Tuesday Music Revival: Radiohead – In Rainbows

Il post-rock alieno del settimo disco della band è un arcobaleno di suoni incredibili.

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Review

Voto
9.5/10
Overall
9.5/10
  • Radiohead – In Rainbows
  • 10 Ottobre 2007
  • ℗ LLLP LLP / XL Recordings Ltd.

Più attuale che mai è il dilemma dell’importanza che riconosciamo alla musica. Ad oggi, per esempio, è sempre più sicuro che Spotify alzerà il prezzo dell’abbonamento per poter usufruire del suo catalogo musicale. È l’ennesimo rialzo degli ultimi due anni e, tra lo scontento generale, viene da farsi una domanda. Al di là delle piattaforme di streaming, qual è il valore della musica dal punto di vista degli ascoltatori?

Questa è una domanda vecchia, risalente forse al momento in cui al centro del ring, non c’erano Spotify e gli artisti, ma le etichette discografiche e i download illegali da PirateBay. Già allora le persone tentavano di poter avere la maggior quantità di musica possibile, spendendo il meno possibile. Nella maggior parte dei casi scaricandola illegalmente. Anche li qualcuno iniziò a porsi la medesima domanda. I Radiohead cercarono di arrivare ad una risposta. Il 10 ottobre del 2007, la band della contea di Oxford, pubblicò “In Rainbows” sul web, senza etichetta e dando agli utenti la possibilità di scegliere quanto pagare il disco (anche zero). Il risultato? Una buona parte degli utenti (circa il 60% stando a quanto riportato dalla società di monitoraggio dati ComScore) ha deciso di scaricare l’album gratis. 

In Rainbows
Foto di Gie Knaeps

Non erano certo i primi ad aver preso in considerazione questa scelta, che nel loro caso si è dimostrata una manovra di marketing eccellente, ma sono stati sicuramente quelli che hanno influito di più, complice la loro grande copertura mediatica. Parlando di musica però, ciò che colpisce in “In Rainbows” è il ritorno della band di Tom Yorke, alle proprie sonorità iniziali. Dopo “The Bends”, dal 1995 in poi, il gruppo aveva messo da parte le gran parte dei suoni che avevano forgiato i primi due dischi, in favore di sperimentazioni elettroniche. Sempre in maniera magistrale, ogni lavoro, da “Ok Computer” fino a “Hail to the Thief”, sembrava essere concepito per superare i confini raggiunti in ogni disco precedente. Ha funzionato divinamente in tutti gli album, sparando la band in universi post-apocalittici, fatti di sonorità sci-fi.

Arrivati al 2007, però i Radiohead sembrano ormai stanchi per le sperimentazioni. Con In Rainbows, è ora di tornare dove tutto è iniziato. Più o meno. E dico ciò perché nonostante tutto, l’utilizzo delle componenti elettroniche non abbandonerà mai più la band, ricavandosi il suo posto perfetto, in un progetto inciso profondamente nella storia della musica. Liberati dal fardello dell’innovazione, complice anche il percorso da solista di Tom Yorke, tornano a suonare, recuperano il senso della melodia e una forma-canzone più chiara, pur mantenendo la loro natura eclettica, che farà da vero e proprio collante per le 10 tracce del disco. 

Il cambio di direzione non è immediato. Il primo minuto di “15 Step” suona come se la traccia fosse appena uscita da una delle sessions di “Kid A”. Gli scrosci e le drum machine sembrano i padroni incontrastati della traccia, ma quando il basso e la chitarra dei fratelli Greenwood fanno capolino, la band cambia volto immediatamente. Sembrano suonare nuovamente come un quintetto. Questa sensazione si assapora ancora di più nei suoni sporchi di “Bodysnatchers”, dove la potente rappresentazione della monotonia, si scontra con un arrangiamento fuori da ogni schema. Non sentiremo mai un alternarsi di versi/ritornelli. Tutto si svilupperà su un crescente stato di tensione. Al culmine, un assolo esplosivo, prima che la traccia si dissolva nel nulla.

Loop in reverse, vocalizzi e strati di Synth, creano un’atmosfera strappa-cuore in “Nude”. Torniamo ad alcune soluzioni sonore lasciate indietro ai tempi di “Pablo Honey, ma se una volta sarebbero spuntati, prima o poi, dei powerchords graffianti, qui è tutta un’altra storia. I suoni sono soffici e le voci di Yorke, talmente leggere da sembrare quasi sussurrate. Gli swing di batteria crescono appoggiati ai cambi di ottava sugli arpeggi di chitarra di “Weird Fishes / Arpeggi”, confluendo nel post-rock di “All I Need”. La conclusione del primo lato di questo disco è qualcosa di incredibile. Il vero protagonista della traccia è il rumore. Esso aumenta e diminuisce ripetutamente, mentre le melodie, il piano e i suoni di Glockenspiel, danzano insieme alle voci di Tom. Ma il rumore resta li, intrappolato fra riverberi e synth acidi, pronto a tornare protagonista, ogni volta che smetti di prestargli attenzione.

“Faust Arp” elimina ogni accenno di componenti elettronici. Gli arpeggi di chitarra giocano dolcemente con orchestrazioni maestose, in una traccia che mai ti saresti aspettato in questo disco, in cui la cupezza delle strofe si apre in intermezzi colmi di brillantezza. Negli spunti jazz della sezione ritmica di “Reckoner”, Yorke crea delle intricate linee vocali, mentre parla a cuore aperto al mondo. Sulla morte, sulla ricchezza, su tutto ciò che non si può evitare. Sono sfaccettature, trattate anche in “Weird Fishes” e “15 Step” che in un certo senso contribuiscono a legare il disco. La sporcizia e la dolcezza si equivalgono negli accordi di “House of Cards”. Tra lunghi riverberi e vocalizzi, la traccia disegna uno spiraglio di dolcezza che ancora non si era visto su “In Rainbows”, prima di scomparire nelle profondità riverberate del disco.

In “Jingsaw Falling Into Place”, il cielo si scurisce mentre la band affonda il piede sull’acceleratore. Entriamo in contatto ancora una volta con una struttura d’arrangiamento che è ormai diventata lo standard del disco. Un crescente stato di tensione su una traccia priva di ritornelli e in costante sviluppo. Tornano a farsi sentire anche i sintetizzatori…e sono più forti che mai. E poi, Click. Tutto si spegne. Gli ampi ambienti si restringono.

Ci sono solo Tom Yorke e un piano. A poco a poco entreranno anche tutti gli altri componenti, ma il primo momento di “Videotape” è un qualcosa che non si sentiva dai tempi di “The Bends”. È un momento di autoanalisi. Yorke sa che quando tutto si spegnerà, quando anche lui dovrà morire, ciò che resterà sulla terra non sarà altro che una videocassetta (e una sfilza di capolavori). Mentre la sua voce si allontana, la sezione ritmica prende il sopravvento, conducendo la traccia, e il disco, verso la fine. 


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