Lonnie Holley: La recensione di “Oh Me Oh My”

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  • Lonnie Holley – Oh Me Oh My
  • 10 Marzo 2023
  • ℗ Jagjaguwar

“Oh Me Oh My” è il titolo del nuovo disco dell’artista visivo e musicista Lonnie Holley. Registrato tra il Topanga Canyon e il The Garage, il sesto disco di Holley è una visione a tinte Jazz con sperimentazioni avanguardiste Pop/Rock. Nelle atmosfere del disco troviamo elementi folkloristici africani mescolati alla storia che ha guidato gran parte della vita dell’artista. La storia racconta di Mount Meigs, un carcere minorile per neri costruito in Alabama agli inizi del ‘900 e diventato famoso per gli abusi che venivano inflitti ai giovani afroamericani.  

Con l’aiuto del produttore Jacknife Lee, che ha prodotto progetti per U2, The Cars e R.E.M., e collaborazioni con musicisti eccezionali, tra cui Bon Iver, Sharon Van Etten e Rokia Koné, l’artista dell’Alabama mette in luce il suo passato di povertà, le sue esperienze a Mount Meigs, fra gli incubi del suo passato e l’abbandono della minoranza afroamericana dalle classi politiche dirigenti. 

“Testing”, traccia di apertura del disco, gioca con un pianoforte sporco e ricco di effetti e delle percussioni che ricordano i suoni di un acchiappasogni. Tra suoni lontani e lente melodie, la voce di Holley appare come un incrocio fra lamenti e cantiche di popoli pesi nel tempo. “I Am A Part Of The Wonder” è il primo featuring del disco. Le atmosfere jazz e funk creano lo spazio per i racconti introspettivi della musicista Moor Mother. Nella title track, in collaborazione con Michael Stripe, i due musicisti cantano delle lotte dei loro antenati. “Ho pensato a come la nonna fosse in ginocchio / A come la mamma non fosse in grado di alzarsi”. 

In “Earth Will Be There” torna Moor Mother, su una traccia questa volta più orchestrale, ma sviluppata su uno scheletro funk. 

“Mount Meigs” è il collante del disco, se vogliamo è il punto in cui tutto è iniziato. In questa canzone Holley cerca un filo conduttore tra il passato dei suoi antenati e quello che è capitato a lui. “Better Get That Crop In Soon” torna, sotto sottofondi di pioggia e sezioni ritmiche africane, alle storie delle piantagioni di cotone. “Kindless Will Follow Your Tears” è la canzone che stavamo aspettando di più. I suoni di harmonium e le stratificazioni vocali di Bon Iver creano un’atmosfera surreale alla ricerca della gentilezza. “None Of Us Have But A Little While” con Sharon Van Etten, ingloba vocalizzi e sfarfallii di sintetizzatore. 

“If We Get Lost They Will Find Us” porta sperimentazioni di world music, costituite da ritmiche africane e le voci di Rokia Koné, cantante originaria del Mali. “I Can’t Hush”, con Jeff Parker, inietta, attraverso l’utilizzo di sintetizzatori filtrati e chitarre slide, una sensazione di cupezza, mentre con la traccia finale, “Future Children”, Lonnie Holley si dimostra speranzoso nei confronti delle nuove generazioni. 

Voto: 7.5/10

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