Mad Honey

Mad Honey: La recensione di “Satellite Aphrodite”

  • Mad Honey – Satellite Aphrodite
  • 22 Settembre 2023
  • ℗ Deathwish Inc. / Sunday Drive

Lo Shoegaze fa parte del mondo della musica da oramai circa quarant’anni e, anche dopo tutto questo tempo, trova sempre nuovi punti per evolversi. I Mad Honey, quintetto di Oklahoma City, sono solo l’ennesima conferma dell’incredibile evoluzione di uno dei generi più rivoluzionari della musica moderna. 

I “Mad Honey” entrano a gamba tesa nell’industria musicale con “Satellite Aphrodite”, album d’esordio, dopo aver colpito il pubblico con una serie di singoli negli scorsi tre anni. Tutto il processo creativo, dalla scrittura dei testi fino alla produzione, opera del bssista Lennon Bramlett, prende forma e si concretizza tra le fila del gruppo. 

La malinconica traccia di apertura “Tuff’s Last Satand” crea, attraverso i suoni sporchi e riverberati l’atmosfera perfetta per un disco con pochissime sbavature. Tutto il disco è invaso da un’aurea anni 90, in particolar modo su “Lakpur”, “Havier Still” e “Psycho”, in cui i Mad Honey, riescono a ricavarsi lo spazio per combinare il dream-pop a pesanti strati di distorsioni e vocalizzi. 

In questo, la cantante e frontwoman Tiff Sutcliffe è una vera esperta. La cantante gioca con vocalizzi intrisi di riverbero, armonie vocali e testi malinconici di stampo Mazzy Star.

“Fold” è il vero banger di questo LP. Le chitarre squillanti si mescolano a sintetizzatori pastosi, riuscendo a plasmare l’atmosfera per le linee vocali della Sutcliffe, che rimangono in secondo piano, senza mai far distogliere l’attenzione da una strumentale quasi perfetta. Ognuna delle undici tracce che compongono questo disco è nel posto giusto al momento giusto. 

La tensione cresce continuamente nelle tracce successive. La batteria sincopata di Austin Valdez da a “Eileen” un’ultraterrena, e fredda, mentre in “E.T.Y.N.”, la band gioca con suoni cavernosi e sporchi e sentimenti.

L’apice della tensione di questo disco si raggiunge con “Concentration”, penultima traccia. Il secondo banger di “Satellite Aphrodite” tocca sonorità stile Slowdive. La strumentale si spoglia di tutti i suoni in eccesso, lasciando il comando alla cantante sulle strofe e ritorna pesante e stratificata sui ritornelli, creando montagne russe emotive per tutti i suoi tre minuti e mezzo. 

La tensione si dissolve nella calma traccia di chiusura, nonché titletrack. “Satellite Aphrodite” è anima, spirito e atmosfera allo stato puro. Se quella del disco di debutto è una delle prove più dure da superare, i Mad Honey hanno battuto tutte le aspettative, dando al pubblico un disco intriso di magia. 

Voto: 7.9/10

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