Sextile: La recensione di “Push”

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Review

Voto
7.7/10
Overall
7.7/10
  • Push – Sextile
  • 15 Settembre 2023
  • ℗ Sextile / Sacred Bones Records

Tre tizi piuttosto strambi ci si parano davanti, capelli pittoreschi e abito in pelle, non di certo il miglior outfit per combattere la fitta calura losangelina. Eppure ciò sembra non scalfirli minimamente, anzi, questi paiono vivere di sudore, di palpebre socchiuse e secchiate di musica a bucare i timpani, di arti inferiori mirati a pestare il dancefloor, mentre i rimanenti disegnano astrazione.

I Sextile sembrano i reduci di una serata al Berghain, pur vivendo da tutt’altra parte del globo. Nonostante ciò, quel che pulsa morbosamente dal nucleo di “Push” non si discosta di troppo dal sound che fuoriesce dal clubbing berlinese, dall’estremo bisogno di allineare fiato e battiti ai bassi sparati, mentre l’acido della trance alimenta il moto del corpo.

Non basta, però, ad inquadrare la proposta musicale degli americani, giunti al loro terzo tassello discografico dopo aver rimuginato su un certo tipo di electro-rock dalle radici ampiamente inzuppate in terriccio post-punk e noise (“Albeit Living”). Il risultato era un ibrido avvezzo più alle sferragliate chitarristiche, che all’irruenza techno e, forse, la pausa di tre anni – dal 2019 al 2022 – si è tramutata in uno spartiacque temporale fondamentale per la plasmazione di un sound fino ad allora ancora troppo acerbo e fuori fuoco.

sextile

“Push” onora il passato quasi ribaltandolo, finendo per dare il comando all’elettronica, ora leitmotiv totale del platter – le ballonzolanti pulsioni di “Contortion”, l’ossimorico contrasto tra i synth e la corporatura acid house della banger “New York” – mentre le corde vibrano nelle retrovie, facendo da impalcatura per il rave punk che straborda dall’impianto, frantumando i vincoli con gli aspetti spinosi della vita.

Negatività, insoddisfazione, inappartenenza vengono spazzati via quando “Crassy Mel” scomoda i Prodigy, coi beat graffianti e le vocals pungenti di Melissa Scaduto, gli scatti ferrosi della sei corde, le sgommate breakbeat che ingravidano lo svolgimento del pezzo, così come accade una volta messo piede sul disinibito treno deragliante di “Lost Myself Again”.

È “Crash” a tagliare in due l’album, tra reminiscenze synth pop e le venature indie e slowcore assemblate da Brady Keehn e Cameron Michel – subentrato al compianto Eddie Wuebben – mentre “Modern Weekend” scuote il tempo con afflati nineinchnailsiani di “Pretty Hate Machine”, prima di ricedere il passo all’acido made in Detroit di “LA DJ” e al synth punk perforante di “Plastic” e “Imposter”.

Il disco più audace del trio, una siringa di adrenalina contro l’oppressione della modernità. Non è solo una botta di sana elettronica, è un connubio di passioni borderline, di suoni che sfregano tra di loro e si fondono tra le scintille, in un rave cromato dal deserto e dal fuoco di chi un attimo prima distrugge una chitarra sul palco, poi riprende a ballare.

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