dEUS: La recensione di “How To Replace It”

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  • dEUS – How To Replace It
  • 17 Febbraio 2023
  • ℗ dEUS / [PIAS] Recordings

I dEUS rompono un silenzio durato dieci anni. Dopo aver fatto qualche piccolo accorgimento alla formazione, la band belga studia nuovi percorsi sonori. Il cantante introduce anche il parlato, facendo riferimento a Leonard Cohen e Neil Tennant dei Pet Shop Boys. Dal punto di vista della produzione e degli arrangiamenti vengono inseriti sintetizzatori, pianoforti e si porta ogni traccia ad un tipo di sperimentazione quasi anni ’80. Negli argomenti trattati, si fa principalmente riferimento allo scorrere del tempo e alla perdita.

L’album si apre con la title track “How to Replace It”, qui il gruppo da sfoggio della sua bravura. Timpani e archi introducono una voce al limite fra il cantato e parlato, una chitarra stridente e sussurri. Gli strumenti orchestrali sfumano per lasciare spazio a, forse, la miglior canzone di questo disco. “Must Have Been New” inizia con un pesante riff di chitarra elettrica, che dura solo pochi secondi. Da li in poi chitarra acustica, linee melodiche di basso impastate e batterie molto grosse. Le chitarre elettriche si scomodano solo nel ritornello, in cui fanno da pilastro portante. “Man Of The House” rimette in gioco le chitarre stridenti della title track e le orchestrazioni, che ruotano attorno a pattern di batteria industrial.

In “1989” entriamo in contatto con rivisitazioni anni ’80, ma questa canzone è il primo punto traballante dell’album. Questa vibe anni ’80 troppo marcata viene riproposta anche nelle due tracce successive, mentre in “Faux Bamboo” ci si limita ad un copia e incolla, in “Dream is a Giver” si parte dalle pallette di suoni delle due tracce precedenti, per poi aggiungere atmosfere anni ’90 stile “7 Seconds” di Youssou N’Dour.

L’album inverte la rotta ed inizia a riprendersi con “Pirates”, che ricalca trame jazz. “Simple Pleasures” è un insieme di ritmiche strane, chitarre distorte e una performance rap di Tom Barman. “Never Get You High” ha qualche sperimentazione in più, un bel groove e una sezione di chitarre niente male.

Avviandoci verso la fine dell’album si incontra una delle tracce che porta nuovamente l’album ad una serie di passi falsi che ne condizionano il giudizio finale. “Why Think It Over (Cadillac)” è un pezzo traballante, tra chitarre fastidiose e synth granulosi e sfocati. ”Love Breaks Down” è una ballata che non fa altro che incollare fra loro tutta una serie di tematiche e stili principalmente anni ’90, ormai obsoleti. L’ultima traccia, “Le Blues Polaire” cerca. Di riproporre l’inserimento di una canzone francese, una cosa non nuova per il gruppo, che aveva fatto la stessa cosa nel precedente album, con “Quatre Mains”.  La traccia non fa altro che riprendere lo stile parlato, caratteristico di questo nuovo album, ma tradotto in francese. Dal punto di vista produttivo il gruppo inserisce chitarre sfocate, fino a dissolversi in un pop costituito da un buon arrangiamento. 

Voto: 6/10

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