Khruangbin: la recensione di A La Sala

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Review

Voto
7.8/10
Overall
7.8/10
  • A La Sala – Khruangbin
  • 5 aprile 2024
  • Dead Oceans

Sempre fedeli al progetto ma mai identici a sé stessi, i Khruangbin fanno un regalo alla fanbase: ancora più Khruangbin da ascoltare. Il trio di Houston dà ancora una volta la prova di essere una formazione estremamente bilanciata. Per Dead Oceans pubblicano un disco intimo, dall’inconfondibile sound in contatto con ogni latitudine, ma in grado di far sentire ciascuno a casa.

La formazione continua a giocare sui punti di forza di ciascuno dei componenti. Donald Johnson tesse una trama ritmica estremamente stabile. Le linee di basso di Laura Lee sono morbide, groovy, ipnotiche, e fanno muovere il corpo. La meravigliosa chitarra di Mark Speer riesce invece ad essere insieme minimale ed estremamente comunicativa, donando anima ai brani. In A La Sala si ritrovano tutte queste abilità, messe a servizio di un’atmosfera calda e a tratti dolcissima. Si ritrova anche tutta la palette di suoni, ritmiche e influenze che ha sempre definito l’identità del gruppo. Pensiamo alle pentatoniche orientaleggianti (Juegos y Nuebes) e alle influenze sudamericane, alla vocazione neopsichedelica (Ada Jean), alle ritmiche più dinamiche e upbeat (Pon Pòn). La formula è poi completata da pezzi assolutamente ipnotici (Hold Me Up (Thank You)) e da ballate romanticissime (Fifteen Fifty-Three, May Ninth). Non c’è alcuna paura di osare con i riverberi (Todavìa Viva), con i suoni d’ambiente (Farolim de Felgueiras), con una produzione lo-fi.

Durante l’esperienza d’ascolto però succede qualcosa di strano: l’energia creata da una ritmica super solida non trova mai un’esplosione melodica, uno sfogo in cui lasciar deflagrare la tensione accumulata. Le brevissime Caja de la Sala o Farolim de Felgueiras sembrano intro che promettono un chorus solidissimo, il quale però non arriva mai. Per sound così fisico, in grado di far ondeggiare a tempo la testa di chiunque, ciò può rappresentare un elemento frustrante. Questo però non deve stupire: il superamento della forma canzone è una cifra stilistica riconoscibile in gran parte del lavoro del trio. In questo disco più che mai, i Khruangbin sembrano essersi misurati con un’etica ambient nella composizione. Brian Eno parlava della musica ambient come “tanto ignorabile quanto interessante”. Questo è il concetto che qui si abbraccia, e in effetti ciò che viene fuori è proprio “la musica che c’è quando la festa è finita”, come il gruppo la descrive.

In parte però questo è anche dovuto al processo creativo e a una certa filosofia di composizione. I Khruangbin scrivono musica prima separatamente e poi insieme, in un processo sempre orientato alla ricerca estetica. Una volta inciso il brano, questo non viene ripreso fino al momento della preparazione dei live. Ed è proprio il live il momento in cui il pezzo viene realmente abitato e prende vita. A questo processo sembra bene adattarsi la struttura dei brani di A La Sala, che danno l’impressione di una jam session in cui nessuno dei musicisti fa un passo avanti e si prende la scena. Si tratta di una solidissima impalcatura su cui costruire un’esperienza live di prim’ordine. O per lo meno è a quest’altezza che A La Sala fissa l’asticella delle aspettative.

Probabilmente questo non è il miglior album con cui cominciare ad ascoltare i Khruangbin. Probabilmente non è fra i dischi più innovativi del gruppo. Certamente non sarà l’album dell’anno. Chi invece cerca musica sulle cui frequenze sintonizzarsi, corpo e mente, ha per le mani il disco giusto.

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