Newdad: La recensione di “Madra”

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Review

Voto
7/10
Overall
7.0/10
  • Newdad – Madra
  • 26 gennaio 2024
  • ℗ A Fair Youth

Le onde sonore d’oltre oceano arrivano fin qui incontrandosi e scontrandosi con chi è pronto a recepire e comprendere l’evoluzione. Tale comprensione è propria di “Madra”, l’album d’esordio dei Newdad, uscito lo scorso 26 gennaio per la Fair Youth. 

Partendo da Galway, 200 km a ovest di Dublino, Julie Dawson è riuscita a formare una band tutta sua, attraverso cui esprimere il proprio animo artistico ed emulare le fonti di ispirazione musicale come i Cure, gli Slowdive ed i Pixies. 

“Madra” vuol dire “cane” in irlandese ma le volontà del gruppo non sono quelle di rifarsi al folklore nazionalistico come uno Skinty Fia qualunque, piuttosto parlare di ansie struggenti e malinconia quotidiana. Etichettare i Newdad in un solo paio di generi sarebbe riduttivo e approssimativo ma, allo stesso modo, il compito di chi scrive è soprattutto incuriosire l’ascolto e facilitarne la comprensione: il suono creato dalla band è uno shoegaze pulito dalle sonorità sognanti del dream pop, il tutto sorretto dal chirurgico songwriting della cantante.

madre

Il disco esordisce col singolo Angel che si presenta già come una delle migliori tracce delle undici presenti. Il basso cantilenante e il riff acuto di chitarra reggono alla perfezione lo stato confusionale ma cosciente che vuole esprimere nel testo Julie: “You can swim around, But I don’t, Want you drown inside of me, It’s not fair to be your  responsability

Con Nosebleed si passa ad atmosfere più intime e oniriche, ad un sound che risveglia anima e corpo da un sonno profondo. Il tappeto sonoro sembra quasi un tributo alle torve composizioni di Badalamenti, avvolgendo l’ascoltatore in una coperta di calda flanella, confortevole ma disagiante allo stesso tempo. 

Let Go è l’altro singolo significativo dell’album che richiama melodie gotiche e cupe. Il testo infatti è ponte di dolore e separazione retoricamente fra la vita e la morte. Le difficoltà espresse nelle parole vengono poi accentuate dai suoni riverberati e ritardati della batteria, ricordando quasi le ansiogene ambientazioni dei Bauhaus in Bela Lugosi’s Dead.

Annebbiarsi con alcol e fumo per non pensare, superare un trauma o dimenticare, incolpandosi di quello che si perde seppur volutamente. In chiusura l’omonimo pezzo dell’album, Madra, parla di questo, ricreando scenari in cui chiunque può immedesimarsi. Inizialmente sembra di ascoltare una ballad sussurrata condita da chorus e synth immaginari, fino a quando non ci si imbatte in un ritornello distorto e incalzante, in cui il basso esprime il meglio di sé per i virtuosismi finali. 

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Ad oggi i Newdad offrono poco di nuovo alla scena ma la volontà di cambiare rotta è chiara e cristallina. La vera peculiarità è la destrezza dell’autrice nell’affrontare le tematiche dell’animo umano più nefaste: la solitudine, l’insicurezza, l’ansia e tutte quelle sensazioni disagianti che sono sempre più diffuse e radicate in noi. È come guardarsi allo specchio, osservando scrupolosamente i dettagli del proprio viso e memorizzarli così tanto da non riconoscersi più. Trovarsi e perdersi in un battito di ciglia. 

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