Sprints: La recensione di “Letter To Self”

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Review

Voto
8/10
Overall
8.0/10
  • Sprints – Letter To Self
  • 5 Gennaio 2024
  • ℗ City Slang

L’ondata di revival Post-Punk, che sembrava aver raggiunto il picco nel 2022, con artisti del calibro dei Fontaines D.C. non ha alcuna intenzione di eclissarsi. La dimostrazione è “Letter To Self”, il perfetto album di debutto degli “Sprints”. Con 11 tracce esplosive, il quartetto di Dublino, corona un percorso, segnato da ottimi EP e incredibili capacità nelle esibizioni dal vivo.

Sulla matrice alt-rock che traccia il profilo del disco, la band trova ampio spazio per sperimentare suoni che spaziano dal Garage-Punk al Noise-Rock, strizzando l’occhio a tratti distintivi della prima ondata Grunge. Questo uragano di suoni profondamente energici crea l’involucro perfetto per un LP che naviga a fondo in insicurezze e interrogativi esistenziali (Forse vivere è facile / Forse lo è anche morire). È come se, nel caos generato da suoni graffianti e atmosfere cupe, la band trovasse un luogo di pace per risolvere i propri problemi.

L’intero disco è nato dalle sole menti dei membri della band. O’Reilly, Callan, Chubb e McCann, si sono poi affidati al produttore Daniel Fox (Ryan Beatty, Gilla Band, Slow Hollows). 

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Il sipario si apre con un susseguirsi di colpi di batteria, che scandiscono suoni ripetitivi di chitarra e voci cupe, inghiottite da atmosfere caotiche. “Ticking” non mostra il lato esplosivo della band per quasi tutta la sua durata, finche sul finale non emergono pattern pirotecnici a supporto di chitarre graffianti e linee di basso corpose. 

“Heavy”, uscita come singolo due giorni prima del disco, è ansiogena. “Non riesco a dormire / Riesco a malapena a respirare”, canta Karla, mentre le chitarre filtrate sferrano strumming incredibili. 

In “Cathedral” l’inquietudine prende forma in urla disperate della Chubb, mentre gli arrangiamenti virano verso connotazioni punk. In “Shaking Their Hands” i suoni si puliscono, e le voci si assottigliano. Sulle sfaccettature grunge di questa traccia, a dare la meglio è la sezione ritmica che guida passo per passo il resto della strumentazione, abbandonando i pattern delle tracce precedenti. “Mi aiuteresti a fermare le urla” urla Chubb, tra i tichettii generati dalle corde mutate delle chitarre in “Shadow of a Doubt”. L’intera traccia è un crescendo emotivo che sfocia in distorsioni e disperazione, prima di chiudersi come è iniziata. 

Ecco nuovamente sentori grunge, nella scelta dei suoni delle chitarre acustiche di “Can’t Get Enough of It”. Durano poco, appena il tempo di far entrare il resto della band. Nello strumming ripetitivo, ritornano alcuni concetti che la frontwoman aveva già esplorato nelle tracce precedenti. Se la strumentale placa, almeno per poco, quella sensazione di ansia che pervade l’intero disco, il testo fa l’opposto. “Non riesco a sognare / Non riesco a dormire / E non posso andare via” canta Karla. 

“Literary Mind” è più leggera, mentre “A Wreck (A Mess)”, torna potente come non mai, come se i quattro minuti e mezzo non fossero mai esistiti. Quello che emerge però, è che in quest’ultima parte del disco le atmosfere cupe iniziano a svanire lentamente lasciando spazio a melodie sgargianti e chitarre squillanti. 

Il disco si chiude con la title-track, che ritorna ad atmosfere iniziali, con voci a metà fra post-punk e spoken-word.

Non si può dire con esattezza che ruolo andrà a ricoprire fra i migliori dischi del 2024. Quello che si può però dire è che “Letter To Self” ha tutte le carte in regola per competere con le grandi uscite previste per quest’anno.

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