Model/Arctiz: La recensione di “Dogsbody”

5 mins read
  • Model/Actriz – Dogsbody
  • 24 Febbraio 2023
  • ℗ ModelActriz LLC / True Panther Records

Il primo album in studio della band di Brooklyn è uno spettacolo macabro, tra banger, contaminazioni e testi criptici. Sebbene il genere predominante sia il punk, questo disco ha forti tendenze elettroniche, noise ed industrial. Dopo l’EP autoprodotto del 2017 la band ha deciso di affidare il ramo produttivo a qualcuno di più consono. La scelta è ricaduta su Seth Manchester, che ha lavorato già con la band “Daughters” e la musicista “Lingua Ignota”. Entrambi progetti sperimentali. I testi sono molto criptici, ma si spazia da relazioni violente a sofferenza sia fisica che mentale. Tutta quest’atmosfera è ingigantita da una voce grave e quasi apatica, che infonde una sensazione di inquietudine e tormento. 

“Donkey Show” si muove fra suoni industriali, lamenti, e batterie sporche e serrate. Il cantante parla in maniera quasi disperata di un cammino, che a giudicare da alcune frasi come: “Sotto le mie unghie che rispendono come porcellana” e “Il paradiso non può cancellare l’oscurità del mio cuore”, sembra essere quello di una persona che sta morendo. In “Mosquito”, singolo che ha anticipato l’uscita di questo disco, entriamo in contatto con tamburi, piatti e suoni metallici che sembrano prodotti dallo sfregamento delle lamiere. “Crossing Guard” è sicuramente una delle tracce più sperimentali e più forti di questo disco. Nonostante la voce che sembra a tratti un parlato e a tratti un lamento, il pattern è quello del post-punk inglese. L’arrangiamento si appoggia ad una struttura ritmica di basso/batteria, di matrice elettronica, sembra quasi arrivare da un rave in qualche capannone dismesso in Germania. Un breve suono noise verso la fine e la canzone prepara la pista di decollo per “Slate”. Nonostante la struttura sia parecchio simile a quella della traccia precedente, il segno distintivo arriva verso la fine, quando il cantante si mette ad urlare verso un momento di tensione crescente e di suoni stridenti: “E poi sanguina, sulla mia mascella, sul mio collo sul pavimento”. 

Il primo cambio di rotta arriva nella quinta traccia dell’album. “Drivers” parte con suoni che ricordano un modo particolare di suonare la chitarra, attraverso gli archetti da violino. Il testo è essenziale e quasi incomprensibile, un miscuglio di “Cadere in volo”, “Mi sembra di trovarlo, ma non dentro di me” e “Braccia intrecciate”. Nell’atmosfera triste non mancano però elementi spaventosi e synth noise. “Amaranth” riprende da dove si era interrotta “Slate”, stesse sezioni ritmiche, stessi suoni, tensione alle stelle, ma questa volta una voce più marcata. “Pure” è caratterizzata principalmente da batterie elettroniche veloci. In questa canzone, per la prima volta dall’inizio del disco, si riesce a percepire quello che sembra il suono di una chitarra, preso direttamente dai sottogeneri più sperimentali del metal. Il sangue, elemento sempre presente in questo disco, si mescola a delle urla terrorizzanti. In “Maria” il cantante fa i conti con un suo partner, con la loro relazione tossica e con il non essere abbastanza l’uno per l’altro. 

“Sleepless” utilizza dei suoni che ricordano vagamente delle campane, non fosse per tutte le distorsioni. Il cantante torna a sussurrare in quello che è il secondo momento più calmo di questo disco. In “Sun In” ci si trova ad affrontare quel sole che nella prima canzone del disco, faceva enormi giri pur di non sorgere. Non è un caso che nel momento in cui le luci dell’alba si liberano, tutte i deliri delle tracce precedenti svaniscono, “La città si ricompone” e “il sole illumina i miei occhi”. Questa è la traccia migliore del disco a livello concettuale, nonostante l’arrangiamento sia più semplice rispetto alle canzoni precedenti.

Voto: 8.6/10

/ 5
Grazie per aver votato!
Articolo Precedente

Gorillaz: La recensione di “Cracker Island”

Prossimo Articolo

Crushed: La recensione di “Extra Life – EP”

Latest from Recensioni