Glass Beach: la recensione di “plastic death”

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Review

Voto
7/10
Overall
7.0/10

A cinque anni dal debutto, i glass beach ritornano con il loro secondo album “plastic death”. Il quartetto di Los Angeles mantiene l’attitudine midwest-emo e i suoni math, art rock, progressive, elettronici e psichedelici che già distinguevano il loro primo disco, ma arricchiscono il proprio stile in senso ancora più massimalista, jazz e prog.

L’esperienza di ascolto dell’lp nella sua interezza ha il sapore di un giro sulle montagne russe: un percorso colmo di scossoni in cui però ci si imbarca senza il rischio di farsi male. Dinamismo, ecletticità e sonorità a volte angoscianti (“whalefall”, “slip under the door”, “abyss angel”) sono gestiti con una composizione attenta e controllata che non lascia mai l’ascoltatore in balìa del turbinio di suoni. I testi, a tratti quasi mitigati dalla musica, risentono dell’influenza di Carl Jung, autore che sembra aver solleticato l’immaginazione di McClendon.

Non mancano infatti momenti di accettazione estetica ed esistenziale del brutto e del degradato, presente tanto nel mondo esterno quanto nella dimensione interiore di chi parla (“all the burned meat/all the blood in the trees/i am burning with the blood in the trees” – “abyss angel”). Con queste accortezze, i glass beach consegnano al pubblico un immaginario composto di enigmatiche visioni di decadenza, riferimenti culturali disparati e pensieri cristallini in cui potersi ritrovare.

Il disco ha un forte debito nei confronti della scena midwest-emo – dagli American Football agli Origami Angel – ma anche nei confronti di Thom Yorke (“the killer”) e dei Radiohead di “In Rainbows”, così come Yes, Rush e altri grandi nomi del rock progressivo.

Ciò che sorprende all’ascolto è la coerenza con cui generi e influenze vengono combinati. Frutto di tre anni di preparazione, “plastic death” riporta elementi math pop ma vi ricama sopra con intelligenza e creatività. Si pensi a “whalefall”, che si avvale del suono della marimba impiantato su una ritmica molto dinamica e suoni elettronici per condurre con grande immediatezza in un ambiente subacqueo e vagamente inquietante. Si pensi a “coelacanth”, l’opening track dall’inconsueta durata di 6 minuti: un incalzante valzer in 12/8 al pianoforte dalle tinte dolcissime e melanconiche a cui viene progressivamente aggiunta complessità e tensione, fino al vorticoso crescendo post hardcore in cui si stratificano percussioni sempre più presenti, fraseggi math alla chitarra, suoni elettronici e la voce emotivamente intensa di J. McClendon.

La palette di generi di riferimento del gruppo viene arricchita da inediti elementi metal nell’arrangiamento della più dura “slip under the door”, brano che però evolve verso la psichedelia grazie ai riverberi e alla melodia ipnotica. In generale, la gestione della ritmica è oggetto di grande attenzione compositiva e riesce a dare carattere e colore a ciascuna delle tracce. Del resto, il ritmo sincopato nei primi secondi di “commatose”, quasi in chiusura del disco, arriva di sorpresa e rappresenta una sottotrama che contribuisce a definire nitidamente l’identità del pezzo, prima che questo venga stravolto da un potente ed epico outro.

Con lo spirito che spesso contraddistingue gli esordienti più interessanti, J McClendon, Layne Smith, Jonas Newhouse e William White sembrano prima di tutto ascoltatori avidi e onnivori, e solo dopo compositori. Il processo creativo dietro al disco è durato tre anni fatti di ascolti, jam session, registrazioni DIY e continui ritocchi delle tracce. Il sound un po’ grezzo e casalingo che emerge di tanto in tanto – tutte le tracce sono state registrate nella casa in cui il gruppo ha convissuto nell’immediato post-Covid – risulta assolutamente perdonabile grazie all’effetto finale lievemente patinato e analogico, ma soprattutto grazie alle rifiniture di Will Yip in fase di masterizzazione e al successivo remix di tutti i brani svolto da un Classic J ai limiti del perfezionismo.

“plastic death” è un album da ascoltare, McClendon è un compositore da tenere d’occhio, glass beach è un progetto che ha futuro. Dopo un primo lp introspettivo e un secondo teso alla riflessione culturale collegata all’immaginario di una “morte di plastica”, viene da chiedersi quale direzione prenderà il prossimo e quali (nuovi?) suoni verranno selezionati.

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