Psychedelic Porn Crumpets: la recensione di “Fronzoli”

4 mins read
Fronzoli - Psychedelic Porn Crumpets

Review

Voto
7.8/10
Overall
7.8/10
  • Fronzoli – Psychedelic Porn Crumpets
  • 10 Novembre 2023
  • What Reality? Records

Avete presente gli Arctic Monkeys, soprattutto negli scanzonati esordi? Aggiungete una ricca dose di follia, un abbondante manciata di psichedelia, un pizzico di prog rock, il tutto condito con un ricco fuzz, ed otterrete l’ultima fatica del collettivo australiano. “Fronzoli” tende a maturare ancora di più il sound dei Psychedelic Porn Crumpets, riuscendo a confermare e migliorare quanto di buono fatto negli ormai dieci anni di carriera.

In questo seppur breve periodo il quintetto ha mostrato una certa prolificità, confermata dai sei album sfornati, con una media di più di uno ogni due anni. Tale abbondanza è rafforzata e avvalorata di lavori non mainstream provenienti dal continente Oceanico, a partire da Tame Impala, ma ancor più con gli eclettici King Gizzard & the Lizard Wizard, i quali hanno sublimato tale concetto raggiungendo quota ventincinque dal 2010. Queste ultime due band, insieme ai già citati indie britannici, hanno sicuramente influenzato il sound delle Focaccine Psichedeliche Porno, senza mai urlare al plagio.

La prima “Nootmare (K.I.L.L.I.N.G) Meow”, con un intro progressivo, introduce la voce di McEwan, esageratamente di Turner memoria, in alcuni passaggi quasi a volerla scimmiottare. Il brano risulta molto godibile, nei suoi intrecci barocchi, con una conclusione inaspettata negli ultimi dieci secondi (ascoltare per credere). La successiva “(I’m A Kadaver) Alakazam” segue la falsariga precedente, abituando l’ascoltatore a tali sonorità, con suoni di pregevole fattura.

Più cadenzata, con note acide e psichedeliche provenienti dai lontani anni Sessanta (un omaggio ai Beatles?), la traccia “Dilemma Us From Evil”, con i suoi tre minuti che scorrono senza intoppi. La “rilassatezza” prosegue ed aumenta con la seguente “Cpt. Gravity Mouse Welcome”, ulteriore eco dei mai dimenticati Sixties.

Si passa senza preavviso ad un hard rock eseguito magistralmente in “All Aboard The S.S. Sinker”, introdotto e concluso da spezzoni di dirette radiofoniche vintage.

A confermare ulteriormente l’ecletticità della band ci pensa “Hot! Heat! Hot! Heat!”, una più moderna punk song, piuttosto “storta” nella sua composizione. Di certo il pezzo maggiormente d’impatto nei live e probabilmente il più riuscito dell’intero album.

Con “Sierra Nevada” si sale su un ottovolante musicale, che a tratti rimanda agli Smashing Pumpkins di “Zero”, con echi dei più moderni, ma non per sonorità, Claypool Lennon Delirium. Una traccia granitica, solida e acida al contempo, che precede l’acustica breve, dolce ed intima “Illusions of Grandeur”, in cui si può apprezzare maggiormente la splendida voce di McEwan.

Dopo i primi trenta secondi senza senso, “Pillhouse (Papa Moonshine)” irrompe con un giro che rimanda molto a Bellamy e soci, completando il giro di citazioni e di generi toccati in questo mastodontico lavoro. L’ultima e più scanzonata “Mr. & Mrs Misanthrope” ci riporta invece ad un easy listening, soprattutto nella parte iniziale, con punte eccelse di prog e psichedelia ed un testo incalzante per metà brano ed enigmatico e sospeso sul finire.

Insomma, un’evoluzione quella dei cinque ragazzi provenienti dal più lontano luogo rispetto a noi europei. Un’evoluzione costante. Mai semplice, mai banale. Forse a tratti già sentita, ma mai copiata. Lunga vita all’alternative australiano.

/ 5
Grazie per aver votato!
Previous Story

Peter Gabriel: La recensione di “I/O”

Next Story

Tuesday Music Revival: Arctic Monkeys – AM

Latest from Recensioni