Crawlers: la recensione di “The Mess We Seem to Make”

Al di fuori di generi e categorie: il disco d’esordio dei Crawlers mischia i linguaggi di ieri e oggi in un’amalgama fluida, consapevole e connessa.

6 mins read

Review

Voto
6.8/10
Overall
6.8/10
  • The mess we seem to make – Crawlers
  • 16 febbraio 2024
  • Polydor Records

Che fossimo al tramonto di un modo di concepire i generi musicali come entità chiuse, categorie in cui le band si ascrivevano rigidamente, si era capito da un po’. I linguaggi musicali attuali incarnano a pieno una realtà storica fatta di persone che a identità ferme preferisce scorrere fluida attraverso idee, suggestioni ed estetiche tutte differenti tra loro. Il rifiuto degli schemi austeri del passato, il desiderio di rappresentare gli ascoltatori più giovani e “tradire” le aspettative dei più anziani sono i leitmotiv di “The Mess We Seem to Make”, il lavoro d’esordio dei Crawlers.

Il modo stesso con cui la giovanissima band di Liverpool, formatasi nel 2018, sale alla ribalta negli ultimi anni è indicativo delle dinamiche proprie dell’industria discografica di questo momento storico. Se in passato l’imperativo era portarsi sulle spalle una discografica ricca e coerente o un singolo che, periodicamente, concentrasse al meglio l’attenzione e gli ascolti del pubblico, adesso sembra impensabile, per alcuni artisti, concepire la propria musica al di fuori delle realtà social.

Questo i Crawlers lo sanno bene perché è proprio grazie a TikTok che, dalla fine del 2021, la band ha conosciuto il successo. Quando il loro singolo Come Over (Again) diventa virale sulla piattaforma, la band inaugura un tour in giro per il mondo, accumulando una fanbase in crescita costante e preparandosi all’uscita del loro esordio, forti della firma con Polydor Records.

In The Mess We Seem to Make possiamo ascoltare davvero di tutto. Su un songwriting inequivocabilmente “pop” si innestano innumerevoli suggestioni. Agli echi grunge della chitarra di Amy Woodall, che strizzano l’occhio ai NIN e riecheggiano attraverso un oscuro fuzz in Meaningless Sex, Kiss Me, Messiah Hit It Again, si affiancano degli scanzonati guizzi pop. 

Introducing Interview: CRAWLERS – Get In Her Ears

Li ritroviamo in I End Up AloneCall It Love e That Time of The Year Always, brani perfetti per il mercato americano dove è il sound di Taylor Swift e Miley Cyrus a far da padrone.

Non mancano però le intuizioni punk. In What I Know is What I Love e Would You Come To My Funeral i power chords veloci della chitarra e le incessanti linee del basso di Liv May inneggiano a temi tanto antichi quanto cari: adolescenze ribelli, criticità generazionali, amori sgualciti e un’idea di morte gotica e romantica. Sarebbe dozzinale fermarsi qui senza descrivere le affascinanti derive di questo moderno “punk” che sembra sognare, fino a sconfinare in ritornelli eterei che ricordano un dream pop decisamente più moderno. È il caso di brani come LucyKills Me To Be Kind Come Over (Again): un radiofonico invito a danzare senza rinunciare alla ricerca sonora.

A completare questo mosaico variopinto ci pensano le ballad, probabilmente la componente più interessante del disco. In Golden Bridge i Crawlers si lasciano andare ad una dolcezza inaspettata che sembra ricordare quella degli Alvvays, la stessa che ritroviamo in Moving Parts, un brano che ci riporta indietro fino alla drammaticità dei Daughter e al loro esordio If You Leave: probabilmente il pezzo più bello del disco.

Assieme alla spinta di Harry Breen alla batteria è la voce di Holly Minto a tenere in piedi tutto il disco. Sofferente e ruggente, esprime al meglio la sua decadenza in brani come Better If I Just Pretend e Call It Love.

È un lavoro consapevole quello dei Crawlers, una band che sguazza agiatamente nelle dinamiche proprie della Generazione Z, nei suoi spazi, nei suoi linguaggi e, soprattutto, in quell’accesso libero ed illimitato a tutto lo scibile musicale che caratterizza l’attuale paradigma digitale. 

I giovani oggi ascoltano di tutto e lo fanno sia direttamente che lateralmente, rispetto al prodotto. Alle volte le suggestioni arrivano frequentando spazi tradizionali come i negozi di dischi, i concerti e i festival. Altre volte scorrere il proprio feed ed imbattersi in un reel esteticamente coinvolgente può portare ad ampliare gli ascolti, imbattendosi letteralmente in qualsiasi cosa sia stata registrata e pubblicata negli ultimi 70 anni. 

Ecco che le pietre miliari vengono tramandate alle nuove generazioni in un modo che nessuno avrebbe previsto. Ecco che le nuove produzioni salgono alla ribalta diffondendosi in modo virale. Le band? Suonano di conseguenza: i Crawlers spaziano un po’ di là e un po’ di qua, al di fuori di ogni categoria e regola, come un fiume che, annoiato dal solito percorso, straripa fluido oltre ogni argine e schema.

/ 5
Grazie per aver votato!
Articolo Precedente

Little Simz: La recensione di “Drop 7”

Prossimo Articolo

Meatbodies: la recensione di “Flora Ocean Tiger Bloom”

Latest from Recensioni