folk

Folks: La recensione del debutto degli Haara

  • Haara – Folks
  • 25 Giugno 2024
  • ℗ Delma Jag Records

La band, nata nel 2018 a Lugano, composta da Lisa Attivissimo (voce), Raffaele Ancarola (chitarra), Massimiliano Marra (Basso), e Nicolas Pontiggia (batteria), si presenta al mondo musicale con un’immagine unica che parla da se.

Gli Haara non hanno bisogno di testi costruiti alla perfezione, incastri metrici o giochi di parole – la vera protagonista di questo brano è la melodia. Folks è una danza intorno al fuoco, tra immaginari folkloristici, persone e le culture da cui i membri stessi del gruppo provengono. Tutto si amalgama in maniera squisita, in un’ambientazione sonora calda e allo stesso tempo intrigante. È un tipo di rock alternativo a cui oramai siamo ampiamente abituati: suoni ed elementi tradizionali, dalle chitarre alle ritmiche “terzinate”, dalle percussioni world alle graffianti melodie di Charango, per finire alle tastiere. Tutto crea un’amalgama sonora capace di trascendere le epoche musicali. Folks racconta di tutto e di niente, è in tutti i posti e in nessun posto, e questo è il suo pregio più grande.

folks Haara

Può sembrarti di essere in un mercato affollato, immerso nei suoi suoni e rumori, o in una qualsiasi grande stazione all’ora di punta, circondato dallo scorrere frenetico del tempo. Da immensi banchi di persone che continuano a vivere le proprie vite, saldamente ancorate al ticchettio del loro orologio, noncuranti di chi hanno intorno. Per chi riesce a vedere il bicchiere mezzo pieno, questo brano può trasmettere anche un’energia positiva, un invito allo stare insieme, all’unione. Proprio come quella danza intorno al fuoco di cui parlavamo prima.

La voce di Lisa guida ogni secondo di Folks, come un capitano al timone della sua nave, ma non lo fa con le parole. È un continuo sovrapporsi di vocalizzi, scanditi da una sola parola: “People / People / People”. È un invito a tornare alla realtà e, man mano che il brano cresce, mentre la tensione aumenta, ci troviamo fuori da questo trip psichedelico, in silenzio, forse da soli, per accorgerci che tutto ciò che è successo nei precedenti due minuti e quarantotto secondi, si è completamente dissolto nel nulla.


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The Decemberists: La recensione di As It Ever Was, So It Will Be Again

  • As It Ever Was, So It Will Be Again – The Decemberist
  • 14 giugno 2024
  • Yabb Records

All’apertura del sipario, non si sa mai cosa aspettarsi dai personaggi messi in scena dai The Decemberists, menestrelli moderni che si affacciano all’estate con il nuovo As It Ever Was, So It Will Be Again.

Nel panorama musicale ci si può imbattere di tanto in tanto in progetti che hanno infinite sfumature e cambi di rotta spiazzanti. In tal senso può venire in mente la camaleontica produzione dei Motorpsycho o dei più recenti King Gizzard & The Lizard Wizard.

E la band di Meloy e soci fa appunto parte del club di chi scuote l’alternative-rock prendendolo dalle caviglie, cercando sempre di accostare elementi di novità ad episodi più classici. 

A sei anni di distanza dal più elettronico I’ll Be Your Girl si fa un passo indietro, lasciando in consolle la tentazione di provarci di nuovo, vestendo i primi due brani con sonorità di sostegno alla narrazione poetica.

Per cui si passeggia in un cimitero accompagnati dalle melodie pop di Burial Ground, mentre in Oh No! ci si ritrova a ballare ad un matrimonio, una danza balcanica in cui i demoni sono sempre in agguato.
Una volta scaldato il pubblico, arrivano le prime note di The Reapers per stravolgere l’atmosfera fintamente spensierata. I personaggi del racconto sono dei contadini immersi nella quotidianità, scandita dal lavoro e dal naturale corso degli eventi.

Girando pagina si torna a melodie più semplici e di appannaggio country. 
Long White Veil inizia come un qualsiasi pezzo dei Rem. Anzi, come Losing My Religion in una tonalità diversa, solo che qui si parla piuttosto di “losing my love”.
William Fitzwilliam aggiunge alla scaletta una ballad country in rime.

Al centro dell’opera troviamo due momenti importanti ed un altro cambio d’atmosfera.

Don’t Go to the Woods è un canto toccante e dalle tinte medievali, in cui la melodia tratteggia fedelmente l’ambientazione.

As It Ever Was So It Will Be Again

Chitarra acustica, doppie voci e fiati costruiscono la trama di Black Maria, una sorta di marcia dei vinti, di chi non ce l’ha fatta a cambiare vita e viene consegnato alla giustizia traghettato dal Black Maria. 

È in momenti come questi che l’accoppiata Meloy-Conlee (Jenny Conlee è in formazione dagli esordi) dà il meglio di sé intrecciando armoniosamente le voci.

Scorrendo in ordine ci si imbatte nell’amore ostinato di All I Want Is You, le cui parole sono rimaste nel notebook del songwriter per tanto tempo, per poi trovare spazio in quello che, ad oggi, è il lavoro più lungo della band di Portland.
In coda si può ascoltare qualcosa di più rockeggiante come Born To The Morning o dondolare al ritmo di America Made Me, appello alla madre patria concepito come una marcetta a metà tra le ritmiche pianistiche di Elton John e i fiati trionfanti di Sgt. Pepper’s.

Dopo i suoni sixties di Tell Me What’s On Your Mind, arriva Never Satisfied, delicata e minimale, una parentesi agrodolce per una rassegnata insoddisfazione di fondo. Poteva anche terminare così, lasciando in sospeso qualche interrogativo esistenziale ma portando a casa, in fin dei conti, una buona manciata di canzoni.

Ma la band affila le matite e disegna l’ultima traiettoria, Joan in the Garden, una suite di oltre 19 minuti in cui prende forma la figura di Giovanna D’arco. La novità non sta tanto nella proposta di un brano che, per sintetizzare, si può definire progressive, perché queste scelte compositive si erano già notate in passato (i più curiosi potrebbero ascoltare l’EP The Tain o The Hazards of Love). Piuttosto è la durata, che non aveva mai raggiunto questo minutaggio, la vera sorpresa. Il cantante ha usato l’espediente della vicenda di Giovanna D’arco per raccontare la sua visione della donna moderna. 
Parte come un classico brano dreamy-folk, per poi aumentare l’intensità drammatica aggiungendo sempre più strumenti, batteria, campane, distorsioni e chitarre in feedback, sfiorando l’epicità di pietre miliari come “Dogs” dei Pink Floyd
Al suo apice la suite si sgretola in un tappeto di rumoristica e psichedelia in cui i primi Porcupine Tree sarebbero stati a loro agio. Poi il risveglio finale, una cavalcata hard’n’heavy in cui i synth di Jenny Conlee dirigono la storia verso la conclusione, anzi verso il titolo, sottolineando che “come è sempre stato, così sarà di nuovo” (“As It Ever Was, So It Will Be Again”, appunto).

E al calar del sipario, una raccolta di nuove storie da portare a casa, o dentro le cuffie. E per capire a che punto sono i The Decemberist nella loro storia musicale, basta aprire le pagine dei loro capitoli per tracciare la linea che da menestrelli li ha condotti ad essere abili narratori.

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Phoebe Bridgers: La recensione di “Punisher”

  • Phoebe Bridgers – Punisher
  • 17 Giugno 2020
  • ℗ Dead Oceans

Se potessi darti la luna, ti darei la luna.

Al suo secondo disco, l’artista losangelina, ha cercato di consolidare il successo del suo debutto discografico, “Stranger in the Alps”, in un progetto memorabile. “Punisher”, uscito dopo una serie di collaborazioni con altri artisti, da Boygenius a Better Oblivion Community Center, consolida quello che è probabilmente il dono più importante dei più grandi artisti di sempre: rendere straordinario anche l’attimo più ordinario della mondanità.

Se nel disco precedente aveva cercato una linea sonora che facesse da guida per tutta la sua lunghezza, qui da prova di un’incredibile versatilità, con brani che si muovono brillantemente tra indie-rock scoppiettante e soffici ballate acustiche. L’album arriva al termine di un periodo di maturazione artistica e personale per la Bridgers, e nel bel mezzo del primo lockdown. È tutto un susseguirsi di eventi che sfocia in una nuova versione della cantautrice: ora comprende meglio le proprie emozioni riesce a guardare le cose, a tratti, con più ironia e ha affinato le sue capacità compositive. 

Scritto e prodotto in circa due anni, tra il 2018 e il 2020, Punisher ha visto la Bridgers intensificare il sodalizio con Ethan Gruska, con cui aveva lavorato a Stranger in the Alps, e che in seguito curerà anche i progetti con Boygenius, e Tony Berg (Lorde, The National, Blake Mills). Il processo creativo del disco, influenzato dalle esperienze artistiche e personali di quel periodo, ha trovato un matrimonio perfetto con elementi di musica folk, rock e ambient.

In questo, i due produttori sono stati cruciali. Berg e Gruska hanno preso la visione di Phoebe e l’hanno trasformata in un suono unico e incredibilmente versatile, capace di adattarsi in maniera impeccabile ad ogni tipo di ambientazione. Uno dei temi ricorrenti di Punisher, che troviamo descritto sotto diverse prospettive, è quello dell’idea di essere sopraffatti. Non viene esplicitato da parte di chi e, forse, questo è il più grande pregio di questo disco. È ciò che gli permette di cambiare forma e adattarsi perfettamente su ogni ascoltatore, in maniera del tutto unica. 

Punisher

Il progetto si apre con DVD Menu, un intro strumentale di poco più di un minuto, colmo di atmosfere cupe e allo stesso tempo intriganti. In Garden Song, prima vera traccia, crescita personale e sogni ad occhi aperti sono i protagonisti di una produzione minimalista, cucita in maniera perfetta sulle voci soffici di Phoebe.

I flebili arpeggi di chitarra cedono spazio a strutture di sintetizzatori estremamente corpose, ma mai fuori luogo, che sfociano nella ritmata Kyoto. I Synths brillanti, powerchords distorti e le linee melodiche squillanti delle trombe, in questa traccia creano un contrasto perfetto, con testi che trattano le tematiche della disconnessione e di un impellente bisogno di evasione. Le riflessioni personali e le descrizioni paesaggistiche, creano una sensazione di lotta interna tra il godersi il momento e il sentirsi fuori luogo, sotto la scorza superficiale di un viaggio a Kyoto, in Giappone, da cui il brano prende il titolo. 

In Punisher, la Bridgers mescola rabbia, delusione e, forse si, un briciolo di malinconia, in una traccia che parla del rapporto idolo-fan. Il titolo stesso viene da questo concetto. Quel momento in cui il fan si sente in diritto di mettersi allo stesso piano del suo idolo, trascurando, molto spesso senza farci caso, che si tratta pur sempre di persone. Con Halloween tornano quelle tracce strappa-cuore a cui il disco precedente ci aveva abituato. E fa male come la prima volta in cui abbiamo ascoltato “Funeral” o “Scott Street”. Ritmi lenti e atmosfere oscure fanno da tappeto perfetto per raccontare di quelle maschere che indossi tutti i giorni, e non solo il 31 ottobre, per nascondere il tuo lato vulnerabile, quello capace di provare dolore, dalle grinfie del mondo.  

Su Chinese Satellite si adagia su quelle melodie dolci e nostalgiche reintrodotte con la traccia precedente. La produzione stratificata fa esplodere il brano in strutture orchestrali su cui la voce di Phoebe mette in discussione la religione e il costante bisogno di riporre la propria fiducia in qualcosa di più grande per poter andare avanti. È l’eterna lotta tra fede e razionalità fatta a canzone. 

Moon Song si spoglia di tutto ciò che non sono chitarre acustiche, sintetizzatori e strutture di percussioni minimali. Per la prima volta parla di amore. Esplora una relazione asimmetrica in cui i sentimenti non vengono ricambiati, almeno non completamente. La tristezza e la rassegnazione guidano le voci su un sentiero melodico malinconico fatto di sacrifici. Queste tematiche si sposano con Savior Complex. Dipendere talmente tanto emotivamente da qualcuno, da non essere in grado di capire quando stai facendo male a te stesso è il tema chiave di una sofisticata produzione fatta di ampi arrangiamenti orchestrali. 

ICU è forse la traccia più personale di Punisher. Sprazzi di post-rock si insinuano in loop in reverse e chitarre cruncy. Se con Moon Song e Savior Complex avevamo visto una relazione dal punto di vista dei sentimenti non completamente ricambiati e da quello della co-dipendenza emotiva, qui ci scontriamo contro la fine della relazione. Ritornelli orecchiabili e le distorsioni formano un uragano emotivo tra dolcezza e momenti drammatici. Graceland Too si rifugia in atmosfere dai tratti Country. Il dolore sembra essere andato via. Ora c’è solo spazio per speranza e la voglia di ricominciare.

Il disco si chiude con le sonorità cinematografiche di I Know The End. È l’ennesimo schiaffo della realtà. Non si può essere sempre felici o sempre tristi. No? Il brano nasce come una ballata introspettiva, ma più cresce, più i suoni si scuriscono. Sembra quasi che più scendi nel profondo, più quello che trovi è oscuro, e ti fa paura. Eppure la svolta ottimista di Phoebe si sente tutta. Anche quando gratta il fondo riesce a vedere quel bagliore di speranza che la aiuta a risalire a galla. 

/ 5
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The Spell Of Ducks: La recensione di “L’autostrada dei fiori”

  • The Spell Of Ducks – L’autostrada dei fiori
  • 29 aprile 2024
  • ℗ The Spell of Ducks

A distanza di quattro anni dal loro ultimo disco, “The Spell Of Ducks” tornano con un nuovo EP di sei tracce dal titolo “L’autostrada dei fiori”.

La band indie-folk torinese composta da sei elementi, voce, chitarra, banjo/tastiere, basso, batteria e violino, è piuttosto insolita nel panorama italiano. Mentre fuori, trovare band folk di questo tipo sembra molto semplice, anche in contesti mainstream, in Italia si tende all’omologazione. Non è il caso di “The Spell Of Ducks”. E questo è il primo punto positivo di questo progetto. 

Tutti i background sonori dei sei componenti, che spaziano dal country-folk di matrice americana al cantautorato italiano, confluiscono nella palette sonora della band, che nel 2017 li porta ad essere etichettati come “Artista del Mese” da MTV Italia. Quella di MTV è solo uno degli sfizi che il gruppo si è tolto. Tra lo spazio211, le lavanderie ramone e il palco dell’Ariston a Sanremo, “The Spell Of Ducks” hanno collezionato solo nel 2017 una lista di più di 60 date sparse in tutto lo stivale. 

L'autostrada dei fiori

Il disco prende il nome dalla strada che da Torino porta al mare e, se vogliamo, può essere descritto in un certo senso come un diario di viaggio. Tra le istantanee di vita quotidiana e l’importanza delle piccole cose, ciò che è vivido in “L’autostrada dei fiori” è proprio l’atmosfera del viaggio. Ed è così che alcune delle canzoni sono state scritte, in viaggio. Il disco è stato registrato tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 al V3 recording studio, in provincia di Alessandria, con la supervisione di Davide Ghione, che ne ha curato mix e master.  

 All’apertura del disco, i fischi e lo strumming di chitarra acustica di “Boccadasse” creano proprio quell’aura di spensieratezza di un viaggio. Nelle ritmiche cadenzate di “La vita adulta” si insinuano i tratti folkloristici delle linee melodiche della fisarmonica. Con questa traccia in particolare, emerge l’importanza del cantautorato italiano. In “cartoline”, la band vola oltreoceano attraverso una traccia che attinge pesantemente ad un tipo di country americana ormai dimenticato. Con questa traccia, una delle più forti del disco, “L’autostrada dei fiori” si trasforma nell’autostrada dei ricordi, prima di defluire in “T’immagino così”.

Ormai il suono è settato su un indie-folk di matrice americana. La band stacca per la prima volta il piede dall’acceleratore, perdendosi nel calore degli arpeggi di chitarra acustica, e delle sottili melodie di violino. Per il testo è tutto un altro discorso. L’impronta di cantautorato italiano resta profonda, dimostrando di poter coesistere perfettamente con la mole di stili che si scontrano in questo progetto. Su “Balla Morfeo”, i toni sembrano raffreddarsi, mentre la band torna a offrire spunti interessanti nella ballad chitarra/voce di chiusura, “Lungomare”.

/ 5
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Daniela Pes: La recensione di “Spira”

  • Daniela Pes – Spira
  • 14 aprile 2023
  • ℗ Daniela Pes / Panico Srl

Se nel sottosuolo musicale italiano c’è una stella polare che importa nel nostro paese sonorità difficili da scovare, quella è senza dubbio Tanca Records, etichetta fondata da Jacopo Incani (iosonouncane), che ne cura anche la direzione artistica. Se lo stesso Iosonouncane era (è) uno degli artisti più interessanti, attraverso tanca abbiamo scoperto artisti del calibro di Vieri Cervelli Montel. Daniela Pes si dimostra l’ennesima incredibile scoperta dell’underground musicale italiano.

La musicista, classe 1991, porta con sé un bagaglio formativo di matrice jazz che, forse, ha contribuito a creare un’ampia visione di tutto ciò che riguarda il punto di vista concettuale di una canzone. Perché si, le sonorità di Spira vanno da tutt’altra parte. C’è elettronica, folk e un miscuglio di lingue diverse, l’italiano si intreccia con il dialetto della Gallura e vocalizzi inventati. 

“Spira” è un viaggio onirico figlio della terra da cui proviene. I synth trovano un connubio perfetto anche con una serie di soluzioni percussive dai tratti folcloristici. Insieme ai vocalizzi per tutto il disco, non si creano solo altalene emotive, tra angoscia aure misteriose e a tratti calore, ma un’istantanea nitidissima del momento in cui l’antico incontra il moderno.

La traccia di apertura “Ca Mira” è quella che rispecchia più di tutte ciò che è stato detto in precedenza. Si insinua nelle orecchie come un’antica cantica, prima che delle percussioni tribali la portino in un vortice d’avanguardia che defluisce nei loop percussivi di “Illa Sera”.

Con la terza traccia, “Carme”, unico singolo di anticipazione di questo progetto, si tocca forse il picco emotivo di questo disco. Questa volta la voce gioca con echi e loop. È calma, quasi rassicurante, finché lo scroscio della pioggia non esplode in linee vocali rauche. Ed ecco che tornano i tamburi e, prima che te ne accorga, sei di nuovo in quel vortice. Sospeso tra gli strumming di chitarra acustica e stratificazioni di sintetizzatore. “Ora” è inquietante, la voce è filtrata, persa tra le percussioni e suoni ambientali. 

Quello che emerge già dalla sola prima metà del disco è l’incredibile capacità, che molto spesso risulta anche la cosa più difficile quando si cerca di costruire un disco, di creare delle tracce che puoi riuscire non solo ad ascoltare ma a guardare. “Spira” riesce a creare, con ogni sua sfaccettatura, delle immagini estremamente nitide. 

L’organo di “Làira” si scontra nuovamente con loop percussivi e armonie vocali con una cadenza simile a quella di una filastrocca. In un attimo la traccia sembra uscire da una colonna sonora di Göransson, mentre fiati folkloristici vibrano sulle strutture di percussioni. In “Arca” arriva un altro picco emotivo incredibile. La piccola parte vocale all’inizio, altro non è che l’accesso ad un paesaggio sonoro meraviglioso, le melodie hanno un calore e una corposità talmente forti, da essere in grado di lasciarti con un groppo in gola per più di tre minuti.

Nei 10 minuti di “A Te Sola” tornano forti tutti gli elementi che hanno caratterizzato ogni traccia di “Spira”. Un attimo prima è puro folk, quello dopo i droni si prendono la scena. In un primo momento è tranquilla, subito dopo è drammatica, poi disperata. Mentre succede tutto questo, la voce di Daniela Pes passa da acuti vocalizzi a sussurri e sospiri. E cantiche – E poi di nuovo questa lingua misteriosa che riesce a trovare in maniera quasi perfetta il suo posto in questo progetto mastodontico. 

E si dissolve, con lo stesso alone di mistero con cui si era aperto, “Spira”. 

/ 5
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Tuesday Music Revival: Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

  • Sufjan Stevens – Carrie & Lowell
  • 31 marzo 2015
  • Asthmatic Kitty Records

Fino al momento del concepimento di “Carrie & Lowell”, l’evoluzione artistica di Stevens era stata un’incredibile montagna russa, che l’aveva visto passare dalla semplicità dell’indie folk, fatto di strumenti tradizionali, agli spunti elettronici del suo disco precedente, “The Age of Adz”, uscito nel 2010. Eppure, ci sono momenti che non hanno bisogno di immense strutture sonore, o ostentazioni di virtuosismo, per essere raccontati. Questo è uno di quei momenti. L’artista statunitense appende al chiodo, almeno in parte, le componenti elettroniche, tornando nella sua zona di comfort, forse perché solo in quel posto può riuscire ad affrontare la mole emotiva che contraddistingue questo disco. Com’era? Quattro accordi e la verità, no?

Carrie & Lowell, che prende il nome dalla madre e dal patrigno di Sufjan, è un ritratto di famiglia, sbiadito dal tempo, colmo di sbavature e di momenti non sempre gioiosi. A dirla tutta, sono per la maggior parte tristi spaccati di vita quotidiana. Ci sono situazioni filtrate da visioni di infanzia. Sono queste ultime a rappresentare gli unici riflessi di gioia in questo disco. C’è lo schianto con la cruda realtà dei fatti, quella che ti ricorda che prima o poi anche tu perderai qualcuno. Nel caso di Stevens, la perdita che da inizio a questo racconto (perché questo disco è a tutti gli effetti un racconto), è quella della madre.

Lungi dall’essere un genitore modello, complice la sua schizofrenia e un elevato abuso di sostanze, sono molteplici i momenti in cui l’artista parla dei momenti bui di Carrie Stevens, e di come si siano insinuati dentro di sé. Eppure non lo vedremo mai parlare di sua madre in maniera negativa. Neanche quando, in “Should Have Known Better”, racconta di quella volta in cui abbandonò lui e suo fratello in un negozio di film. Per tutti i 43 minuti di questo disco Sufjan tenderà invece a dare maggiore importanza ai momenti in cui c’è stata, perché, in un certo senso, da conforto sapere che seppur un abbandono volontario sia doloroso, non lo è come uno in cui non si ha possibilità di scelta (in questo caso la morte). 

Rimane in un certo senso un piccolo spazio anche per piccole situazioni dal gusto ironico che, nonostante tutto, non riescono a stemperare il costante clima di tristezza del disco, anzi, se vogliamo, contribuiscono ad ingigantirlo.  È il caso di “Eugene” o “All of Me Wants All of You”. 

Proprio “Should Have Known Better”, si trasforma in quella che probabilmente rappresenta la traccia più forte di questo progetto. Nei leggeri accordi di chitarra, che danzano insieme a sottili produzioni elettroniche, Stevens incanala ricordi e rimpianti di una vita. Anche qui, ci scontriamo con un modus operandi, che l’artista riproporrà in tutte le salse, non solo nel continuo del disco, ma nei suoi prossimi progetti. “The Only Thing” ne è la conferma. La delicatezza negli arrangiamenti e nei testi, quasi sussurrati, nasconde una delle più strazianti composizioni che abbia mai scritto.

Proprio mentre annega nei rimpianti (avrei voluto salvarti dal tuo dolore), la traccia esplode in un vortice di emozioni. C’è una visione piuttosto pessimista (per quanto reale) della vita, in cui Stevens non si nasconde. “Sappiamo come andrà a finire”, canta all’inizio. Ci mette sei canzoni per dirci come va davvero a finire. “Moriremo tutti”, è il mantra ridondante di “Fourth Of July”. Verso la fine gioca con parole e sospiri, in “No Shade in the Shadow of the Cross”, lasciandoci costantemente col fiato sospeso, in bilico tra perdita e speranza. 

E poi tornano loro, piccoli momenti felici, quasi dimenticati. Durano poco, il tempo di accorgersi che non torneranno. E di nuovo tutto si ingrigisce. Torna sua madre, la sente, in ogni cosa che fa, con tutti i suoi difetti. “Il mio piccolo falco / La mia piccola lucciola”. Non le attribuisce colpe, ma d’altra parte smette di interrogarsi su come farla tornare da lui. La chiusura si dissolve in suoni ambientali e sottili stratificazioni di sintetizzatore, mentre i ricordi tornano ad essere solo ricordi, e i dubbi resteranno ancora dubbi.

Carrie & Lowell è un reminder importante per tutti: prima o poi moriremo. Per Stevens potrebbe essere molto di più, potrebbe essere un tentativo, col senno di poi con poco margine di successo, di chiudere un capitolo. Mettere tutti i ricordi, quelli belli e quelli meno belli in una scatola, per mai più riaprirla. Col presente dalla mia, Stevens non è riuscito a tenerla chiusa a lungo, ma d’altronde, chi ci riesce.

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Tapir!: la recensione di “The Pilgrim, Their God, and The King of My Decrepit Mountain”

  • The Pilgrim, Their God, and The King of My Decrepit Mountain – Tapir!
  • 26 gennaio 2024
  • Heavenly Records

È uscita a gennaio per Heavenly Records la prima fatica della formazione londinese Tapir!. The Pilgrim, Their God and the King of My Decrepit Mountain è un lavoro in tre atti. La storia del disco comincia nel 2022, con la pubblicazione dell’EP della prima sessione, “The Pilgrim”. Nel 2023 viene pubblicato “Their God”, e il trittico viene completato con l’inserimento dell’ultimo atto in questo LP.

Tapir! è un progetto dalla vocazione estremamente interdisciplinare, i cui interessi spaziano dalla musica alla cinematografia alle arti visive. È anche un progetto che trae tanta della sua forza dall’apertura alla collaborazione: la numerosa formazione è composta da Ike Gray (voce, chitarra), Ronnie Longfellow (basso), Emily Hubbard (cornetta, sintetizzatori), Tom Rogers-Coltman (chitarra), Will McCrossan (tastiere) e Wilfred Cartwright (batteria, violoncello), prodotti da Yuri Shibuichi e contaminati dalle esperienze live con altri artisti e artiste della scena folk inglese.

Tapir!

Il disco racconta del viaggio di The Pilgrim, un enigmatico personaggio rappresentato nei contenuti visuali della band attraverso una testa rossa in cartapesta dalle apparenze elefantine. A dare voce al personaggio è Ike Gray, che con il suo timbro lievemente nasale e stridulo caratterizza The Pilgrim come un piccolo protagonista che percorre un universo tanto più grande di lui.

Il sound proposto dai Tapir! è incredibilmente contemporaneo. L’impianto principale è fatto di strutture folk largamente influenzate dalla Scena di Canterbury degli anni ’60 e ’70, fatta di contaminazioni psichedeliche, jazz e progressive. Ci si ritrova la cura estetica degli Hatfield & The North, l’estro mistico di Daevid Allen, le atmosfere coloratissime e a tratti infantili dei T-Rex di “Unicorn” (The Nether). Questa eredità viene digerita e metabolizzata fino a incontrarsi con elementi ben più moderni, dalle percussioni jungle (“On a Grassy Knoll (We’ll Bow Together)”) a un’andatura ai limiti del post-rock (“Gymnopédie”, “Swallow”, “Broken Arc”).

La voce femminile di Hubbard, che interviene di tanto in tanto, eleva ulteriormente alcuni dei brani: è valorizzata al massimo in “Eidolon”, in cui le due voci sono accompagnate soltanto da una chitarra acustica, determinando un momento di incredibile sospensione nel corso del disco. In “Untitled”, le due voci si uniscono in una ballata indie e chamber-pop che riporta agli anni ’90 dei Belle&Sebastien.

The Pilgrim, Their God and The King of My Decrepit Mountain è molto più di quello che sembra. Si presenta come un album sognante, bucolico, di evasione da una realtà frenetica e iperconnessa. Allo stesso tempo però testi e musica sono estremamente radicati nella contemporaneità: il progetto dei Tapir si inserisce a pieno titolo in quella serie di lavori ispirati dall’hauntology (una condizione che si esprime artisticamente nella nostalgia per passati mai accaduti, letti come alternativa al presente e ad un futuro incerto), che convergono in queste atmosfere pastorali – un esempio recente è il bellissimo “Iechyd Da” di Bill Rider-Jones. Si tratta di una sensibilità che parla in modo molto diretto soprattutto alle nuove generazioni, ma che grazie al radicamento in generi musicali più datati riesce a risultare attrattivo anche per altri tipi di pubblico.

Con queste premesse, e considerata la vocazione della band per le esibizioni live, facciamo i nostri migliori auguri al progetto e aspettiamo con ansia una data in Italia.

5,0 / 5
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Michael Nau: La recensione di “Accompany”

  • Michael Nau – Accompany
  • 8 dicembre 2023
  • ℗ Karma Chief Records [Colemine Records]

Il nuovo disco del cantautore del Maryland è un viaggio in compagnia di folk e psichedelia, verso immense distese popolate da sonorità vintage e malinconia. Dopo il debutto solista, nel 2015, Nau ha tirato fuori 4 progetti che, nonostante mettessero in luce un’incredibile dote, sotto tutti i punti di vista, per un motivo o per l’altro, mostravano dei punti deboli. Felice di dire che “Accompany”, quinto disco, non è uno di questi. Nato senza alcuna pretesa, l’album, è l’anagramma di semplicità, nessuna ricerca ostinata di suoni sperimentali, o arrangiamenti intricati. Atmosfere organiche, spesso create registrando l’intero gruppo in presa diretta (e su nastro), gonfiano e sgonfiano i suoni a seconda dei sentimenti raccontati nelle 11 tracce. La voce di Nau danza in maniera quasi dolorosa tra sorrisi e lacrime. 

Il titolo del disco incarna perfettamente quello che Nau vuole da questo disco. “A te che ascolti. Non cercare tecnicismi inutili o suoni ricercati. Non serve. Devi solo fidarti”. E se ti fidi di Nau e ascolti “Accompany” con la stessa mentalità con cui è stato creato ciò che troverai al suo interno sarà oro. Devi solo lasciarti guidare.

Accompany

Prenotati degli studi a Richmond, in Virginia, Nau si è circondato di una band da sogno. Matt Davidson alla pedal steel, Seth Kauffman alle percussioni, Ken Woodward al basso e Will Brown agli organi. Con Adrian Olsen in cabina di regia, sono riusciti a creare un disco brillante, caldo, con arrangiamenti semplici e profondi. 

Ad aprire le danze è “Sharp Diamonds”, una traccia leggera. Lo strato più profondo, creato da basso e batteria, fa da base per i suoni sognanti della lap steel di Davidson. Nessuno cerca di stare sopra nessuno, nemmeno la voce di Nau, che si perde perfettamente fra gli altri strumenti, mentre crescono e si uniscono a “Painting a Wall”. La seconda traccia è sicuramente più nitida rispetto all’apertura. Le melodie hanno un’impronta più spensierata, ma la voce di Michael, mantiene comunque una vena malinconica. “Tini Flakes”, ispirata ad una vacanza di famiglia è la prima traccia veramente importante di questo disco. Gli strati di suoni, nascondono delle progressioni di accordi quasi incredibili. La traccia è più gonfia, accetta sezioni orchestrali, in grado di fondersi perfettamente con le melodie dell’organo e i suoni ambientali dei Synth. 

“Shiftshaping” è la canzone che potrebbe meglio descrivere le intenzioni di questo disco. Solo il titolo dice tutto. I suoni tornano a sfocarsi, a tratti si sporcano persino, ma quello che davvero attira l’attenzione di questa traccia è la voce di Nau. Questa volta si concede dei momenti per sovrastare la strumentale. Lo fa con linee vocali mai cercate fino a questo momento. La chitarra twangy di “And So On” ti catapulta in un’atmosfera degna di un viaggio per le strade dell’entroterra americano, sensazione che la Nau e soci rievocheranno, anche se con suoni diversi, soltanto un’altra volta in questo disco, con “Relearn to Boogie”. 

“One Morning in Vibrato” è profondo, le orchestrazioni prendono il controllo della traccia, avvolgendo perfettamente la voce di Nau. “Accompainment” è l’altra traccia chiave di quest’album. La melodia, distribuita sulle percussioni spazzolate è squillante e in netto contrasto con la voce di Michael. Eppure, la traccia appare “colorata” e ricca di calore, come probabilmente nessuna delle precedenti 7 ha fatto fino a questo momento. 

“Comes to Pour” e la chiusura del disco, “Long Distance Driver”, sono più scarne, orchestrazioni e stratificazioni sonore, lasciano spazio al cuore di queste due canzoni. Piano, batteria e voci. 

Il disco si chiude in realtà con la Bonus Track, “Last I Looked”. Una traccia intrisa di riverbero, dove gli arpeggi squillanti di chitarra contribuiscono a creare una sensazione sognante, che svanisce man mano che l’album volge al termine. 

/ 5
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Sufjan Stevens: La recensione di “Javelin”

  • Sufjan Stevens – Javelin
  • 6 Ottobre 2023
  • ℗ Asthmatic Kitty Records

Nonostante il suo ultimo disco solista risalga al 2020, negli ultimi tre anni il musicista di Detroit, ha lavorato a altri tre progetti, prima di annunciare “Javelin”. Nell’ultimo disco, il più atteso dai tempi di “Carrie & Lowell”, Stevens riscopre una forte vena cantautoriale contaminata da suoni sperimentali. 

“Javelin” è un disco intimo, e profondo, nato da un periodo difficile in cui all’artista è stata diagnosticata una malattia autoimmune. Il background di 21 dischi in poco più di vent’anni confluisce tutto in quest’ultimo lavoro, in cui le voci sussurrate tornano ad incontrare intricate strumentali folk, per descrivere situazioni di perdita, bellezza e dolore.

Il disco nasce quasi completamente dalle mani di Stevens, con l’aiuto di Bryce Dessner dei “National”, che lavora agli arrangiamenti di chitarra. Il disco nel suo risultato finale è un collage di storie, sensazioni e atmosfere diverse, legate insieme dallo stesso filo conduttore: la perdita. Nonostante il tema della perdita sia un argomento ostico, attraverso le orchestrazioni e le sperimentazioni elettroniche o i semplici arrangiamenti di chitarra, Stevens fa di tutto per portare l’ascoltatore da un’altra parte. In una bolla di bellezza e tranquillità.

Il disco si apre con la morbida melodia di piano di “Goodbye Evergreen”, che culmina in un intricato arrangiamento di suoni sperimentali. Pattern strumentali e cori guidano le parole d’addio di Stevens. Nel fingerpicking di “A Running Start”, l’artista ritorna ad atmosfere più vecchie e semplici. La semplicità di questa traccia non trattiene Sufjan dall’entrare dentro il cuore dell’ascoltatore per poi spezzarlo. ‘Qualcuno mi amerà mai?’ chiede nella midtempo “Will Anybody Ever Love Me?”. La traccia è composta da un insieme di linee melodiche di strumenti tradizionali, che torna, ancora una volta, a sonorità che Stevens aveva abbandonato da tempo. 

La palette sonora “limitata” sembra non avere molta importanza nella stesura di questo disco, in cui il cantautore riesce comunque a trovare spunti interessanti, come nel caso di “So You Are Tired” e “My Red Little Fox”. In entrambe le tracce, Stevens ripone la sua fiducia artistica nei morbidi accenti di pianoforte. La title-track è la dimostrazione che la complessità di questo disco non risiede negli arrangiamenti sfarzosi, ma nelle tematiche dei testi. In poco meno di due minuti l’artista analizza la solitudine causata dalla morte di un suo caro. 

“There’s a World”, celebre canzone del più grande disco di Neil Young, fa calare il sipario su uno dei migliori lavori di Sufjan. Sotto la superfice di Javelin si nascondono dinamiche di vita piuttosto complicate, dubbi esistenziali e domande a cui, probabilmente, nessuno mai saprà rispondere.

Voto: 8.2/10

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Slaughter Beach, Dog: La recensione di “Crying, Laughing, Waving, Smiling”

  • Slaughter Beach, Dog – Crying, Laughing, Waving, Smiling
  • 22 Settembre 2023
  • ℗ Lame-O Records

“Ciò che conosco non è qui” è così che si apre il primo progetto, a distanza di tre anni da “At the Moonbase”, dei “Slaughter Beach, Dog”. “Crying, Laughing, Waving, Smiling”, nasce durante lo scorso luglio, nello studio di fiducia del gruppo di Philly, da un insieme di bozze, scritte da Jake Ewald durante il corso degli ultimi due anni. L’anima del disco e radicata in maniera importante all’interno di paesaggi rurali americani. Ogni canzone è curata nei minimi dettagli e attinge a palette sonore parecchio disparate, riuscendo a prendere e mescolare insieme sprazzi di folk, soft rock e un più moderno indie pop.

Curando l’album dall’inizio alla fine, senza affidarsi a produttori esterni, la riesce a preservare ogni dettaglio di “Crying”, riuscendo in alcune situazioni, nell’arduo compito di trasformare gli stati d’animo in immagini.

Slaughter Beach

“Strange Weather” pringo singolo di anticipazione dell’album, mette in luce interrogatori intrecciati con allegri ritmi soft-rock. Tutta l’essenza di questo disco, sta nella sua semplicità, che ne rende l’ascolto piacevole e incredibilmente lineare, complice il fatto che tutte le canzoni, concepite in maniera simile, riescono a fondersi l’una con l’altra.

In “My Sister in Jesus Christ” la band porta il disco verso ironia e giocosità su suoni più raffinati e chitarre squillanti, mentre “Engine” è un viaggio di quasi nove minuti all’interno dei paesaggi più tranquilli e desolati d’America. Verso metà traccia, la band da prova della sua miglior dote compositiva, con una strumentale ricca di atmosfere e riff di chitarra granulosi.

“Henry” spegne tutto ciò che non è acustico, e si rintana nelle morbide e intime armonie delle chitarre elettriche e delle leggere note di piano, creando l’atmosfera perfetta per quella che è senza dubbio la traccia più commovente di questo disco. Il disco si chiude con il ritmo terzinato di “Easter”, una traccia leggera, dai toni caldi. A tratti sembra quasi di ascoltare una ninnananna, e effettivamente la sensazione che da è proprio quella. I problemi si spengono e rimane solo quiete, prima che il disco si chiuda.

Voto: 7.4/10


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