Mali Velasquez: La recensione di “I’m Green”

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I'm Green

Review

Voto
8/10
Overall
8.0/10

Da Nashville, capitale del Tennessee ma soprattutto del country, la ventenne Mali Velasquez debutta col
suo primo album I’m Green, ergendosi come nuova promessa della musica.
Assurdo come il progetto sia già così maturo, soprattutto se i risultati sono quelli ascoltati in queste tracce.
L’album si presenta con una cover disegnata a matita che ricorda infantili scarabocchi su fogli di carta,
frutto evidente di innanti flussi di coscienza del momento. Un richiamo visivo alla semplicità della vita che è tutt’altro che semplice.
Si parte con Bobby, canzone di libertà e dolore, come quello provato dall’artista nel parlare per la prima
volta della madre scomparsa prematuramente. Un diario di emozioni e di immagini ideali attraverso cui
Mali sfoga la sua sofferenza. Presente qui, come in tutto l’album, un tappeto di chitarra acustica che
accompagna la sua voce tenue e quasi spezzata.
In chiusura il pezzo si lega meravigliosamente al secondo dei nove totali, attraverso un mix di suoni caotici che portano però all’apertura dell’intro arpeggiato. Si tratta di Shove, dove è palese il ricordo di momenti andati, che essendo tali diventano nostalgia e maturità, cicatrici che formano ciò che si diventerà nel futuro.

I'm Green


La voce è delicata e soffocata allo stesso tempo, in grado di sprigionare successivamente un canto
liberatorio, proprio come il volo di una rondine verso un cielo più lontano. La particolarità che la rende
davvero unica è quella di reggere le vocali finali a lungo con un lieve tremolio, spezzando a volte il fiato e
lasciando l’ascoltatore perplesso e affascinato allo stesso tempo. Ciò è molto evidente in Medicine, in cui
percussioni e chitarre si legano insieme in una danza di suoni sia acustici che elettrici, formando un
connubio perfetto che pavimenta tutto il pezzo. È la testimonianza della fine di una relazione, che porta
quasi sempre a far soffrire entrambe le parti coinvolte, difficilmente solo una.
I’m Green si chiude con la splendida Death Grip, la più completa di quelle citate (e non): garbatamente
straziante; lenta ma crescente; montagne russe di climax consecutivi che riempiono il cuore e i pensieri di chi non vede l’ora che quel momento sia infinito.
Molto spesso è facile adagiarsi sui rapporti appassiti piuttosto che strappare via l’inquietudine e fare i conti con la realtà. Quello che manca è il coraggio, lo stesso coraggio che invece Mali Velasquez ha saputo afferrare ed esprimere nei suoi testi, soprattutto nelle parole usate in questa ultima canzone.
Il progetto in questione è sostenuto continuamente dalla consapevolezza di sapere quello che si fa,
nonostante l’età acerba, che di acerbo però ha solo la data all’anagrafe. C’è tutto: dolcezza e durezza,
malinconia e gioia, freddezza e nostalgia. È difficile non rimaner affascinati da tutto questo. Si è
piacevolmente accompagnati in un mondo appena aperto alle visite, reale e a volte crudele ma che trova in noi delle verità che non credevamo di conoscere.
La speranza è quella che Mali riesca ancora colmare i nostri animi inconsapevoli.

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