Caroline Polachek: La recensione di “Desire, I Want to Turn Into You”

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  • Caroline Polachek – Desire, I Want to Turn Into You
  • 14 Febbraio 2023
  • ℗ Perpetual Novice

Dopo lo scioglimento dei ”Chairlift” e un interessante album di debutto, Caroline Polachek alza l’asticella per i prossimi lavori pop di quest’anno. Se “Pang” aveva superato le aspettative, “Desire, I Want To Turn Into You” le ha completamente polverizzate. La cantante americana si è spinta oltre i confini dell’avant-pop, mescolando a breakbeat e drum & bass, pattern di chitarra presi in prestito al flamenco, atmosfere vagamente medievali e persino le voci angeliche del “Trinity Croydon Choir”. L’argomento principale che guida tutto l’album, come si può intuire dal titolo, è l’impossibilità, dettata dalle forme corporee, di poter esprimere al massimo i propri sentimenti, in modo che possano creare un tutt’uno. La produzione di “Desire” è curata, per la maggior parte, dal DJ e produttore britannico Danny L Harle, che aveva curato anche una parte delle tracce del disco precedente, ad eccezione della traccia “Sunset”, prodotta da Salvador “Sega Bodega” Navarrete. Tra la palette di artisti che ha partecipato alla stesura di questo disco ci sono anche “Dido”, famosa cantante dei primi anni 2000 (Stan – Eminem) e “Grimes” entrambe nella traccia “Fly To You”.

L’album inizia con “Welcome to My Island”. Una cantica di tempi dimenticati ci introduce a raffinati miscugli di sintetizzatori, voci robotiche e breakbeat adagiati su una melodia in grado di catturare dal primo ascolto. Nel testo la cantante si misura con i suoi sentimenti, con una particolare vena ironica, quasi si prende in giro. “Pretty In Possible” è una traccia che da più sfoggio dell’abilità della cantante di sperimentare, unendo suoni a prima vista totalmente scollegati in una canzone priva di ritornelli, mentre il testo fa riferimento alla mitologia greca. 

Le linee di basso e le percussioni donano a “Bunny Is a Rider” un’atmosfera dai toni tropicali, fra i cinguettii degli uccelli e i rumori delle foglie degli alberi mossi dal vento, costituiti da nient’altro che synth, Polachek ci parla del sogno di una donna di sfuggire alla vita di tutti i giorni. Nella quarta traccia, “Sunset”, veniamo catapultati dalla foresta tropicale al cuore del mediterraneo. La canzone si apre con delle linee melodiche prese in prestito al flamenco. Le chitarre classiche sono l’unico filo conduttore di tutta la canzone.

In “Crude Drawing of an Angel” vediamo per la prima volta dei riferimenti filosofici. Nella canzone precedente, l’artista già ci aveva introdotto ad una storia d’amore segnata dalla pressione della società in cui ci troviamo. Questa pressione viene citata anche in Crude Drawing of an Angel, in chiavi diverse. Uno dei motivi della scelta dell’argomento potrebbe essere legato al periodo storico, infatti gran parte delle canzoni di quest’album sono venute fuori durante il periodo della pandemia. Se Bunny Is a Rider e “Sunset” viaggiavano nello spazio, da un paese all’atro, “I Believe” viaggia in un altro tempo. La sesta traccia dell’album è completamente immersa nella dance che aveva caratterizzato il periodo a cavallo fra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000. Questi stili pervadono anche la traccia successiva. “Fly To You” mantiene un alone di pop di inizio millennio, ma con una sezione ritmica completamente futuristica. Ad impreziosire la canzone ci sono i contributi di Dido e Grimes. 

“Blood And Butter” mantiene le chitarre ariose del pop dei primi anni 2000, ma ancora una volta si sposta su nuovi orizzonti e, mentre si viene deliziati con un insolito assolo di cornamusa, Caroline Polachek introduce gli ascoltatori all’ultima parte del disco.

In “Hoperdrunk Everasking”, il piano ovattato e un tintinnio tanto interessante quanto fastidioso, introducono una sdolcinata Polachek, che canta di luci alla fine del tunnel e richiami ai drammi Shakespeariani. “Butterfly Net” si concentra più su strumenti tradizionali, abbiamo chitarre acustiche, maracas e un suono che ricorda vagamente il ticchettio di un orologio. Tra una strofa e l’altra compaiono organi psichedelici e angeliche melodie lontane. La cantante canta di una storia d’amore finita male, in cui non riesce a guardare oltre. L’arrangiamento stratificato e robusto di “Smoke” ci fa perdere in un ritmo fremente. Gli argomenti sono sempre gli stessi, ma questa volta da una prospettiva diversa, quella di una persona che, nonostante sappia di essere in una relazione condannata a finire, continua a spingerla, nonostante tutti i segnali che invitano a lasciarla andare. L’album si chiude con “Billions”. Fra ritmi drum & bass e atmosfere al limite fra new wave e down tempo, si fanno largo le voci dei bambini del “Trinity Croydon Choir” ripetendo una sola frase: “Non mi sono mai sentito così vicino a te”. Sintomo del fatto che la landa desolata che separa i due protagonisti dell’album, in questa canzone è meno infinita, ma pur sempre infinita. La canzone sfuma accompagnandoci gentilmente verso la fine del nostro viaggio “Nell’isola di Caroline Polachek”.

Voto: 8.5/10

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