Knower: La recensione di “Knower Forever”

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Review

Voto
6.8/10
Overall
6.8/10
  • Knower Forever – Knower
  • 2 Ottobre 2023
  • ℗ Self Published

Era il 1° ottobre 2010 quando il duo composto da Louis Cole e Genevieve Artadi rilasciarono il loro primo album sotto il nome di Knower. In 13 anni ne hanno pubblicati altri tre di notevole fattura, spaziando sempre nel synth jazz, psych pop, con una buona base funky elettronica. L’ultima pubblicazione pubblicata qualche settimana fa ha confermato quanto di buono fatto in precedenza, senza però mostrare elementi creativi e innovativi. Ovviamente parliamo di un lavoro molto interessante ed eseguito, come sempre, in modo impeccabile, ma forse ad oggi potevamo aspettarci qualcosa di diverso, un tentativo di procedere fuori dalle righe di una band già completamente distante da molti schemi. Ma andiamo per gradi.

L’album si apre con poco più di due minuti della title track strumentale “Knower Forever”, un’orchestrale che porta l’ascoltatore in mondi fantastici e fiabeschi, anche se probabilmente, trattandosi praticamente di un intro, sarebbe potuta durare un minuto in meno. La conclusione tocca note meno sognanti e più inquietanti, preludio di tracce enigmatiche.

Le aspettative vengono rispettate, quantomeno nel testo della successiva “I’m The President”, sicuramente uno dei brani più ispirati dell’intero album. La contrapposizione tra la musica, funky e pomposa allo stesso tempo, la voce volutamente bambinesca di Genevieve Artadi e le parole, che sfrecciano come missili, genera stati d’animo contrastanti, generando all’ascolto un sorriso amaro. I trenta secondi di pura jam jazz intorno al terzo minuto rilassano le orecchie, prima dell’ultimo verso che riporta ed accentua lo stato d’animo dominante del pezzo.

Nemmeno il tempo di riprendersi che si sprofonda nei meandri di “The Abyss”. “Il nostro scopo è apparire, per bilanciare ciò che stiamo sentendo, all’interno di questo flusso di piscio, siamo l’abisso” è forse la strofa che rende meglio l’intero concetto, il tutto accompagnato da un ritmo incalzante. Per circa un minuto, a metà del pezzo, il duo dà sfoggio delle loro competenze tecniche, in particolar modo il polistrumentista Louis Cole, senza però eccedere in virtuosismi fini a sé stessi.

La successiva “Real nice moment” è invece una boccata d’aria. Più leggera, quasi romantica, con una base elettro-jazz, accompagna dolcemente il pubblico, mostrandosi come quiete prima della tempesta.

E dalle prime note di “It’s All Nothing Until It’s Everything” si comprende che l’uragano non tarda ad arrivare. Un ritmo estremamente serrato sorregge la cantante che scandisce termini parlando accompagnano verso il ritornello, dove la soave voce di Artadi addolcisce la pillola. Questo brano, tra i più sperimentali dell’intero album, si conclude con un inaspettato passaggio orchestrale, che sembra quasi voglia rilassare nuovamente l’ascoltatore.

L’incubo invece riparte, seppure più cauto, con “Nightmare”, dal quale Genevieve chiede di non svegliarsi, “perché il mondo è fottuto”. Anche in questo caso le strofe sono intermezzate da parti strumentali degne di nota, con cambi di ritmo e sessioni in cui la voce funge da strumento aggiunto. Come in apertura, anche qui la durata sarebbe potuta essere minore, perché nel finale risulta leggermente ridondante.

I due minuti, o poco più, che seguono sono pura poesia: un testo candido accompagnato dal solo pianoforte, con un sottofondo orchestrale, riscaldano più di un camino in una fredda serata invernale. Il finale lascia però un po’ in sospeso l’ascoltatore, cercando di non farlo troppo abituare a tali melodie.

Infatti, la seguente “Do Hot Girls Like Chords” ci riporta con i piedi ben saldi a terra, rischiando anche di sprofondare. Suoni più duri e acidi scandiscono la traccia, che però suona piuttosto familiare (la somiglianza con la parte iniziale di “It’s All Nothing Until It’s Everything” è abbastanza evidente). Ancora una volta l’intermezzo strumentale è da applausi e ci traghetta verso la migliore chiusa auspicabile: secca e decisa.

“Ride the dolphin” è una vera e propria filastrocca. In questo caso è la splendida voce della frontwoman a prendersi la scena, mostrando il suo lato migliore.

Con “It Will Get Real” si torna indietro negli anni. Infatti, la melodia ricorda molto la fantastica “Time Traveler”, uno dei brani maggiormente riusciti della band. L’ormai consueta evoluzione strumentale, però, riporta alle sonorità di questo nuovo album, maggiormente incentrate sull’elettro-jazz e meno sulla dirompenza elettronica, che ammicca alla dubstep, della traccia appena citata.

L’ultima “Crash The Car” giunge quasi sussurrata, in contrasto con la durezza del significato del brano.

Un album intrigante, al quale sembra però manchi quel guizzo per poter essere considerato degno dell’estro compositivo del duo. Né un passo avanti né indietro rispetto al precedente “Life”, ma forse è proprio questa stasi che lo rende incompiuto.

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