Pearl Jam: La recensione di “Dark Matter”

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Review

Voto
7.4/10
Overall
7.4/10

     

      • Dark Matter – Pearl Jam

      • 19 Aprile 2024

      • Monkeywrench Records/Republic Records

    “Il fatto di percepire di avere tempo a disposizione è un fattore determinante” ha dichiarato Eddie Vedder a proposito del presente e del futuro dei Pearl Jam, che con Dark Matter hanno fatto un percorso di rinnovamento e ritorno alle origini con il sostegno dell’ energico e versatile Andrew Watt.
     Il super fan, che durante le registrazioni ha indossato ogni giorno una maglia diversa della band, si è occupato negli ultimi anni di rivitalizzare e rinfrescare leggende del rock come Ozzy Osbourne, Iggy Pop e Rolling Stones.

    Già al lavoro con Vedder per Earthling, Watt compare anche nei credits per aver contribuito alle decisioni compositive. Raccogliendo le sue parole e quelle del quintetto di Seattle, l’immagine finale delle sessioni in studio è idealmente quella di un produttore che si cala nei panni del Jack Black di “School of Rock”, che fa di tutto per trasmettere l’energia del rock’n’roll ai suoi studenti. Ed è andata più o meno così, con Watt che incita Matt Cameron a picchiare sulla batteria oltre i limiti, rincorrendo un drumming alla Soundgarden.

    Pearl Jam - Dark Matter è un'occasione sprecata

    Il risultato è un album potente, che anche nei momenti più classici è arricchito dalle dinamiche di Cameron che “suona a squarciagola” ha sottolineato Vedder, aggiungendo che questo è “uno dei più grandi dischi di batteria” della band, consigliando di ascoltarlo “ad alto volume… molto alto”.
     In realtà il volume lo hanno alzato tutti, dando a questo dodicesimo lavoro un’identità condivisa tra tutti i membri, che da tempo non realizzavano un disco così “corale”, scegliendo insieme come dovesse suonare dall’inizio alla fine.

    Dopo un intro misterioso e sci-fi, Scared of Fear mette subito in chiaro che gli strumenti sono affilati e che la voce è all’altezza di un sound spinto. La successiva React, Respond ripropone la stessa forza, con un ritornello killer ma orecchiabile. Con Wreckage si torna al classic rock tipico dei Pearl Jam, abituati ad abbassare le distorsioni per creare narrazioni più sognanti e riflessive. Un brano che fa ricordare quanto anche i Foo Fighters (in questo caso viene in mente Wheels) abbiano sperimentato spesso formule classiche e orecchiabili alla Tom Petty.  L’intensità della voce nel bridge (“Holding on, holding out, holding you, holding on”) assolve il compito di accogliere la lotta contro l’oscurità.

    Dark Matter è un altro pezzo tiratissimo che soddisfa l’intento di Andrew Watt di far suonare i PJ come i Soundgarden o i Temple of the Dog. In sostanza la materia oscura è tutto ciò che, stando a quanto scrive Vedder, toglie il respiro o la luce dagli occhi, è l’intolleranza contro cui opporsi e in generale tutto ciò che di negativo circonda l’umanità. Le manopole del mixer orientano Won’t Tell verso il pop rock, con il finale che ricorda i The Cure più spensierati. 

     

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    Con Upper Hand invece si ha un assaggio di The Who ed U2 nell’intro, per poi aprire ad una semi ballad con chitarre hendrixiane, un ritorno alle sonorità di Ten.
     Sia Upper Hand che Waiting for Stevie sembrano arrangiate con un approccio live-oriented, tra assoli persistenti e un Matt Cameron da stadio soprattutto nei finali. Forse un po’ troppo per chi ascolta, per chi avrebbe voluto piuttosto una fuga psichedelica o nuove sperimentazioni. Nel secondo finale di Waiting for Stevie, però, c’è qualcosa di diverso, un frammento riverberato che potrebbe suonare bene in un nuovo capitolo solista del cantante.
    E poi c’è Running, poco più di due minuti di punk rock moderno dove nessuno dei componenti si risparmia, regalando ai fan l’ultima corsa frenetica del disco. In coda ci sono Something Special e Got to Give, che in uno degli ultimi album avrebbero figurato come riempitivi, ma qui la differenza la fa sempre la batteria, che arricchisce e spinge oltre la struttura da rock classico.

    La chiusura è affidata a Setting Sun, forse uno dei momenti più alti di Dark Matter. Qui tornano di nuovo in mente i Soundgarden e “Higher Truth”, l’ultima eredità solista lasciata da Chris Cornell. Poetica e intensa la conclusione (“We can become one last setting sun” / “Or be the sun at the break of dawn/ Let us not fade), una riflessione a cuore aperto e un “aggrapparsi” alla vita, per stare vicino alle persone importanti. Proprio recentemente il cantante ha dichiarato quanto sia strano non poter più godere della presenza di amici come Chris Cornell, e Setting Sun sembra una promessa per “chi non c’è più”, “ed è una cosa che ti spinge anche a rimanere in salute. Esserci per i tuoi figli. Fare buoni album. Noi potremmo averne in canna ancora uno o due”.
    Fino ad allora Dark Matter rimarrà uno dei lavori più riusciti in casa Pearl Jam, probabilmente tra i migliori degli ultimi diciotto anni.

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