Errorr: La recensione di “Self Destruct”

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“Self Destruct” è il debutto in studio degli Errorr, un viaggio intriso di
contaminazioni oltre tempo. La console della Delorean lampeggia “Alternative
scene 80-90”. Sonic Youth, Pixies, la scena grunge di Seattle, My Bloody
Valentine, sono solo alcuni dei traghettatori di questo lungo (circa 40min) trip.
Un album sincero, che non tradisce mai le sue origini, ma anzi ne va fiero,
dando sfoggio di un muro di suono avvolgente, compatto e caloroso.

Per chi è addentro alla scena alternative-underground contemporanea, il nome
Leonard Kaage dirà sicuramente qualcosa. Polistrumentista svedese che si è
distinto per le sue molte collaborazioni, fra cui The Underground Youth (cui
ricopre il ruolo di produttore e chitarrista), Kristof Hahn (membro degli SWANS),
Holy Motors, The Brian Jonestown Massacre, e molti altri. I progetti citati, che
vanno dal dream pop, all’ambient, all’indie-rock, al post-punk, allo shoegaze,
metteranno le fondamenta per gli Errorr, progetto lanciato dallo stesso Leonard
nel 2019. I primi demo, prodotti ed arrangiati interamente dall’artista svedese,
sono stati sviluppati nel suo studio, nei ritagli di tempo dai progetti cui sopra, fra
lavori di registrazioni e tour in Europa, Asia e Stati Uniti. Con il tempo l’organico
si è ampliato, inglobando anche Nick Mangione, André Leo (frontman dei
Medicine Boy) e Adriano Redoglia, rispettivamente al basso, chitarra e batteria.

“Self Destruct” uscito il 3 marzo 2023 per Anomic Records (etichetta
underground berlinese) è un debutto sofferto, che si può definire un “quasi”
lavoro solista del polistrumentista svedese. Interamente scritto e prodotto da
Leonard, che presta la sua arte con ogni strumento (guitar, drum, bass, organ,
piano and vocals), oltre al suo seminterrato per la registrazione. André Leo
imbraccia la chitarra in più di metà album, dando manforte a Kaage, producendo
un suono crudo e diretto. Il tutto impreziosito da un basso fuzzy, suonato in
alcune tracce da Nick Mangione. Nota a pié di pagina: alcuni beat sono
dell’ingegnere del suono berlinese Mathew Johnson. Il mixaggio, ad opera
(sempre) di Kaage assieme a Oskar Lindberg, è stato effettuato allo Svenska
Grammofon Studio (SGS) di Göteborg (Svezia), studio di grande prestigio che
ha ospitato in passato giganti, quali Rolling Stones, Miles Davis, David Bowie,
Led Zeppelin, Stevie Wonder, ecc. Il mastering non è da meno, si parla di
Frederic Kevorkian, figura legata a The White Stripes, Beyonce, Iggy Pop e molti
altri.

Come anticipato precedentemente, “Self Destruct” è sincero. Già dalla prima
traccia ci possiamo già farci un’idea di quale direzione prenderà il disco.
Direzione mai del tutto sconvolta (salvo rari casi), addolcita solo con le pillole
che hanno fatto grandi gli esponenti dell’alternative a cavallo fra ’80 e ’90. Il
feedback dei Sonic Youth. La dinamica dei Pixies. La chitarra graffiante del
grunge americano. Il muro di suono di Kevin Shields. In “Innocent” Kaage parla
di controllo sulle menti altrui. “Sono solo un soldato e metterò in pratica i tuoi
comandi / obbedirò alle tue religioni / forse dovrei tenere un’arma / forse dovrei
premere il grilletto”. “Sixxx” ti fissa dall’alto verso il basso, ostentando una
sicurezza che in realtà maschera una debolezza di fondo. “tu pensi di avere una
sorta di dote divina / ma sei soltanto sei piedi sotto tutti noi”. La saturazione ha
un maggior sustain rispetto all’inizio. In “Just Another” si intravede un cambio di
ritmo, un beat più lineare accompagnato da una linea vocale leggermente
melodica. Distopia di un sistema malato, che pur essendo ormai prevedibile,
risulta inarrestabile. “Ho già visto il disegno che stai cercando di dipingere / ho
già visto il sistema che stai cercando di creare”. “Deep Blue” tira il freno, per poi
esplodere sul finale. Un tuffo alla ricerca di sé stessi. “Non riesco a vedere la
terraferma attraverso la tempesta / non riesco a dire cos’è vero / non riesco a
vedere davanti a me attraverso le bottiglie vuote / non riesco a vedere sopra la
mia testa, in fondo al mare”. “Paranoia” riaccende il gain. L’intero brano suona
come un estremo grido di aiuto. “Ho bisogno di qualcuno che mi scuota / ho
bisogno di qualcuno che mi mostri cosa è reale”. “8 hours, 5 days” è forse la
canzone più vera del disco. Veicola un messaggio tanto semplice, ma
estremamente attuale nella nostra epoca. “Non dovrei avere ragioni per esser
pazzo / ringrazio tutti i privilegi che ho / ma in tutta la mia vita non riesco a capire
/ perché il duro lavoro dovrebbe rendermi libero”. È pura rabbia, feedback,
dissenso, ribellione, distorsione. Una vera perla. “Heroine (got to let go)” si
mantiene sulle strutture già viste nel corso dell’ascolto. Quando si parla di droga
è difficile non cadere nel cliché, e gli Errorr ci affossano entrambi gli scarponi.
“So che lei ti manca e non è la stessa cosa / senza la sua eroina”. Forza Kaage
puoi fare di meglio. 56 anni fa New York cantava “Non so proprio dove vado /
ma proverò a aggiungere il regno se ci riesco / perché mi sento un vero uomo /
quando infilo l’ago in vena”. “Not Even Bored” è l’ennesimo brano alternative
tradizionale, senza fronzoli, non sono d’accordo con il titolo. “Dimmi tutti i tuoi
segreti / e non sarò più annoiato”. Gli Errorr hanno ancora gli scarponi
impantanati. Con “Something” inizia una sezione dell’album più moderata, se
così possiamo definire, che abbraccia atmosfere più morbide e smussate
rispetto ai muri di suono. In un sistema in cui i politici disquisiscono sul niente,
l’artista svedese ci propina una tiritera che ci ripete che “qualcosa accadrà”. Il
groove del brano si fa sempre più sinuoso. Kaage è un disperato che ti fissa
diritto negli occhi, ripetendoti allo sfinimento che “something’s gonna happen”.
Ciliegina sulla torta, dei passaggi di chitarra in background che ricordano molto

le chitarre di “I’m only sleeping”, quando i Beatles giocavano a riprodurre i nastri
al contrario. “Makeshift Happy” ha una strofa che fa tanto “Definitely Maybe”, sia
per l’arrangiamento sia per il modo di cantare di Leonard. “Vorrei poterti leggere
/ ma sono senza parole. / Vorrei poterti liberare / ma tu preferisci restare. /
Qualsiasi cosa ti renda felice / per sempre sogni improvvisati”. Un simile testo
me lo sarei aspettato, ad esempio, da un artista della scena mainstream italiana,
oppure come testo proposto ad una competizione poetica delle scuole medie. In
ogni caso non fa differenza, il peso è lo stesso. La musica salva ancora una
volta in corner gli Errorr. Dalla scuola media possiamo al cimitero. “With Love
from the Grave” ci setta di nuovo su onde sinistre, atmosfera Black Sabbathiana
per questa penultima traccia. L’oscurità ci pervade. Pervade la stanza. Pervade
il cantato di Leonard. Ian Curtis è in mezzo a noi. Siamo in una tomba. “Guardo
dal basso verso l’alto / e qui aspetto”. In mezzo alla terra sporca aspetto, sopra
la mia testa un cielo nuvoloso. Non c’è spazio per la speranza. Arriviamo al
finale acustico di “I don’t feel like talking” che rimanda ad una Screamdelica
ricamata di riverberi. Un finale alla “Disraeli Gears”, alla “Happy Trails”. Un
brano inaspettato, che conclude un viaggio sonoro intenso.

“Self Destruct” è un titolo coerente con la retorica proposta da Kaage, che
tuttavia qualche volta ricade nel cliché. Mancanza sopperita dall’ottimo lavoro di
mixaggio in studio. Non siamo sicuramente di fronte ad una novità, ma ad un
disco della scena alternative contemporanea suonato molto bene, con dinamica,
qualche pizzico di fantasia, e tanto gain. “Self Destruct” brilla della luce riflessa
di “8hour, 5days” miglior pezzo del disco. Forse gli Errorr avrebbero dovuto
approfondire di più questo raggio di luce.

Voto: 7.5/10

/ 5
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