Art Rock

Erotic Secrets Of Pompeii: la recensione di “Mondo Maleficum”

  • Mondo MaleficumErotic Secrets Of Pompeii
  • 25 Gennaio 2024
  • Deaf Endling Collective

Quando si dice che il buongiorno si vede dal mattino: risulta splendente l’esordio dei britannici Erotic Secrets Of Pompeii. Estro, pazzia, tecnica si fondono per creare un sound che intinge il proprio essere nel post-punk dei Fontaines D.C., la schizofrenia dei Black Midi, la follia creativa dei Mr. Bungle, l’acidità dei Primus. Un mix quantomai azzeccato che si esalta nelle dieci tracce che compongono “Mondo Maleficum”, un album che saprà accontentare palati diversi. Ma l’approccio deve essere consapevole, con le dovute istruzioni per l’uso, altrimenti rischia di diventare troppo complesso ai più e strizzare troppo l’occhio alla dance per i più esigenti.

“Osiris at the Large Hadron Collider” parte con un classico riff di chitarra che si potrebbe ascoltare in un disco dei Franz Ferdinand. Ma la voce di Thomas Hawtin accompagna l’ascoltatore in un vortice di stranezze, degno del miglior Mike Patton.
Già il giro di basso che introduce “The Wheel, the Spade, the Stars in Motion” mostra un altro percorso rispetto al precedente, dove la chitarra ricorda a tratti LaLonde, mentre la batteria prosegue il viaggio post-punk che li contraddistingue. E già ci troviamo di fronte ad una prima gemma.
L’inizio della terza “Faustina Filmed in Psychorama” ricorda i francesi We Insist!, con questo fare cadenzato accentuato dai vocalizzi. Un’altra freccia ben scagliata, dritta al centro del bersaglio.
La successiva “Venus Ascending” sembra tratta da un nuovo album degli Arctic Monkeys con la partecipazione di Mike Patton alla voce e con l’assolo di chitarra di David Gilmour. Questo strano trio suona a meraviglia, mostrando tutta la qualità della band.
Più sinuosa, ma al contempo acida e psichedelica, “Bad Weather at Beachy Head” si differenzia ulteriormente dal resto dei brani: questa mistione di suoni si fonde ancora di più qui, confondendo e sorprendendo l’ascoltatore, ormai in balia degli eventi.
Il picco di stravaganza viene raggiunto con “Utterly Rudderless”, un raro esempio di follia lucida contemporanea. Il vero capolavoro in mezzo a tante perle.
Segue egregiamente “Crocodilian”, quasi a voler ribadire che, anche se probabilmente si è raggiunta la massima vetta, le altre sono quasi tutte allo stesso livello. Più lineare della precedente, ma complessa nella sua interezza.
“Tenderness Has Failed Me” è sicuramente una delle più ascoltabili, senza troppi scossoni. Attenzione, ciò non significa banale, un termine che difficilmente potrebbe essere associato agli Erotic Secrets Of Pompeii.
Nemmeno il tempo di abituarsi ad un terreno stabile che si viene catapultati in atmosfere noir, con una sorta di acid blues a luci soffuse. “Auguries and Auguries” è geniale, soprattutto perché spezza il ritmo dance al quale ci si era abituati.
La chiusura in poco più di tre minuti di “The Unstitching of Everything” è degna dell’intera opera: sembra quasi uscita da un musical rock: una sinfonia che completa un puzzle quasi perfetto, con una conclusione quasi sospesa, come se volesse tracciare la strada per lavori futuri.
Buona la prima è un’espressione riduttiva per questo album, impeccabile sotto ogni punto di vista. Poco più di mezz’ora che vola come se fossero passati solo pochi minuti.
Ora le ipotesi sono due: rischiare una clamorosa perdita di quota a discapito delle aspettative, oppure consacrare ancor di più questo debutto con un’opera che porterà il quintetto inglese nell’olimpo dei grandi.

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Chartreuse: La recensione di “Morning Ritual”

  • Chartreuse – Morning Ritual
  • 10 Novembre 2023
  • ℗ Communion Group Ltd

Nel titolo “Morning Ritual” captiamo un senso di rivalsa verso tante cose, ci sentiamo dentro l’orgoglio di aver finalmente trovato la propria strada – gli Chartreuse sono, effettivamente, in attività dal 2014, ma solo oggi arriva il loro primo full-length – osiamo palpare tutto lo sfogo – e il sollievo – del post pandemia; insomma, questo disco rivendica una routine riconquistata, con tutti i suoi problemi di sorta, la monotonia delle gestualità ripetute all’infinito, i dialoghi stereotipati con la società, le taglienti ferite dell’animo, i pensieri che svolazzano e impregnano gli occhi assorti.

Gli Chartreuse debuttano eviscerando le loro emozioni più genuine, le piazzano sullo spartito e ce le fanno toccare, provare per credere. D’altronde, dagli esordi in duo di Michael Wagstaff e Harriet Wilson, impegnati – ma non troppo – a proporci un folk dall’identità ancora latente, sono passati nove anni, impiegati a trovare la chiave o il grimaldello per scassinare quella dannata porta, ora varcata e parcheggiata alle spalle, grazie anche agli inserimenti nell’ensemble di Rory Wagstaff dietro alle pelli e di Perry Lovering ad animare basso e tastiere.

Tutto è completo. Location: la fumosa Birmingham. Eppure non troviamo refusi industrial o atmosfere soffocanti. Qui c’è armonia, eleganza, sottile malinconia. C’è pacatezza indie pop, sparsa come un effluvio dall’andante leggerezza di “All Seeing All The Time”, c’è pragmatico art-rock bass driven (“Backstroke”) richiamante i Radiohead post “Hail To The Thief” – “Switch It On, Switch It Off” fa il filo a “In Rainbows” – e anche quelli dello spartiacque Kid A/Amnesiac, spalmati sulle languide tessiture elettroniche di “Are You Looking For Something”.

Rimane quell’esigenza folk che perdura dagli esordi e che invigoriva la corporatura dei buoni EP, si sprigiona con grazia tra i rintocchi pianistici della title-track, o tra le acque meste di una “Agitated” che ci risveglia in testa la delicatezza di Damien Rice.

La duplice vocalità della Wilson e di Michael Wagstaff è di una complementarità naturale, toccante per quanto bella, e viene fuori dirompente tra le sentite plettrate di “Never To Be Real” e tra gli strozzati colpi di batteria che collegano “Whippet” alle armonie dell’art-rock.

Una dualità che, sul suolo italiano, ritroviamo nei romani Mòn, padroni anch’essi di una proposta musicale che tanto deve all’indie, ma anche – e soprattutto – al rock alternativo più studiato e minuzioso.

“Morning Ritual” tocca con una carezza e rimane con il marchio di uno schiaffo, un lavoro raffinato e gentile, figlio della visceralità dei sentimenti, quelli che pulsano durante la quotidianità e che sussistono strenuamente, a prescindere da tutto il resto, per farci continuare ad adorare ogni singolo particolare della vita.

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