Kendrick Lamar: La recensione di “Mr.Morale & The Big Steppers”

Il rapper di Compton compie il grande passo nel suo quinto disco, ergendosi a messia del Rap Game

12 mins read

Review

Voto
8.8/10
Overall
8.8/10
  • Kendrick Lamar – Mr. Morale & The Big Steppers
  • 13 Maggio 2022
  • ℗ pgLang/Top Dawg Entertainment/Aftermath/Interscope Records

“Ho scelto me, mi dispiace”

Tutti i dischi di Lamar sono sempre stati collegati da un filo indistruttibile: un concetto. Ogni album raccontava una storia a sé stante, che si apriva e chiudeva tra l’inizio e la fine. In “Section.80” il rapper affrontava il razzismo. “good kid, m.A.A.d city” era un’istantanea della sua infanzia. “To Pimp A Butterfly” era il canto della rivolta delle comunità oppresse. E “DAMN”, un’analisi interiore fra battaglie con sé stesso e con gli altri. Il concetto dietro “Mr. Morale & The Big Steppers”, non si distacca totalmente da quello espresso nel disco precedente. Abbiamo ancora a che fare con un Lamar intento a fare luce su chi è veramente. 

C’è contraddizione, durezza rifiuto e accettazione. Il rifiuto per il ruolo di importanza nell’Hip-Hop che, complice la vittoria del Pulitzer, il mondo gli ha conferito. L’accettazione del non essere in grado di risolvere i problemi del mondo (e chi lo è). Ci sono confessioni e litigi, incorniciati da un contesto sociale segnato dalla pandemia. Al centro del quadro c’è Kendrick Lamar, che cerca di mettere a fuoco il personaggio sfuggente contro cui sta combattendo: sé stesso. 

Mr. Morale & The Big Steppers

Lungo tutta la durata di questo doppio LP, il rapper resetta completamente la struttura delle tracce, abbandonando qualsiasi tipo di forma-canzone utilizzato fino a quel momento. Le atmosfere Funk, Jazz e R&B, si mescolano squisitamente fra loro e vengono cucite alla perfezione alle rime di Kendrick, creando una nuova struttura, in cui testo e melodia non possono funzionare se non insieme. Il tutto è caotico. Versi disordinati duellano con accordi di piano apparentemente suonati a casaccio. È uno spettacolo di free-jazz in cui tanto più cresce il caos, tanto più il disco si solidifica. 

Per tutto il viaggio di Mr. Morale & The Big Steppers, Lamar si circonda di alcune fra le più eclettiche personalità nel mondo musicale, ma, tra Sampha e Beth Gibbons dei Portishead, o Thundercat e Kodak Black, la personalità più importante dentro questo disco è quella della sua compagna dai tempi della scuola, Whitney Alford. Sarà lei a guidarlo attraverso il percorso introspettivo dell’album. 

Prima di andare oltre, è necessario fare una precisazione sul modo in cui “Mr. Morale” è strutturato, perché c’è un motivo se il disco è diviso in due parti. Nella prima parte, siamo davanti al Kendrick che conosciamo, quello che si scaglia contro le ingiustizie del mondo, sempre dalla parte degli oppressi. È nella seconda parte che tutto cambia, dove Mr. Morale diventa protagonista della scena. 

Ad aprire la prima parte del disco è “United In Grief”, con un intro che diventerà in seguito uno degli “anthem” principali dell’album. Ci scontriamo con un Kendrick che riversa tutti i problemi della società nei beni materiali che ognuno di noi possiede. Compri orologi che indossi una sola volta, hai un’enorme piscina in cui non hai mai nuotato, eppure tutto questo non è servito a niente. La traccia defluisce su una sostenuta progressione di accordi di piano. Il piano sarà uno dei punti principali nelle 18 tracce di questo disco.

“N95” è liberatoria, sotto tutti i punti di vista. La produzione minimale, esplode in stratificazioni di sintetizzatore, mentre Kendrick si spoglia di tutto ciò che reputa superfluo. [Togli la caccia al prestigio / Togli il Wi-Fi / Togli le rate dell’auto]. Nei viscidi sintetizzatori di “Worldwide Steppers” mette a nudo in maniera più completa la sua dipendenza dal sesso. Sebbene non sia la prima volta (ne aveva già parlato ai tempi di “To Pimp a Butterfly”), questa volta scende nel profondo dell’utilizzo del sesso come vendetta. 

Con “Die Hard” e “Father Time” entriamo in uno dei punti più alti di questo disco. Ciò che avviene nelle due canzoni è una “conversazione” tra il rapper e la sua compagna. Durante la prima traccia, featuring con Amanda Reifer e Blxst, unico punto dai sentori vagamente pop, Lamar si interroga su ciò che potrebbe succedere nel momento in dovesse tradire Whitney. La risposta arriva nel Banger numero uno del disco. Fra archi e arpeggi di piano, la Alford invita il rapper ad iniziare un percorso terapeutico. Risposta? Un capolavoro di beatmaking, fa da collante tra il ritornello di Sampha e un Kendrick che prende coscienza dei suoi problemi e cerca un modo per risolverli. L’interludio “Rich” evidenzia nel modo più crudo possibile il fatto che la comunità afroamericana ha anche delle sfaccettature di violenza, di cui bisogna tener conto. 

“Rich Spirit” porta avanti quel concetto di produzione minimale sviluppato all’inizio del disco, con Lamar intento a espiare i suoi peccati addentrandosi nella relazione tossica di “We Cry Together”. Le armonie vocali si frantumano nel momento in cui il beat prende il controllo della traccia. Ancora una volta testi e metriche sono cuciti magistralmente all’arrangiamento mentre il rapper e l’attrice Taylour Paige mettono in scena un litigio tra lui e la compagna. Il litigio si dissolve in “Purple Hearts”, con Ghostface Killah e Summer Walker. La traccia che chiude il primo disco è leggera e meditativa. Un attimo per prendere una boccata d’aria prima di tornare a lavorare su sé stesso. 

Torna l’anthem di “United in Grief”, ma con una variazione nel testo, per l’apertura della seconda parte del disco. In “Count Me Out” la consapevolezza è l’argomento centrale, concetto che si estende anche su “Crown”, in cui il rapper losangelino fa i conti con ciò che rappresenta per il mondo. Da “To Pimp a Butterfly” è stato visto come il salvatore dell’Hip-Hop, un messia. Lui stesso si è comportato come se lo fosse. Almeno fino a Mr. Morale. “Crown” è la traccia che manda in frantumi quello status. La verità è che è stata tutta un’illusione, non può salvare sé stesso, figuriamoci qualcun altro. Il sogno è finito. Torna con Kodak Black in “Silent Hill” in un’altra traccia più leggera, in cui danza fra ipocrisia e serpi.

Nell’interludio “Savior”, la traccia si apre con un monologo di Eckhart Tolle sui traumi infantili. Mentre, questa volta il cugino di Lamar, Baby Keem, fornisce all’ascoltatore un’ulteriore prospettiva sull’ambiente familiare in cui sono cresciuti, sopra una produzione ai confini della tensione. Sul tiptap di “Savior”, Kendrick cala la pietra tombale sul suo ruolo di salvatore del Rap. Il punto più importante arriva quando lui stesso abbandona il suo modello. [Tupac è morto, devi arrangiarti]. Mentre analizza la transizione di genere di sua zia in “Auntie Diaries” si rende conto di non essere stato poi così diverso da tutti gli altri. Mentre cerca redenzione dal suo lato discriminatorio, mette in discussione la sua fede nei confronti della chiesa. 

“Mr. Morale” è cupa, gli ottoni gracchiano mentre Lamar tira sospiri rabbiosi prima di sputare traumi generazionali e sofferenza. Come un ex-alcolista che riesce finalmente a vedere il mondo con gli occhi di un sobrio, in “Mother I Sober”, con Beth Gibbons dei Portishead, Kendrick Lamar sembra aver ottenuto il suo gettone dei 100 passi. Si accorge di come, se non trattati, i traumi subiti da piccoli si possano riflettere sulle generazioni successive e sono essi stessi figli di traumi delle generazioni precedenti.

È probabilmente una delle tracce più importanti del disco, perché oggi Kendrick è padre, e sa che tutto ciò che farà si rifletterà sulla sua famiglia. E deve essere un buon padre. Sui violini del finale, arriva alla totale comprensione. Lui, Whitney e i loro figli possono vivere felici. L’emozione più forte arriva quando la canzone è finita e tutto ciò che resta è la cosa più importante. La voce di sua figlia che lo ringrazia. 

Il disco arriva a compimento con “Mirror”. Ora Kendrick è libero. Ha lasciato andare il suo personaggio, lui non è dio, non è il paladino di nulla. Lui è solo un artista e una persona. Quello su cui vuole concentrarsi ora è solo la sua famiglia. Nudo fino all’osso, vulnerabile e ancora una volta autore di un disco generazionale, Kendrick Lamar questa volta ha scelto sé stesso. 

Se ti piace Kendrick Lamar, potrebbe piacerti anche: Sampha, Kanye West, Black Pumas

/ 5
Grazie per aver votato!
Articolo Precedente

Dead Crayons: La recensione di “Touches”

Prossimo Articolo

Dua Lipa: La recensione di “Radical Optimism”

Latest from Sunday Reviews