Elettronica

Justice: la recensione di “Hyperdrama”

  • Hyperdrama – Justice
  • 26 Aprile 2024
  • Genesis/Because Music

Portatori sani del french touch, estimatori dei Daft Punk, il duo sperimentale prosegue un cammino che va avanti da oltre vent’anni. Il loro sound ampiamente riconoscibile ha subito alcuni cambiamenti negli anni, con il granitico ed entusiasmante esordio, seguito da uno scivolone del secondo “Audio, Video, Disco”, con un disastroso richiamo al progressive anni ’70, fino al ritorno ad un sound più elettronico e dance in “Woman”. Sono questi quindi i loro marchi di fabbrica, così come la croce che non li abbandona mai negli anni. Il duo parigino decide quindi di coniare il tutto in “Hyperdrama”, senza però deludere e riavvicinandosi con cautela ai fasti di “Cross”, non più lontani anni luce. In questa ultima opera, inoltre, non mancano le collaborazioni.

Si parte con Kevin Parker, leader dei Tame Impala, che fa decollare l’album, con la prima scanzonata e danzante “Neverender”. La dance settantiana emerge in tutto il suo splendore.

Justice

Con “Generator” si torna a melodie più familiari: un brano che strizza l’occhio ai due “Phantom” ed a “Genesis” del primo album. Un vero gioiello di quasi cinque minuti.

La soave voce di Rimon spezza il duro ritmo iniziale di “Afterimage”: la traccia prosegue senza bruschi tornanti, in un percorso piacevole ma senza tratti memorabili.

La successiva “One Night/All Night” segue la falsariga iniziale, con i medesimi ospiti, mentre “Dear Alan”, che con i suoi cinque minuti e mezzo è la canzone più lunga di “Hyperdrama”, è l’apice il manifesto del french touch: il jingle televisivo iniziale si apre in un continuo crescendo, fino a maturarsi entro il primo minuto. L’intero pezzo gira intorno a questi suoni, intervallati da bridge sintetici che interrompono la melodia centrale. Si sente che i Justice sono molto ispirati in questo nuovo album.

Questa originalità traspare ancora di più in “Incognito”, dove la partenza eterea lascia brevemente spazio ad un tappeto elettronico che mixa egregiamente synthwave e progressive, toccando vette non lontane dal “disco con la croce”. Perfetta la chiusura soffice, collegata in modo lineare con la successiva “Mannequin Love”, in compagnia degli inglesi The Flints.

L’eco di Brian Eno è inconfondibile in quella che a tutti gli effetti potrebbe essere un intermezzo, ovvero “Moonlight Rendez-Vous”. Sembra quasi un intro della seguente “Explorer”, composta con l’ausilio di Connan Mockasin, in pieno stile cinematografico, come fosse una colonna sonora di un thriller.

Arriva poi un trittico, che andrebbe ascoltato tutto d’un fiato: l’apertura sognante viene bruscamente stroncata da un synth rumoroso e prepotente, per poi aprirsi nuovamente fino alla successiva interruzione, in cui sembra che il tempo venga scandito dal bip di un elettrocardiogramma. Questo è il canovaccio di “Muscle Memory”, un susseguirsi di saliscendi in pieno stile ottovolante. E se “Harpy Dream” funge da ponte tra i due estremi del trio, “Saturnine” si presenta sensuale, così come la voce dell’altro ospite Miguel. Particolari sono le interruzioni costanti di quello che sembra il campanello tipico dei desk degli hotel.

“This is the end” diceva Jim Morrison, e mai più azzeccato poteva essere il titolo ed il sound finale dell’opera. Insieme all’ultimo featuring Thundercat, Gaspard Augé e Xavier de Rosnay creano una chiusura secca e asciutta, con rimandi ai migliori Royksopp.

Graditissimo ritorno che fa sempre ben sperare. Lunga vita all’elettronica d’autore, lunga vita ai Justice.

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Karry G: Qualche domanda alla DJ e Producer Ucraina

Spesso non ci soffermiamo mai ad ascoltare ciò che le terre dell’est propongono in ambito musicale. Forse perché non siamo abituati a certe tipologie di suoni, o per un pregiudizio. Eppure anche quel lato di mondo spesso sforna artisti molto interessanti. Questo è il turno di Karry G. La Dj e Producer, nata in Crimea nel 1990, ha iniziato a muovere i primi passi nella musica molto presto, con lo studio del pianoforte. Il punto di svolta arriva però nel momento in cui entra in contatto con la musica elettronica, internazionale e non. 

Abbiamo avuto modo di fare qualche domanda all’artista. 

È passato quasi un anno dal tuo primo singolo e hai creato una buona fanbase. Come sei cambiata a livello personale e come è cambiata la tua percezione sul mondo?

Sono sicuramente più concentrata, la musica, soprattutto quando hai concerti e serate ti porta via molto tempo. Ho anche una responsabilità verso il mio team. Non posso deluderli. Continuo il mio percorso di crescita sia a livello personale che professionale, ad esempio, ora stiamo lavorando per creare una mia immagine a livello globale. È come iniziare tutto da capo. Ma è molto stimolante.

Oltre al suono, punti molto anche sull’aspetto. Creare un’atmosfera giusta sembra una cosa molto importante per te. Come si sviluppa questo lato del tuo lavoro?

Ho una stilista nel mio team, Aisha Mileyskaya, che si occupa di tutto. Mi conosce bene, sa cosa mi piace e non mi piace e cosa potrebbe funzionare meglio a livello visivo. Ha un ottimo senso della moda e crea abiti straordinari che calzano a pennello con le mie esibizioni. È una cosa molto importante, perché è uno dei punti chiave della mia immagine come artista. 

Tra le tue influenze all’inizio di questo percorso ci sono personaggi come Armin van Buuren. Oggi cosa stai ascoltando? 

È sempre difficile trovare un genere in particolare. Dipende molto dall’umore. Se guardassi alla mia playlist mi piace spaziare. Passo dalla Lounge al pop a brani da discoteca. 

Ad oggi sono già uscite diverse tracce. L’ultimo singolo “Spectrum” è uscito quasi due settimane fa. Hai riscosso un ottimo successo, soprattutto considerando che sei all’inizio della tua carriera. Come vieni vista nel tuo paese d’origine? Cioè c’è un sentimento diverso rispetto all’estero. 

Bene o male tutte le uscite hanno portato ottimi risultati e continuo a ricevere ottimi feedback dalla fanbase che sono riuscita a creare fino ad ora. 

Ultima domanda. La stagione estiva è forse quella più impegnativa per chi fa il tuo lavoro. Quali programmi hai?

Per il momento mi limito a dire che stiamo lavorando su nuova musica e stiamo preparando davvero tanti contenuti. Restate in allerta perché arriveranno nuovi suoni freschissimi.


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Lunar Dreams: La recensione di “Touched the Ground”

  • Lunar Dreams – Touched the Ground
  • 30 Aprile 2024
  • ℗ Diffuse Reality

Sonorità Elettroniche e ritmi Downtempo si intrecciano in “Touched The Ground”, il primo EP dei Lunar Dreams. Il duo, composto dal produttore/musicista Chris Blakey e l’artista italiana Ilona Dell’Olio, nasce a Fuerteventura, nelle Isole Canarie. Questo è un punto chiave nel panorama sonoro dei loro progetti, perché tra le influenze vocali a metà fra Portishead e Massive Attack, si incrociano produzioni elettroniche che arrivano proprio dai paesaggi vulcanici e rocciosi di quella zona, che non sembrano di questa terra. Se Ilona Dell’Olio è, relativamente, una nuova scoperta in ambito musicale, nel caso di Blakey, la situazione è un po’ diversa. Il produttore inglese, ha collaborato con artisti molto importanti nella scena britannica, passando dai Death In Vegas a Nick Cave e Warren Ellis. 

Touched the Ground
Foto di Ettore Maragoni

In “Touched the Ground” l’elettronica si fonde all’arte, altro tassello fondamentale del duo, importato da Ilona Dell’Olio, pittrice che ha collaborato con diverse gallerie tra Olanda e Italia. Ad aprire il disco è la title-track. “Touched the Ground” è un delicato tappeto di melodie di piano, sfarfallii di sintetizzatore e suoni ambientali, che avvolgono in maniera perfetta le calde voci dei due artisti. Prima che i breakbeat entrino da protagonisti su questa traccia, Blakey si districa fra linee vocali, pesantemente radicate nell’ambiente indie-rock britannico. “The Flames” è la ricetta perfetta del Trip-Hop. L’apertura su cui sono impilate delle strutture percussive esotiche se confluiscono nel breakbeat principale su cui le stratificazioni vocali trovano il punto perfetto per svilupparsi, in quella che è probabilmente la traccia più forte di questo disco. 

Mentre i suoni di “The Flames” si inacidiscono, aprono il passaggio a “Dissolve”. La traccia rallenta ancora di più rispetto alle precedenti, trasformandosi in una ballad dai suoni sfocati. Su “Collate” gli echi nelle voci di Dell’Olio, esplodono in ampie strutture di percussioni che sembrano uscire da “Protection” dei Massive Attack. La sezione ritmica ne esce ancora una volta da protagonista, i breakbeat e la corposa linea di basso trasformano tutto il resto in superfluo, eccezion fatta per la voce, che si muove squisitamente tra gli acidi accenti di synth e le batterie elettroniche. Il progetto rimane sulle sonorità trip-hop della prima metà degli anni novanta anche sulla traccia di chiusura. “The Framework” è intrigante e calda. I suoni cadenzati creano un’atmosfera quasi cinematografica, mentre le voci malinconiche di Dell’Olio giocano a nascondino con la strumentale, prima di unirsi a quelle di Blakey sul finale. 


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Nia Archives: La recensione di “Silence Is Loud”

  • Nia Archives – Silence Is Loud
  • 12 Aprile 2024
  • ℗ Hijinxx / Island

Il culto della nicchia – o, se vogliamo tenerci più larghi, di quello che si tiene ben fuori dal mainstream – può essere una brutta bestia: da un lato l’amore sconfinato per ciò che non è per tutti, l’adorazione per quel fiore che cresce solo all’ombra della più grossa e appariscente aiuola; dall’altra, invece, l’impossibilità di veder emergere quel genere sulla superficie del burrascoso e popolato oceano del music business.

Eppure ci sono artisti che, anche se per un piccolo frangente di tempo, riescono a spingere in alto quel rametto staccato dal gargantuesco albero della musica, sollevandolo alla pari di tutto il resto, con perseveranza, qualità compositiva e, diciamocelo, con la giusta dose di attributi.

Nia Archives ha divorato i libri della jungle music come fossero il suo ultimo pasto della vita, assorbendo i ritmi, allineando i battiti del suo cuore agli stop&go della drum and bass. Un percorso di vita, dalle radici giamaicane portate in giro per il Regno Unito, tra Leeds e Manchester, fino a quel Headz Gone West, EP autoprodotto, che ha lentamente iniziato a seminare il verbo.

Sembra essere passata un’eternità da quest’ultimo, eppure il lasso di tempo è piuttosto breve: in soli tre anni Nia Archives si è portata a casa diversi premi nazionali, ha accalappiato la critica ed ha conquistato un opening act per la data di Londra del Renaissance World Tour di Beyoncé. Un’abilità fuori dalla norma nel remixare – vedasi le riproposizioni di “Baianá” e di “Heads Will Roll” degli Yeah Yeah Yeahs, sgretolata e riassemblata sotto il titolo di “Off Wiv Ya Headz” – ed una maestria tecnica nel mescere la d’n’b al pop (e tanto altro): tutto converge in “Silence Is Loud”, debutto in full-length dell’inglese che, più che opera prima, pare essere il frutto avanzato di una discografia esperta.

Nia Archives gioca di prestigio, facendo spuntare da quella onnipresente base jungle generi, attitudini, melodie che si aggrovigliano e si attaccano alla perfezione agli scossoni breakbeat e ad un’ tipo di elettronica che, a primo impatto, sembrerebbe incompatibile con tante cose.

Eppure la vediamo agganciarsi al pop-folk sornione di “Cards On The Table” e di “Out Of Options” o al più spinto power pop di “Unfinished Business” e “Tell Me What It’s Like”, cavalcare la cerniera hip-hop della già nota “Forbidden Feelingz”, uniformarsi alle dispersioni electro-pop à la Morcheeba che aleggiano sul morbido mood di “Nightmares”.

Zampillano le venature, che siano velate – l’indie-rock che pulsa timidamente in “So Tell Me…” – o più marcate: la grossa spinta R&B di “Crowded Roomz”, il soul strascinato di “Blind Devotion, coadiuvato dalla camaleontica voce della Archives, pendolino tra la morbidezza del pop e l’avvolgenza vibrante della black music.

Un album arioso, nonostante l’efferatezza della strumentale a lavorare incessantemente ai piani di sotto, pieno di spunti e di brillantezza esplorativa, la stessa che ha trascinato un sottogenere dell’elettronica sulle luminose lande del mainstream. “Silence Is Loud” è il sinonimo di quanto anche il più insignificante dei suoni possa diventare il più grandioso trionfo auricolare. Basta saper affidarsi al più bravo dei timonieri.

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Little Simz: La recensione di “Drop 7”

  • Little Simz – Drop 7
  • 9 Febbraio 2024
  • ℗ Forever Living Originals / AWAL Recordings Ltd

Kendrick Lamar si era pronunciato piuttosto chiaramente su Little Simz. E come potremmo, noi umili esseri umani, dar torto ad uno dei migliori rapper odierni che fa props su una delle migliori rapper odierne? D’altronde, se un unodue micidiale come quello messo in atto da “Sometimes I Might Be Introvert” (2021) e “NO THANK YOU”(2022), sbocciato nell’arco di poco più di un anno (!), non vi avesse ancora convinto pienamente sulla grandezza dell’artista di Islington, bhe.. suggeriamo un bel ritiro spirituale per purificare i canali acustici.

London-based, cuore nigeriano che getta sangue sulle rime, Little Simz – all’anagrafe Simbiatu Ajikawo – ha sempre vincolato saldamente la sua musica ad una fortissima esigenza di espressione, il bisogno di sputare sul beat il frutto di un carattere piuttosto chiuso, trattenuto a braccia strettissime per troppo tempo. Un talento smisurato che pare essersi espanso definitivamente ed in maniera vigorosa, sia nella doppietta succitata, tecnicamente mostruosa, sia tramite altre vie artistiche – vedasi i suoi ruoli come attrice.

E parallelamente ad una carriera in ascesa, mattoncino su mattoncino, c’è quella scaletta a pioli leggermente nascosta, una sorta di piano b, di percorso evasivo che giunge al suo settimo gradino, forse il più stuzzichevole e “laterale” di tutti.

“Drop 7” si trascina dietro proprio quel sentore di side-project, pur trovando su di sé la medesima firma: necessità di esplorare, reinventarsi, sviare gli standard, andare oltre. Scema, infatti, quell’impegno “fisiologico”, quel bisogno forte alla base dei full-length della discografia principale, esce fuori, invece, il desiderio di scavalcare il già ampio confine tratteggiato in questi anni, spingendo molto di più sulla ricerca del suono e su nuove ambientazioni in cui farlo riecheggiare.

Un EP dai bpm sotto taurina, devoto come non mai all’elettronica da club e ad un certo tipo di pop che svernicia le classifiche di oggi: dall’ibrido inglese/portoghese di “Fever”, pulsante di radici reggaeton e scossoni amapiano su un esoscheletro trap – Rosalía risuona forte – ai sussulti techno e afro-beat di “Mood Swings”, che traslano l’ascoltatore su un dancefloor attrezzato nel bel mezzo di un deserto notturno, l’extended play preme sui bassi, si insinua tra le radici di popolazioni diverse, acciuffa le tradizioni e le sbatte sui beat, lavorati e cesellati da Jakwob, innesto che si fa sentire proprio nello stacco (stilistico) netto coi predecessori.

Gorgheggi elettronici e tribali invocano lo sciamanico ballo di “SOS”, mentre la drakeiana “I Ain’t Feelin It” ci fa capire che, anche in ambito trap, la Simz sormonta molti suoi colleghi più blasonati. Se non bastasse, l’adrenalinica “Power” scastra di prepotenza il riflettore e lo punta su una drum’n’bass più accessibile, tra qualche timido richiamo ai Chase & Status e grosse similitudini con tutto quello che gira sui piatti di Nia Archives. D’n’b che pare voler scardinare anche le placide atmosfere della conclusiva “Far Away”, arrendendosi però ad un guinzaglio hip-hop più classico, edulcorato da rivoli sassofonistici e adagiati su cuscinetti pianistici da singolone dance pop.

Una sorpresa continua: Little Simz è un’artista pazzesca, capace di eccellere in tutto, anche nei suoi piccoli “capricci” musicali, che rimangono comunque di assoluto spessore: “Drop 7” respira (e fa respirare) aria nuova, mischia le carte e le gioca diversamente, non allontanandosi troppo dai risultati precedenti. Un disco che, per forza di cose, non può essere accostato ai suoi fratelli maggiori, vuoi per la sua durata, vuoi per la sua spiccata anima “parallela”, ma che riconferma in toto le qualità ingiocabili della rapper di North London.

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Chromosphere: La recensione di “Julia”

  • Chromosphere – Julia
  • 13 Febbraio 2024
  • ℗ No Sense Of Place Records

L’underground italiano dimostra ancora una volta, di trovarsi in un ambiente rigoglioso per la musica elettronica. Chromosphere, all’anagrafe Marco Mongelli, non è altro che l’ennesima conferma. Il produttore/polistrumentista pugliese, classe 95, bazzica nella scena underground da ormai sette anni. Il primo “ruggito” discografico arriva proprio nel 2017 quando, sotto l’ala di No Sense of Place Records, pubblica il suo primo EP, dal titolo “Interference”. Da quel momento mette in fila una serie di progetti, per lo più singoli e EP, supportati da un tour tra Italia e Germania. Sotto la stessa etichetta, pubblica oggi un nuovo EP, dal titolo “Julia”. Un mini album di sei tracce. 

“Julia” esplora sonorità nuove. L’elettronica moderna, si ritaglia uno spazio più piccolo, nonostante sia il vero e proprio scheletro di questo progetto, dando spazio a elementi presi in prestito dal synth-pop, e scelte di gran lunga più tradizionali, come sezioni di archi, unica componente non digitale di questo progetto. Se negli ultimi anni abbiamo assistito ad una corrente di artisti piuttosto “denigratoria”, nei confronti della musica “fatta al computer”, il progetto di Chromosphere, non è che l’ennesima conferma che la qualità di un disco viene dall’artista e non dalla strumentazione utilizzata.

Il disco, profondamente radicato nei sottogeneri dell’elettronica più disparati, dal downtempo all’ambient, vede la collaborazione con una fitta schiera di artisti italiani. Dario Tatoli (Makai), Paolo Palmieri (Lvès) e Tiziano Spadavecchia (Think’d). I demo, usciti dal computer di Mongelli, sono stati successivamente lavorati tra svariati studi, in cui sono state aggiunte le sezioni di archi e sviluppate le fasi finali del progetto, a cura di Tatoli e Palmieri, che ne hanno curato i mix e Spadavecchia che invece ha lavorato al mastering. 

Ascolta Chromosphere nella nostra playlist “Underground Italia”.

La ricercatezza dei suoni si percepisce dopo appena pochi secondi dall’apertura della prima traccia. “Barbara di Bosco”, costruita su un intricata, quanto sbiadita sezione ritmica è un susseguirsi di suoni ambient estremamente stratificati. La title track, non è da meno. Le leggere progressioni di piano, confluiscono in una traccia completamente abbandonata a sonorità tropical house.

In “Fractals” l’artista converte spunti jazz in sonorità acide sviluppate su beat trip-hop, prima di tornare alla techno di “Unstoppable”. “l.c.” è la traccia che attira di più l’attenzione, perché tra sintetizzatori eterei e percussioni cadenzate, Mongelli trova spazio per far danzare melodie acide e strutture di archi. Un vero e proprio duello tra il vecchio e il nuovo. A chiudere il disco (se non si considera il remix di Julia, nato da Francesco nitti (Caramel Chameleon)), è “Spin Off”. Le strutture di Synth prendono il sopravvento, creando una traccia dai toni Sci-fi, composta da campionamenti, droni e pulsazioni.

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Subsonica: la recensione di “Realtà Aumentata”

  • Realtà Aumentata – Subsonica
  • 12 Gennaio 2024
  • Sony Music Entertainment

Con quasi trent’anni di carriera sulle spalle, i Subsonica non hanno bisogno di presentazioni. Il loro stile inconfondibile, che fonde rock, pop ed elettronica, è un marchio di fabbrica storico della band torinese. Nonostante le loro note influenze, cha spaziano dalla psichedelia floydiana al trip hop del Massive Attack, sonorità ad oggi non molto “di moda”, sono riusciti negli anni ad esplodere nel mainstream peninsulare. Questo limbo tra underground e hit delle classifiche li ha resi uno dei gruppi famosi a giovani e meno nel panorama italiano. La loro costante evoluzione, partita del capolavoro dell’album omonimo fino alla sperimentazione di “Mentale Strumentale”, con alcuni scivoloni di percorso, li ha portato ai nostri giorni con un’opera degna di nota. Si tratta di un ritorno alle origini, con la maturità di chi non ha più vent’anni. Un percorso nella loro storia musicale che ha portato Samuel e compagni ad un “nuovo inizio”, dopo il rischio non troppo velato di scioglimento a causa di dissidi interni, dove gli strumenti cercavano di emergere piuttosto che creare un suono unico.

In questo panorama si pone “Realtà Aumentata”, un manifesto granitico che esprime appieno il desiderio della band a mostrare il loro lato migliore. Con testi taglienti e mai scontati, la band critica vari aspetti della società moderna, come il continuo ricorso all’apparenza sfrenata, il tutto con sonorità familiari, che cullano l’ascoltatore verso lidi conosciuti e piacevoli.

A seguire “Cani Umani” che già dal titolo fa capire una sua natura più peculiare e sperimentale, “Mattino di Luce” ripercorre un canovaccio da eseguito dai Subsonica, sicuramente un po’ ripetitivo, ma non sgradevole. Anzi, forse era proprio quello che ci voleva.

La conferma di questo ritorno alle origini viene ribadito in una frase di “Pugno Di Sabbia”, dove Samuel afferma a gran voce che “c’è un passato che non passa mai”. Anche qui il terreno è pianeggiante e permette un cammino costante e senza intoppi, ma veramente piacevole.

Se con “Universo” si rimane sospesi nelle note vocali, quasi contrastanti rispetto ad un ritmo incalzante, l’atmosfera cambia radicalmente con “Nessuna Colpa”. Una base più cupa fa da sfondo ad un testo rappato, che esplode nel ritornello, che ribadisce il concetto espresso nel titolo.

Nuovamente rarefatta la seguente “Missili E Droni”, che fonde dolcemente la chitarra acustica ed il pianoforte con un tema elettronico, creando un turbine molto interessante.

Si arriva ad un crossover con i rapper Ensi e Willie Peyote ed i fiati di Paolo Parpaglione ed Enrico Allavena. Il brano è godibile e l’ensemble improvvisato è ben riuscito, anche se è quanto di più lontano dai Subsonica dell’intero album.

La band torinese continua a stupire con la seguente “Africa Su Marte”, la più lunga ma anche la meglio eseguita di questa loro opera ultima. Sonorità tribali, elettronica onnipresente di stampo dance, poche parole ma ben dosate valgono la palma di migliore brano dell’album per distacco, una vera perla.

Questo mood prosegue in “Grandine”, facendola sembrare la prosecuzione naturale del pezzo precedente, per poi sprofondare nell’intimità folk di “Vitiligine”, una ballad in piena regola con echi psichedelici, che permette all’orecchio di rilassarsi e all’animo di sognare.

La degna conclusione è affidata a “Adagio”, soundtrack dell’omonimo film. Dura, cruda e oscura, insolita per la band ma quanto mai azzeccata per descrivere le vicende descritte da Sollima. Potrebbe anche segnare una svolta nel sound di Casacci e soci e se il buongiorno si vede dal mattino, il futuro sembra piuttosto sereno.

Un nuovo inizio, una sterzata forte, un ritorno alle origini. Qualunque sia la strada intrapresa, ben venga tale scelta.

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Sextile: La recensione di “Push”

  • Push – Sextile
  • 15 Settembre 2023
  • ℗ Sextile / Sacred Bones Records

Tre tizi piuttosto strambi ci si parano davanti, capelli pittoreschi e abito in pelle, non di certo il miglior outfit per combattere la fitta calura losangelina. Eppure ciò sembra non scalfirli minimamente, anzi, questi paiono vivere di sudore, di palpebre socchiuse e secchiate di musica a bucare i timpani, di arti inferiori mirati a pestare il dancefloor, mentre i rimanenti disegnano astrazione.

I Sextile sembrano i reduci di una serata al Berghain, pur vivendo da tutt’altra parte del globo. Nonostante ciò, quel che pulsa morbosamente dal nucleo di “Push” non si discosta di troppo dal sound che fuoriesce dal clubbing berlinese, dall’estremo bisogno di allineare fiato e battiti ai bassi sparati, mentre l’acido della trance alimenta il moto del corpo.

Non basta, però, ad inquadrare la proposta musicale degli americani, giunti al loro terzo tassello discografico dopo aver rimuginato su un certo tipo di electro-rock dalle radici ampiamente inzuppate in terriccio post-punk e noise (“Albeit Living”). Il risultato era un ibrido avvezzo più alle sferragliate chitarristiche, che all’irruenza techno e, forse, la pausa di tre anni – dal 2019 al 2022 – si è tramutata in uno spartiacque temporale fondamentale per la plasmazione di un sound fino ad allora ancora troppo acerbo e fuori fuoco.

sextile

“Push” onora il passato quasi ribaltandolo, finendo per dare il comando all’elettronica, ora leitmotiv totale del platter – le ballonzolanti pulsioni di “Contortion”, l’ossimorico contrasto tra i synth e la corporatura acid house della banger “New York” – mentre le corde vibrano nelle retrovie, facendo da impalcatura per il rave punk che straborda dall’impianto, frantumando i vincoli con gli aspetti spinosi della vita.

Negatività, insoddisfazione, inappartenenza vengono spazzati via quando “Crassy Mel” scomoda i Prodigy, coi beat graffianti e le vocals pungenti di Melissa Scaduto, gli scatti ferrosi della sei corde, le sgommate breakbeat che ingravidano lo svolgimento del pezzo, così come accade una volta messo piede sul disinibito treno deragliante di “Lost Myself Again”.

È “Crash” a tagliare in due l’album, tra reminiscenze synth pop e le venature indie e slowcore assemblate da Brady Keehn e Cameron Michel – subentrato al compianto Eddie Wuebben – mentre “Modern Weekend” scuote il tempo con afflati nineinchnailsiani di “Pretty Hate Machine”, prima di ricedere il passo all’acido made in Detroit di “LA DJ” e al synth punk perforante di “Plastic” e “Imposter”.

Il disco più audace del trio, una siringa di adrenalina contro l’oppressione della modernità. Non è solo una botta di sana elettronica, è un connubio di passioni borderline, di suoni che sfregano tra di loro e si fondono tra le scintille, in un rave cromato dal deserto e dal fuoco di chi un attimo prima distrugge una chitarra sul palco, poi riprende a ballare.

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