Lael Neale: La recensione di “Star Eaters Delight”

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  • Lael Neale – Star Eaters Delight
  • 21 Aprile 2023
  • ℗ Sub Pop Records

Nel suo terzo album in studio, la cantautrice della Virginia si confronta con tematiche universali senza tempo, danzando su una sezione melodica dai tratti folk. Per “Star Eaters Delight”, la musicista americana si affida a Guy Blakeslee, musicista e produttore del Maryland, ex leader dei The Entrance Band. Blakeslee non è nuovo al processo creativo di Neale, avendone lui stesso fatto parte nel suo disco precedente. Quello che viene fuori dalla stesura di questo disco è un ambiente intricato, che parte dal folk e spazia verso orizzonti psichedelici, country e alt-rock, che fanno da pilastro portante a tematiche quali la natura, l’amore e la spiritualità. Il disco ha anche un lato più cupo, in cui la cantante, attraverso una voce carica di emozione, riesce a far trasparire in maniera perfetta una sensazione di tristezza e solitudine. 

“I’m The River” è costruita su una sezione ritmica elettronica veloce, mentre danzano insieme organi psichedelici e chitarre in down-stroke. Il rumore bianco in sottofondo introduce la voce filtrata della cantante, che si unisce alla natura, dando l’impressione di essere quasi parte di essa, quasi fosse una canzone soft-rock di primi anni ’70. In “If I Had No Wings” la Neale si trasforma in una Nico dalla voce più acuta e squillante. La melodia organo prende le sembianze di una composizione religiosa, mentre l’atmosfera si sposta verso un ambiente underground di metà anni ’60. Non servono percussioni o chitarre a questa produzione, basta solo l’organo, rumore e la cantante che si rivede in un uccello, cantando “Se non avessi ali con cui volare a casa / canterei per tornare da te”. 

I droni e i suoni metallici di “Faster Than the Medicine” portano la psichedelia anni ’60 sui toni dell’Alt-rock moderno. La semplice e distorta linea melodica di basso crea un contrasto con la voce acuta ma morbida della cantante in quello che sembra un ricordo carico di cupezza e intensità emotiva. Loop ed echi sfumano in “In Verona”, una ballata intrisa di riverberi, riferimenti religiosi e cadenze quasi da filastrocca. “Come potrò mai trovare la mia via” canta Lael, mentre la sezione ritmica traghetta la canzone verso delle atmosfere medievali.

“È primavera / E tutto ciò che faccio è piangere” canta in “Must Be Tears”. Neale ha dato prova di quanto sia brava a creare sensazioni nei due dischi precedenti, e in questo disco, ma soprattutto in questa canzone, non è da meno. In questa canzone la cantante riesce a portare la tensione di “Faster Than the Medicine” ad un livello successivo.

“No Holds Barred” è un pezzo più classico. La struttura principale è costruita su una chitarra acustica dal suono ovattato e da chitarre elettriche più in lontananza sporche e graffianti. La cantante appare come stanca di lottare per amore, confidandosi in “Dimmi come vivere e morire / Dimmi cosa, quando e perché / Dimmi cosa dovrei fare” e ancora “Se questo è amore è troppo facile / Tutto quello che devo fare è darti tutto”.

In “Return to Me Now” aleggia una sottile aura di Stevie Nicks. È un’altra ballata, in cui ritornano le tematiche sulla natura e in parte sulla solitudine. “Ritorna da me ora / Proprio come un fiore / Che ama il sole”. Nella canzone troviamo elementi folk tradizionali come il flauto, la sezione ritmica è costituita da maracas e altri tipi di percussioni più leggere. “Lead Me Blind”, traccia di chiusura del disco, è densa e stratificata. I droni e altri rumori di fondo creano un’atmosfera calda, ma allo stesso tempo cupa, come se tutta la canzone fosse all’interno di una bolla. Persino la voce filtrata di Lael sembra all’interno di una bolla. La canzone è dolce e, se “Must Be Tears” era la più intensa, questa è sicuramente la più sincera del disco.

Voto: 7.7/10

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