Feist: La recensione di “Multitudes”

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  • Feist – Multitudes
  • 14 Aprile 2023
  • ℗ Polydor (France) / Universal Music Division.

Solitudine, morte, la paura di essere madre, ansie e amori. Il nuovo disco della cantautrice canadese è un viaggio introspettivo accompagnato da elementi folk e sperimentazioni synth-pop. Feist, negli anni, è stata in grado di spaziare fra i generi più disparati, dal pop all’alt-rock, al blues. Con “Multitudes” esplora i territori folk, generando un progetto dalle atmosfere calde e accoglienti. Il disco nasce sul finire della pandemia, un periodo di alti e bassi molto importanti per la cantante. 

Insieme a Mocky, che ha prodotto gran parte dei suoi lavori, e ad una partecipazione più superficiale di Blake Mills (Fiona Apple, Alabama Shakes, John Legend), Feist mette insieme un disco leggero, costituito da poche sezioni ritmiche, arpeggi di chitarra, elementi naturali e suoni d’ambiente. 

In “In Lightning” i vocalizzi e ampie sezioni di tamburi giapponesi si dissolvono in droni, rumori striduli e assoli di chitarra dall’atmosfera orientale. “Forever Before” si spoglia di tutti gli elementi della canzone di apertura del disco, mantenendo solo la chitarra acustica. La traccia appare vintage, quasi un richiamo ai cantautori americani del passato. La cantante fa i conti con la solitudine e la paura di restare da soli. Tra gli arpeggi di chitarra acustica di “Love Who We Are Meant To” Feist analizza sotto uno spettro autobiografico la fine di una storia d’amore. 

“L’amore non è una cosa che cerchi di fare” canta Leslie in “Hiding Out In The Open”. Agli arpeggi in stile country vengono affiancate leggere sezioni di fiati. Le armonizzazioni sulla voce della cantante fanno il resto. “The Redwing” è dolce come il cinguettio degli uccelli. Un tentativo di allontanare i pesanti fardelli della vita, anche solo per una manciata di minuti. Da “I Took All Of My Rings Off” il disco inizia a diventare più corposo. La chitarra acustica viene investita da effetti vocali in reverse, rumori d’ambiente e percussioni iper-riverberate “Mi sono tolta tutti gli anelli / Dalle mie orecchie, dalle mie dita” canta Feist.

“Of Womankind” appare come una ninnananna. Voci sovrapposte e orchestrazioni sfumano in un arpeggio scarno a cupo di chitarra acustica. In “Become The Earth”, tra i sussurri e suoni eterei, la cantante analizza la morte. “Miriamo all’aria / finchè un giorno, impassibili diventiamo terra”. È una frase a cui non servono spiegazioni o analisi. “Borrow Trouble” parte con un’ampissima sezione di percussioni e stratificazioni di sintetizzatori, che lasciano lo spazio alle urla della cantante e ad un insolito assolo di clarinetto. 

Il pattern di chitarra e il flauto dall’atmosfera spensierata danno a “Martyr Moves” un’aura simile a quella di “Of Womankind”, e in un certo senso lo è. Attraverso dei connotati di una ninnananna Feist, fa luce sulla paura del diventare madre e sul dover crescere un figlio da sola. “Calling All The Gods” presenta una sezione ritmica in controtempo. E Leslie che canta sulle melodie delle sue stesse armonizzazioni vocali, prima che spariscano, sostituite da sfarfallii di sintetizzatore e chitarre acustiche brillanti. Il disco si chiude con “Song For Sad Friends”. “Non siate tristi, amici miei / Questa è l’ultima cosa che direi / Non siate tristi, amici miei”. Un messaggio di speranza, scritto nel periodo della pandemia, poi arrangiato in una traccia dai toni caldi, guidata dal contrabasso e dai violini. 

Voto: 7/10

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