ovunque fosse possibile farlo: sulle classifiche, sui palchi di tutto il mondo, nelle menti e nei cuori di quegli adolescenti divenuti ormai uomini e donne. Tutto questo è avvenuto grazie alla lealtà verso quel sound che gli ha permesso di scalare le vette ma, soprattutto, per l’assenza di paura nel rimanere freschi, al passo coi tempi, mettendo in atto cambiamenti che conferiscono loro quel tocco di innovatività ma rimanendo pur sempre fedeli a loro stessi.

Voto: 9.5/10

/ 5
Grazie per aver votato!
Previous Story

The Music Revival Week: My Bloody Valentine – Loveless

Next Story

Glaive: la recensione di “I care so much that I don’t care at all”

Latest from Music Revival