Black Country, New Road: La recensione di “Ants From Up There”

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Review

Voto
8/10
Overall
8.0/10

È con una triste notizia che si apre l’uscita del sophomore di uno dei gruppi più ricercati nella nuova ondata britannica: il frontman Isaac Wood lascia il gruppo, a fronte della necessità di staccare dal mondo a cui i Black Country, New Road sono approdati con forza e irruenza. Il folto gruppo di Cambridge scrive e registra il suo secondo album nel corso del biennio pandemico, dopo un importante avvio ottenuto con l’ottimo For the First Time, affiancando per suoni e modalità a quella serie di gruppi che si muovono tra post-punk e talk singing, con sprazzi di post-rock ed elementi sperimentali quali Black Midi (di cui sono anche amici), Squid e Shame.

Ants From Up There

Uscito il 4 febbraio 2022, anche questo per Ninja Tune come anche il fortunato esordio, Ants From Up There mostra dietro la copertina disegnata dall’artista Simon Monk un totale di 10 tracce, che occupano quasi un’ora di ascolto. L’ascolto continuato della produzione degli Arcade Fire sotto pandemia, in particolare della bassista Tyler Hyde, sembra aver messo una buona mano su quelli che sono gli arrangiamenti del disco, ma non mancano altri tipi di artisti tra le influenze, come ad esempio Frank Ocean.

Concentra su di sé il concept dell’album l’aereo Concorde, ossia un jet supersonico anglofrancese ormai non più in funzione, rappresentato anche in cover da Monk, e che dà nome a un brano della tracklist e un senso a quel titolo immaginifico; un incidente di linea rese celebre in negativo l’aereo in questione, che ora partecipa alla metafora di un album scuro, ricco ma accompagnato dagli spettri di una mente pervasa.

Rispetto alla prima opera del gruppo, l’overture è Intro di soli 54 secondi, ma che ben si presta al mood del disco, viste le sue linee ipnotiche ma dirompenti. Punto forte della scrittura dei testi è il citazionismo assai variegato, ad esempio verso il famoso tabletop game Warhammer 40.000 (“Chaos Space Marine”) o verso altri artisti (Billie Eilish in Good Will Hunting o Charlie XCX, seppur più velato, in Basketball Shoes) o addirittura personaggi storici (il re Henry VIII in Snow Globes).

Il songwriting è alquanto profondo, scava nelle incertezze che lo stesso cantante stava affrontando durante la scrittura dei brani ed è più prolisso, ai limiti di un flusso psicologico; le emozioni sono nette ed emerse in superficie, giovanili ma più mature, che anche gli arrangiamenti vogliono manifestare tramite suoni ampi, a volte assai cupi (ad esempio l’arpeggio presente in Bread Song, quasi tendente all’emo come anche Good Will Hunting).

In Haldern, un wall of sound incontra come in un ballo gli altri strumenti, come il riff incalzante della violinista, il sax e il pianoforte. La suite finale, anticipata dalla lenta e dolce Mark’s Theme che funge da sorta di lungo interludio, si compone di tre brani che occupano da soli quasi metà album: The Place Where He Inserted The Blade ha un refrain quasi cantabile, è dolce e impetuosa allo stesso tempo; il pathos cresce e comincia a diventare spasmodico, al limite della frenesia in Snow Globes, e torna a ondeggiare nella più ambientale Basketball Shoes. La catarsi passa attraverso una produzione più solenne, ricca come identità e annidata nelle tenebrosità dell’animo di Wood e dei suoi compagni, i quali coi propri strumenti sembrano voler dare un segno della personalità di ognuno di loro.

I Black Country, New Road sono solo all’inizio, e nonostante il trauma dell’abbandono del cantante e musicista lasciano un album pieno, soddisfacente, che avvalora i tratti dello stile del genere in cui è inserito e ispessisce la caratura del progetto. Il concept e la strutturazione del disco sono pensati e omogenei, già più maturi del loro ottimo primo album. Si vedrà come andrà da qui in avanti dopo lo shock dell’uscita del cantante dal gruppo, ma la band inglese ha dato già valide dimostrazioni e idee precise.

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