Grian Chatten: La recensione di “Chaos For The Fly”

2 mins read

Review

Voto
8/10
Overall
8.0/10
  • Grian Chatten – Chaos For The Fly
  • 30 Giugno 2023
  • ℗ Partisan

Il disco di debutto da solista del frontman dei Fontaines D.C. è il punto d’incontro tra il nuovo e il tradizionale. Il trio di dischi usciti tra il 2018 e il 2022 con la band aveva evidenziato parecchie cose di Chatten, ma nessuno di loro aveva mai messo in luce il suo lato più introspettivo come fa “Chaos for the Fly”. Il disco riesce a mescolare, con la supervisione dell’oramai immancabile Dan Carey, strumenti folk tradizionali, drum machine e sintetizzatori perfettamente. 

Gli elementi folkloristici non risiedono solo negli strumenti utilizzati per la creazione della palette sonora, ma anche nei tipi di arrangiamenti adottati. È il caso di tracce come “Last Every Time Forever” e “Bob’s Casino” che introducono stili quasi da balletto, mescolati a riverberi, contaminazioni downtempo e persino elementi jazz parecchio datati, nel caso della seconda traccia. La batteria elettronica di “East Coast Bed” infonde tratti caratteristici del Trip Hop, prima di virare verso arpeggi di chitarra acustica processati. Le sezioni orchestrali effettate e gli strum di chitarra veloci, fanno di “Fairlies” una delle tracce più importanti del disco, caratterizzata da un pattern melodico tanto semplice quanto efficace. 

Grian Chatten on his solo album: "It's like reclaiming ownership over my  music"

Tutto ciò che rende ancora più apprezzabile “Chaos For The Fly”, è che Chatten ha in diversi casi (Fairlies è uno di questi), la possibilità di strizzare l’occhio al pop, ma non lo fa mai. 

La sua voce mantiene la timbrica e una certa ironia dei tre dischi precedenti dei Fontaines, ma allo stesso tempo lascia emergere delle nuove sfaccettature, di un Chatten non solo più maturo, ma anche più emotivo e malinconico.

“Salt Throwers off A Truck” è cruda, ma come con “Fairlies”, questa crudezza si sviluppa sopra giri melodici estremamente orecchiabili, che una volta entrati in testa sono difficili da scacciare. Il ragazzo di Dublino sembra aver messo da parte il post-punk aggressivo di “Boys in a Better land”, in favore di una svolta folk inaspettata ed emotivamente forte.

/ 5
Grazie per aver votato!
Previous Story

The Japanese House: La recensione di “In The End It Always Does”

Next Story

Nothing But Thieves: La recensione di “Dead Club City”

Latest from Recensioni