Slowthai: La recensione di “Ugly”

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  • Slowthai – Ugly
  • 28 Ottobre 2022
  • ℗ Method Records / Universal Music Group

Gran parte delle sfaccettature della scena alternative britannica confluiscono nel nuovo LP dell’una volta rapper di Northampton. Nonostante dopo l’ascolto dei primi secondi della prima traccia si potrebbe pensare ad un album profondamente radicato dentro i confini dell’Hip-Hop, quello che si scopre lungo l’ascolto delle canzoni successive è che, “Ugly”, è ben altro. Ogni traccia di questo disco è intrisa di punk, indie, synth ed elementi appartenenti a sonorità industrial. Ad aiutare l’MC inglese accorrono personaggi parecchio di spicco nella scena UK. Tra i vari, i più importanti sono sicuramente i “Fontaines DC” e “Sega Bodega”, che aveva prodotto parte dell’ultimo disco di “Caroline Polachek”. I testi raccontano di autodistruzione, la paura nel diventare padre, egoismi ed omicidi. 

“Yum”, traccia di apertura dell’album si apre con synth pulsanti e il rap di slowthai, tra deliri di egocentrismo e campionamenti di urla. In “Selfish” abbiamo la prima prova della direzione verso cui questo disco sta virando. Tra 808 e sintetizzatori distorti, spiccano sezioni ritmiche punk e linee di basso potenti. “Sooner” parte con un arrangiamento scarno, come solo nel punk si può sentire. Al posto di un classico basso, qui si opta per dare tutto lo spazio alle 808. È una canzone apparentemente più allegra rispetto alle precedenti, almeno dal punto di vista melodico. Perché dal punto di vista del testo invece si parla del non sentirsi all’altezza del mondo, del non fidarsi di nessuno, del fare qualsiasi cosa per il raggiungimento di uno scopo di cui non hai bisogno. “Feel Good” mischia bene bassi distorti e chitarre cruncy su una ritmica elettronica, mentre in “Never Again”, costituita da toni Lo-fi, ci è concesso di fermarci un attimo per respirare.

“Fuck It Puppet” è tutta Hip-Hop, quello più puro. “HAPPY”, una delle tracce migliori di questo disco, mischia il modo classico di rappare a batterie punk e chitarre cupe dal suono pulito. Gran parte del groove è composto da basso, molto presente nella traccia e la batteria. Il cantante parla del valore della felicità. “UGLY” è probabilmente la traccia più melodica. È costituita da un pattern nebbioso di chitarre distorte e sintetizzatori, trasportati dalla solita sezione ritmica, che a questo punto del disco si è completamente convertita, da drum machine a batterie acustiche. Slowthai non perde il suo stile da rapper, anzi lo incastona dentro una performance perfetta, liberandosi nelle urla del ritornello. 

In “Falling” assistiamo all’ennesima svolta di questo disco. Suoni modulari e chitarre piene di effetti preparano il terreno per un testo che parla di abbandono. “Wotz Funny” tra storie di madri single che lavorano 14 ore al giorno e insegnanti costretti a fare i senzatetto, nasconde la paura del non essere in grado di diventare padre. In “Tourniquet” veniamo accolti dal piano forte, elemento non ancora utilizzato nel disco. La traccia presenta svariate sfaccettature acustiche, che lasciano a slowthai l’arduo compito di esprimere attraverso urla e voci senza emozione alcuna la disperazione di questa canzone. “25% Club” mette in campo percussioni legnose e una chitarra classica. Parla dell’eterna ricerca da parte di ogni persona, del pezzo mancante del puzzle. Quella cosa che ci renderebbe completi al 100%.

Voto: 6.5/10

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