Caleb Landry Jones: La recensione di “Hey Gary, Hey Dawn”

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Review

Voto
6.4/10
Overall
6.4/10
  • Hey Gary, Hey Dawn – Caleb Landry Jones
  • 5 Aprile 2024
  • Sacred Bones

L’incontenibile creatività di Caleb Landry Jones ha portato alla realizzazione di Hey Gary, Hey Dawn, quarta prova in studio in cui i grandi spazi sonori da lungometraggio, tipici dei primi tre album, vengono ridotti a cortometraggi dove psichedelia e art-rock incontrano la robustezza del rock degli anni ‘90.
Arrivato al successo con Dogman e Nitram (per quest’ultimo ha vinto il premio come miglior attore al festival di Cannes), l’artista ha un’energia interpretativa a metà tra Johnny Depp e Joaquin Phoenix e una forte passione per la musica, che ha nutrito con un songwriting che avrebbe trovato riscontro naturale negli anni Settanta. Rispetto ad altri colleghi del grande schermo, Jones ha imboccato la strada del rock’n’roll con meno freni. 
In questo senso il suo percorso musicale è meno rassicurante del pop-rock stadium dei Thirty Seconds to Mars di Jared Leto, meno demenziale dei The Pizza Underground di Macaulay Culkin o meno celebrativo degli Hollywood Vampires di Johnny Depp.
Gli album precedenti sono infatti un mix impazzito di psichedelia, cabaret e glam rock in cui, come dichiarato, ha cercato “quel big sound un po’ alla Beach Boys/Phil Spector ma mescolato con un atteggiamento punk”. Ascoltando i suoi brani si ha la sensazione di essere in un film visionario, tra Georges Méliès, Terry Gilliam e Michel Gondry, dove ogni diapositiva corrisponde ad un momento preciso partorito dall’immaginazione del musicista.

Hey Gary, Hey Dawn


Il disco esce a trent’anni esatti dalla scomparsa di Kurt Cobain e la coincidenza fa risaltare le somiglianze per sound e atteggiamento in alcune tracce di questo nuovo lavoro.
Hey Dawn, che parte in sordina, sorprende nel ritornello con un omaggio (voluto?) al grunge e in particolare ai Nirvana. Finora soltanto The Great I Am (primo album) aveva ricordato quelle sonorità. 
Lo stesso accade in The Moonkey LightHey Gary (periodo Bleach) e Useless.
E visto che è facile farsi trasportare nella dimensione in bilico tra reale e surreale creata dall’attore, viene in mente quella leggenda metropolitana secondo la quale Jim Carrey è in realtà Andy Kaufman. Di certo non si può azzardare una fantasia del genere, presumendo che Caleb Landry Jones sia in realtà il compianto Kurt Cobain. Tra l’altro i due non sono neanche nati lo stesso giorno, mentre l’ipotesi stramba dello scambio Kaufman-Carrey “regge” proprio per questo. Quello che rimane da fare, quindi, quando si ascolta qualcosa che può far pensare ad un’icona come Cobain, è immaginare quale direzione musicale avrebbe intrapreso oggi il frontman dei Nirvana e sorriderci su.
Diversamente, il resto è un impasto tra T. Rex (ha confessato di essere un fanatico della band di Marc Bolan), Iggy Pop e David Bowie, con rimandi più contenuti, questa volta, al mondo di Frank Zappa e Syd Barrett e vagamente alle sperimentazioni bizzarre di Tom Waits.
Qualche accenno dei Pixies invece in The Bonzo Bargain e un po’ di Smashing Pumpkins in Spot A Fly
L’atmosfera è più rilassata nelle note riflessive di Spiders In The Trees. Chissà se il verso “Are you just a reflection of another?” si riferisce alla difficoltà di uscire dai ruoli interpretati.
In Masandoia c’è un andamento dai toni più mansueti. È una semi-ballad in stile Lou Reed che poteva terminare con gli archi in crescendo, ma si inasprisce nell’ultimo minuto con distorsioni e fiati, per poi sgonfiarsi nella chiusura.

Ci sono due brani in particolare che sintetizzano la formula adottata sin dagli esordi.
Your Favorite Song, con cambi di umore alla Mr. Bungle, intuizioni zappiane e beatlesiane e un generale accelera-frena-riparti.
The Pageant Thieves, dannatamente glam e cinematografica, con tanto di presentatore, coretti da film d’animazione, risate e versi d’animali, un biglietto d’entrata al solito spettacolo inscenato dal cantante, che chiude il sipario lasciando “l’ultima parola” ad un gatto.


Caleb Landry Jones è un artista che non riesce a trattenere l’urgenza creatività, che recupera “quelle voci nella testa” sfruttando ogni intuizione, come dei fotogrammi sonori che viaggiano nella mente. 
Le sue canzoni hanno sempre una struttura da soundtrack da vecchio film, con variazioni più dure, psichedeliche, freak e sinfoniche, e un approccio che induce l’ascoltatore a non prenderlo troppo sul serio, come suggerisce il miagolio finale di The Pageant Thieves.
In sostanza Hey Gary, Hey Dawn suona diverso, ma rimane intrappolato nella “scena”, magari consapevolmente. 
Corre, rallenta, si trascina e corre di nuovo fino al rush finale, senza troppe pretese. In bianco e nero o a colori, muto o con il sonoro, non importa, farebbe sorridere lo stesso, senza inchinarsi necessariamente al genio. Probabilmente è l’ultima cosa che vorrebbe un tipo come Jones.

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