Shame: La recensione di “Food for Warms”

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La scena post-punk revival britannica, da cui sono nate band come Fontaines DC, Black Country New Road, Squid (per citarne alcune), ha oramai superato quella fase underground-provinciale, arrivando a trasmettere le proprie onde oltre i confini di Londra. Questo ha condotto i gruppi ad esibirsi in ogni parte del globo, dagli USA al Giappone, dall’Australia all’Europa, passando anche per i principali (e non) festival internazionali. “The Wind of change” è soffiato nel “duemila-e-ventidue”. Album come “Skinty Fia” e “Ants From Up There” si sono distinti per la loro maturità, aumentando così la distanza con i rispettivi esordi, “Dogrel” e “For The First Time”. Con “Food for Worms” gli Shame tentano di cavalcare l’onda del cambiamento, con l’obiettivo di raggiungere l’agognata maturità. 

Anticipato da tre singoli e da un calendario di gigs che da inizio marzo toccherà Europa+America (44 concerti in tre mesi), “Food for Worms” è il terzo album in studio degli Shame. Amicizia, rinascita e la fiducia negli altri sono solo alcuni dei temi trattati dal quintetto inglese, che si pongono in netto contrasto con un titolo dal sapore cinico e nichilista. Contrasto accentuato dall’artwork di Marcel Dzama, artista canadese famoso per le sue rappresentazioni surreali e dai tratti  fiabeschi. La produzione dei brani è passata attraverso il processo delle registrazioni dal vivo. Una prima bozza dell’album era già stata stilata nel febbraio dello scorso anno, periodo in cui la band trascorse circa due settimane in studio per lavorare a del nuovo materiale. Su YouTube possiamo trovare interamente la prima performance degli Shame alle prese con “Everything” (la futura “Six-Pack”) oppure “Fingers of steel”, datata 18 febbraio 2022, nel tempio della scena post-punk revival: il Windmill.

“Let’s be real, most of the bands that you like…they suck!” recita Charlie Steen in uno dei tanti spot promozionali postati su Instragram. “But here at Shame Inc. / We are giving you the rare opportunity to see a band that you like play good music”. La satira e il non prendersi troppo sul serio sono sempre stati tratti distintivi degli Shame. Ne sono la conferma questo ed altri spot pubblicati sui social a ridosso dell’uscita di “Food for Worms”. “L’azienda di Charlie” si è messa ciecamente a disposizione di Mark Ellis (aka “Flood”), già produttore di artisti di calibro internazionale come PJ Harvey, Nick Cave, U2, Depeche Mode e molti altri, che ha portato, come già anticipato in precedenza, una ventata di novità. Le radici rimangono sempre quelle del post-punk a cavallo fra 70s e 80s, con oramai influenze consolidate: “Fall”, i “Pavement”, l’energia della “Bandiera Rosa” oppure il “Wall of sound” dei Sonic Youth.

In “Food for Worms” ci sono momenti di chitarre graffianti (“Alibis” e “The Fall of Paul”), ma anche attimi dove gli Shame si abbandonano a soluzioni più morbide, senza però mai rinunciare ad un drumming martellante, muscoloso. L’arrangiamento di “Fingers of steel” ci fa subito intendere che siamo di fronte ad un mutamento, a partire dalla ricerca vocale di Charlie. “Six-Pack” è una cavalcata garage rock che spazza via tutto, portando via con sé anche i nostri desideri più selvaggi (“Now you’ve got Pamela Anderson reading you a bedtime story”). Lo stile di “Yankees” l’hanno preso in prestito direttamente dai Fontaines DC. Buona performance di Grian Chatten-“ah non è lui?!”. “Well, this time you feel that you’ve been found / But when you look there’s no one around”. “Alibis” ripercorre i territori di “Songs of praise”. Energia pura, uno dei pezzi migliori del disco. Il cameo nascosto di Phoese Bridges nei cori di “Adderall” impreziosisce il brano, ma poco rimane. “Orchid”, una ballata acustica che diverge sul finale in un muro di suono alla Sonic Youth. “Burning my design” segue lo stesso schema della precedente, una vera lezione di dinamica. La voce sofferta di Charlie (“I sold my life for you”) lascia spazio ad un cambio di ritmo che ci porta ad un finale frenetico, saturo, compatto. “Cambi il taglio di capelli, i vestiti, il tuo accento-” enuncia “Different people”. Il ritmo frenetico rispecchia alla perfezione la “smania” del cambiamento, ma conclude: “You say you’re different but you’re still the same”. “The fall of Paul” si rivolge ai ragazzini di oggi, la cui tecnologia ha facilitato la vita. “All the kids and the rats / They seem to scurry and crawl / They’re sliding through the cracks / They’re bound to fall”. “All The People” abbassa il sipario, una canzone dal sapore di “you can’t always get what you want”. Un finale perfetto per questo album. “All the people that you’re gonna meet / Don’t you throw it all away / Because you can’t love yourself” è la dichiarazione di amicizia di un gruppo di ragazzi poco più che ventenni, a cui piace fare musica, o come dicono loro “buona musica”. Ed io sono d’accordo con loro.

Il vento del cambiamento ha toccato anche gli Shame. “Food for worms” ha sicuramente buone soluzioni, tuttavia risulta un album di transizione verso nuovi orizzonti. Ma come si dice in queste situazioni “chi ben comincia è a metà dell’opera”.

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