Black Country New Road

Black Country, New Road: La recensione di “Ants From Up There”

È con una triste notizia che si apre l’uscita del sophomore di uno dei gruppi più ricercati nella nuova ondata britannica: il frontman Isaac Wood lascia il gruppo, a fronte della necessità di staccare dal mondo a cui i Black Country, New Road sono approdati con forza e irruenza. Il folto gruppo di Cambridge scrive e registra il suo secondo album nel corso del biennio pandemico, dopo un importante avvio ottenuto con l’ottimo For the First Time, affiancando per suoni e modalità a quella serie di gruppi che si muovono tra post-punk e talk singing, con sprazzi di post-rock ed elementi sperimentali quali Black Midi (di cui sono anche amici), Squid e Shame.

Ants From Up There

Uscito il 4 febbraio 2022, anche questo per Ninja Tune come anche il fortunato esordio, Ants From Up There mostra dietro la copertina disegnata dall’artista Simon Monk un totale di 10 tracce, che occupano quasi un’ora di ascolto. L’ascolto continuato della produzione degli Arcade Fire sotto pandemia, in particolare della bassista Tyler Hyde, sembra aver messo una buona mano su quelli che sono gli arrangiamenti del disco, ma non mancano altri tipi di artisti tra le influenze, come ad esempio Frank Ocean.

Concentra su di sé il concept dell’album l’aereo Concorde, ossia un jet supersonico anglofrancese ormai non più in funzione, rappresentato anche in cover da Monk, e che dà nome a un brano della tracklist e un senso a quel titolo immaginifico; un incidente di linea rese celebre in negativo l’aereo in questione, che ora partecipa alla metafora di un album scuro, ricco ma accompagnato dagli spettri di una mente pervasa.

Rispetto alla prima opera del gruppo, l’overture è Intro di soli 54 secondi, ma che ben si presta al mood del disco, viste le sue linee ipnotiche ma dirompenti. Punto forte della scrittura dei testi è il citazionismo assai variegato, ad esempio verso il famoso tabletop game Warhammer 40.000 (“Chaos Space Marine”) o verso altri artisti (Billie Eilish in Good Will Hunting o Charlie XCX, seppur più velato, in Basketball Shoes) o addirittura personaggi storici (il re Henry VIII in Snow Globes).

Il songwriting è alquanto profondo, scava nelle incertezze che lo stesso cantante stava affrontando durante la scrittura dei brani ed è più prolisso, ai limiti di un flusso psicologico; le emozioni sono nette ed emerse in superficie, giovanili ma più mature, che anche gli arrangiamenti vogliono manifestare tramite suoni ampi, a volte assai cupi (ad esempio l’arpeggio presente in Bread Song, quasi tendente all’emo come anche Good Will Hunting).

In Haldern, un wall of sound incontra come in un ballo gli altri strumenti, come il riff incalzante della violinista, il sax e il pianoforte. La suite finale, anticipata dalla lenta e dolce Mark’s Theme che funge da sorta di lungo interludio, si compone di tre brani che occupano da soli quasi metà album: The Place Where He Inserted The Blade ha un refrain quasi cantabile, è dolce e impetuosa allo stesso tempo; il pathos cresce e comincia a diventare spasmodico, al limite della frenesia in Snow Globes, e torna a ondeggiare nella più ambientale Basketball Shoes. La catarsi passa attraverso una produzione più solenne, ricca come identità e annidata nelle tenebrosità dell’animo di Wood e dei suoi compagni, i quali coi propri strumenti sembrano voler dare un segno della personalità di ognuno di loro.

I Black Country, New Road sono solo all’inizio, e nonostante il trauma dell’abbandono del cantante e musicista lasciano un album pieno, soddisfacente, che avvalora i tratti dello stile del genere in cui è inserito e ispessisce la caratura del progetto. Il concept e la strutturazione del disco sono pensati e omogenei, già più maturi del loro ottimo primo album. Si vedrà come andrà da qui in avanti dopo lo shock dell’uscita del cantante dal gruppo, ma la band inglese ha dato già valide dimostrazioni e idee precise.

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Black Country, New Road: La recensione di “Live at Bush Hall”

Il 2022 ha rappresentato un vero anno di svolta per la band inglese. A cominciare
dall’abbandono di Isaac Wood a causa di problemi di salute mentale, avvenuto
proprio a ridosso dell’uscita del secondo disco in studio “Ants From Up There”. Il
successo che si è portato dietro questo lavoro, elogiato ad unanimità dalla critica,
non ha distratto il resto della band, messa di fronte alla Scelta: andare avanti o
chiuderla qui? The show must go on!

  • Tyler Hyde (bass guitar, backing vocals, lead vocals)
  • Lewis Evans (saxophone, flute, lead vocals)
  • Georgia Ellery (violin, backing vocals)
  • May Kershaw (keyboards, piano, backing vocals, accordion, lead vocals)
  • Charlie Wayne (drums, backing vocals)
  • Luke Mark (guitar, backing vocals)
  • Isaac Wood (lead vocals and guitar) – uscito dalla band nel febbraio 2022

La prima volta che vidi un live dei BCNR percepì una enorme energia provenire da
questi ragazzi. Guardate i loro occhi. Soffermatevi sui loro sguardi. Le loro anime
danzano al ritmo dei loro strumenti. In ultimo, ma non certamente per importanza,
vi è una grande amicizia che li lega fra loro. Ed è stata proprio quest’ultima a salvare
i BCNR dal loro scioglimento, perché alla fine questo sono, un gruppo di amici che
vogliono semplicemente fare musica. The show must go on!

Febbraio 2022. I BCNR orfani di Isaac decidono coraggiosamente di lasciarsi alle
spalle tutto il repertorio cantato da Isaac (da ricordare che il primo album “For The
First Time” era stato nominato per il Mercury Prize 2021 e anche il già sopracitato
“Ants From Up There” avrebbe poi riscosso un buon successo nel corso del 2022) e
di rinchiudersi in studio per lavorare a del materiale totalmente originale,
cancellando i live in programma nei prossimi mesi. Il processo è stato folle e veloce,
la scrittura è stata affidata a chiunque membro della band avesse un’idea. Questo

ha portato ad avere un set con brani scollegati fra loro. Tuttavia, la qualità che ne è
uscita è talmente alta da mandare in secondo piano questo “difetto”, se così si può
definire.

In tutti i testi si respira la figura errante di Isaac. “Torna a ridere di nuovo delle tue
stesse canzoni” canta Tyler in “Laughing Song”, ma anche in “Across the Pond
Friend”, cui Lewis sogna di rivedere il “suo amico dall’altra parte dello stagno” e di
abbracciarlo ancora una volta. Gli esempi si sprecano. Il grido di amicizia di “Up
Song” riecheggia in tutta la Bush Hall: “Guarda cosa abbiamo fatto insieme, BC, NR
amici per sempre”. Il disco abbandona i suoni cupi e le distorsioni dell’esordio (per
questa ragione la chitarra emerge poco, tuttavia Luke fa un ottimo lavoro di
accompagnamento), rielaborando alcuni elementi del precedente “Ants From Up
There”. Si alternano momenti di pura energia a momenti lenti, come la bellezza
disarmante di “Turbines/Pigs”, circa nove minuti per una suite struggente in cui la
voce di May Kershaw tocca vette celestiali. Il racconto dal sapore Tolkieniano di
Robin ,“The Boy”, tra foreste, talpe e cervi solitari, alla ricerca di una cura per le sue
ali rotte. La qualità delle registrazioni è talmente alta che quasi non si percepisce che
la performance in realtà è dal vivo di fronte ad un pubblico. Le canzoni hanno
dinamica, un “roller-coaster” di suoni ed emozioni, che non stucca mai, arrangiato
sempre con garbo, stile ed originalità. La partenza di Isaac non ha scalfito la
macchina dei BCNR. Nella Bush Hall sono tutti sono a loro agio, liberi e creativi. Tyler
si trasforma in direttore d’orchestra, dettando il ritmo sincopato nella prima parte di
“I Won’t Always Love You”. Brano impreziosito anche dal suono arabeggiante del sax
di Lewis. Questo disco è la batteria di Charlie. L’uso importante dei piatti in
“Dancers” unito al suo controcanto rabbioso spazza via ogni cosa, un grido
liberatorio che satura la sala e lascia spazio al coro ancestrale di Georgia e May, che
ci traghetta verso “Up Song (Reprise)”. La conclusione riprende il tema del principio,
come a chiudere il cerchio. Una metafora di un grande abbraccio dei BCNR attorno
al loro amico… Isaac Wood.

VOTO: 9/10

/ 5
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