Glaive: la recensione di “I care so much that I don’t care at all”

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  • Glaive – I care so much that I don’t care at all
  • 14 Luglio 2023
  • ℗ Interscope Records

I care so much that I don’t care at all è il titolo dell’album di debutto del cantautore e produttore diciottenne Ash Blue Gutierrez, in arte Glaive.

Nel 2020, nel bel mezzo della pandemia, il giovane all’ora quindicenne si è trovato costretto in casa a fare i conti con se stesso. È nella sua camera da letto che ha cominciato a scrivere e comporre musica con l’aiuto di amici conosciuti su Internet, dando vita a ballad come la fragile Astrad ma anche ad EP densi di significato come All Dogs Go To Heaven e Then I’ll Be Happy, entrambi pubblicati nel 2021.

Tuttavia, il suo album d’esordio I care so much that I don’t care at all – uscito lo scorso 14 luglio – rappresenta il suo più grande progetto fino ad ora, che non è affatto poco contando la sua giovane età e il suo debutto avvenuto durante un periodo globalmente ben poco felice. Si tratta di un progetto composto da 13 tracce che oscillano costantemente su un asse in bilico tra pessimismo e ottimismo, toccando tematiche varie ma unite da un unico filo conduttore: tutte, infatti, competono l’età adolescenziale.

Glaive ci accompagna in un viaggio alla scoperta di sé. Un adolescente profondamente sensibile che si trova a fare i conti con la vita, compagna di mille avventure ma anche causa di numerosi pensieri intrusivi, demoralizzanti, che rendono il pellegrinaggio a dir poco massacrante.

Lo sentiamo già nella traccia di apertura dal titolo Oh are you bipolar one or two? dove il giovane cantautore statunitense scrive una lettera d’addio alla famiglia e agli amici, facendo comprendere senza mezzi termini di avere cattive intenzioni. Il tema del suicidio è uno degli argomenti dominanti dell’album in questione, umanamente difficile da trattare ma del quale Glaive non si fa problemi a parlare.

Nelle tracce successive capiamo da cosa scaturisce questo sentimento estremamente pessimista nei confronti dell’esistenza: rapporto burrascoso col padre, dal quale prendono vita anche tutti i successivi legami tossici che il ragazzo intraprende nella sua vita e che ci racconta all’interno del disco.

Lo capiamo grazie a Pardee urgent care, quarta traccia dell’album dove Glaive dice “you’re perfect / you never make me feel like I’m a burden / you told me I should k*ll myself / with pills that stay atop my shelf”. Messaggio controverso e contrastante se si pensa che il giovane descriva il padre come “perfetto”, dicendo che non lo ha mai fatto sentire un peso per la famiglia, per poi raccontare subito dopo di avergli intimato di fare la cosa più negativa che un genitore possa augurare al proprio figlio. “I deserve it” continua a dire il ragazzo, autoconvincendosi di essere degno di quel destino che una figura tanto importante quanto autoritaria per lui gli ha fatto credere di meritare.

I care so much that I don’t care at all ci porta su e giù proprio come una montagna russa. Dopo aver espresso la sua negatività nei confronti dell’umanità e del mondo che lo circonda, Glaive ritrova un briciolo di speranza nel pezzo che dà il titolo all’album, nonché sesta traccia incaricata di tagliare a metà il racconto. Qui, dopo aver vissuto i primi amori e le prime delusioni, il cantautore ringrazia Dio per non aver compiuto il gesto estremo di cui parla nella canzone di apertura al disco.

Consapevole che la vita è composta da gioie e dolori, da vittorie e sconfitte, in Ive made worse mistake cita “of course you’ll do some things you wish you never did” continuando con “but if you’ve never died, then you’ve never lived”. Il tema della morte torna sotto una luce più favorevole rispetto a prima, infatti Glaive sembra dirci proprio di cogliere l’attimo e di vivere senza la paura di sbagliare. Se non esistesse il buio non esisterebbe nemmeno la luce, se non esistesse la morte non esisterebbe nemmeno la vita.

Due facce della stessa medaglia che, come anticipato, si alternano costantemente. Ecco che infatti la montagna russa che stava arrancando in salita sfreccia vertiginosamente giù verso una ripida discesa che conduce il ragazzo verso quell’abitudinario vortice di improduttività. In The prom racconta di non essersi presentato al ballo di fine anno. Dalla sua penna escono parole che raccontano le vicende immaginarie (poiché avvenute solo nella sua testa) di quella festa, dove tutti sono felici e non si chiedono nemmeno dove egli sia. “I wasn’t there and y’all didn’t care” dice Glaive e poi continua “I told you that I don’t mind it / The look on my face said I’m lying”.

I care so much that I don’t care at all è la storia di vita di un adolescente che forse – un po’ più impavido di tutti i suoi coetanei – ha avuto il coraggio di manifestare quei pensieri che caratterizzano anche “gli anni più belli”. O almeno questo è ciò che dicono gli adulti.

Glaive dà voce alla sua generazione attraverso un disco che suona come un viaggio in mare aperto, talvolta calmo e accogliente, talvolta in tempesta. Un mare imprevedibile come la vita del cantautore che al momento trova difficoltà a domare, ma della quale un giorno riuscirà a trovare un senso.

Egli promette: “one day, I’ll be the king of something”.

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