Rock

Scream From New York, NY: recensione del disco di debutto dei Been Stellar

  • Been Stellar – Scream From New York, NY
  • 14 giugno 2024
  • ℗ Dirty Hit

I Been Stellar sono una band emergente che ha rapidamente catturato l’attenzione della scena musicale grazie al loro rock viscerale e incisivo. Originari di diverse parti degli Stati Uniti, i membri si sono riuniti a New York, ispirati da leggende come i Velvet Underground e i The Strokes.

Il loro nuovo album, Scream from New York, NY, uscito il 21 giugno 2024, è una rappresentazione efficace del caos e dell’energia della città. Prodotto da Dan Carey, noto per il suo lavoro con band come Squid e Fontaines D.C., l’album è un’esplorazione sonora delle esperienze urbane. Il loro sound mescola influenze grunge, post-punk e rock, richiamando i Radiohead. È caratterizzato da chitarre graffianti, ritmi martellanti e testi che riflettono la cruda realtà della vita nella metropoli. La band riesce a trasmettere una sensazione di immediata vicinanza, con brani che oscillano tra l’angoscia e la speranza, offrendo una prospettiva unica e autentica di New York City.

Scream From New York

L’album si apre con Start Again, un brano veloce che imposta il tono con la sua energia frenetica e il testo ricco di suggestioni. La voce distintiva di Sam Slocum, piena di urgenza, funge da narratore. La produzione, caratterizzata da chitarre aggressive e percussioni martellanti, trasmette, insieme al testo, il desiderio di un nuovo inizio. Frasi come “New York wasted, start again” ripetute evocano perfettamente il bisogno di rinnovamento.

Seguendo l’apertura, Passing Judgement ha ritornelli orecchiabili e un suono dinamico. Le chitarre di Skylar Knapp e Nando Dale brillano in questo brano, dimostrando la capacità della band di creare canzoni che risuonano profondamente con il pubblico. Il testo esplora temi di critica sociale e auto-riflessione, specialmente il tema del giudizio.

“Pumpkin” offre un’atmosfera più lenta e psichedelica, con linee di chitarra distorte e arrangiamenti sognanti che mostrano la versatilità del gruppo. La canzone parla di un amore descritto come “killing time”; dai testi emergono le attività quotidiane e il tumulto emotivo di una relazione che sembra destinata a fallire oppure a continuare in eterno per inerzia.

Un’altra traccia di spicco, Can’t Look Away, costruisce una tensione intensa grazie alla batteria di Laila Wayans e riflette l’angoscia della vita a New York. I suoni utilizzati, che spaziano da riff di chitarra taglienti a basi ritmiche incalzanti, creano un paesaggio sonoro che evoca la frenesia della città. Il testo affronta l’incapacità di distogliere lo sguardo dalle dure realtà della vita nella Grande Mela, con frasi come “if there was a reason we lost it for good, buried on Broadway it’s under now, misunderstood”, che portano alla luce l’evidente contrasto tra il mondo degli artisti di successo e le difficoltà delle persone comuni con l’appello finale “we can’t look away.”

Verso la fine dell’album, Takedown offre un momento di riflessione con il suo ritmo delicato e le linee di basso emotive di Nico Brunstein, che si combinano alla perfezione con la voce di Slocum. La produzione di questo brano mette in risalto l’uso di effetti riverberanti e texture sonore ricche, creando un’atmosfera intima e contemplativa. Il testo parla di vulnerabilità e lotta personale, incitando a non lasciare che il conformismo ci porti ad essere persone vuote e prive di emozioni: “You decide, know your worth and cut into the lime again.”

L’album si chiude con I Have the Answer, un brano che culmina in un climax potente, riassumendo il sound distintivo della band fatto di caos bello e strutturato. Gli arrangiamenti finali, con chitarre distorte e cori potenti, lasciano un’impressione duratura. Il testo esplora la ricerca di verità e significato in un mondo caotico, con frasi come “I have the answer, just for a little while.”

Ogni traccia del disco è un grido di ribellione e sopravvivenza, un viaggio attraverso i vicoli e i grattacieli di una città che non dorme mai. Con questo album, i Been Stellar consolidano la loro posizione nella scena musicale contemporanea, dimostrando di essere una forza creativa capace di catturare l’essenza di una delle città più iconiche del mondo. In sintesi, “Scream from New York, NY” è un ascolto imperdibile per chiunque voglia immergersi nel cuore pulsante di New York attraverso la lente sonora di una band giovane e promettente.

/ 5
Grazie per aver votato!

Pearl Jam: La recensione di “Dark Matter”

     

      • Dark Matter – Pearl Jam

      • 19 Aprile 2024

      • Monkeywrench Records/Republic Records

    “Il fatto di percepire di avere tempo a disposizione è un fattore determinante” ha dichiarato Eddie Vedder a proposito del presente e del futuro dei Pearl Jam, che con Dark Matter hanno fatto un percorso di rinnovamento e ritorno alle origini con il sostegno dell’ energico e versatile Andrew Watt.
     Il super fan, che durante le registrazioni ha indossato ogni giorno una maglia diversa della band, si è occupato negli ultimi anni di rivitalizzare e rinfrescare leggende del rock come Ozzy Osbourne, Iggy Pop e Rolling Stones.

    Già al lavoro con Vedder per Earthling, Watt compare anche nei credits per aver contribuito alle decisioni compositive. Raccogliendo le sue parole e quelle del quintetto di Seattle, l’immagine finale delle sessioni in studio è idealmente quella di un produttore che si cala nei panni del Jack Black di “School of Rock”, che fa di tutto per trasmettere l’energia del rock’n’roll ai suoi studenti. Ed è andata più o meno così, con Watt che incita Matt Cameron a picchiare sulla batteria oltre i limiti, rincorrendo un drumming alla Soundgarden.

    Pearl Jam - Dark Matter è un'occasione sprecata

    Il risultato è un album potente, che anche nei momenti più classici è arricchito dalle dinamiche di Cameron che “suona a squarciagola” ha sottolineato Vedder, aggiungendo che questo è “uno dei più grandi dischi di batteria” della band, consigliando di ascoltarlo “ad alto volume… molto alto”.
     In realtà il volume lo hanno alzato tutti, dando a questo dodicesimo lavoro un’identità condivisa tra tutti i membri, che da tempo non realizzavano un disco così “corale”, scegliendo insieme come dovesse suonare dall’inizio alla fine.

    Dopo un intro misterioso e sci-fi, Scared of Fear mette subito in chiaro che gli strumenti sono affilati e che la voce è all’altezza di un sound spinto. La successiva React, Respond ripropone la stessa forza, con un ritornello killer ma orecchiabile. Con Wreckage si torna al classic rock tipico dei Pearl Jam, abituati ad abbassare le distorsioni per creare narrazioni più sognanti e riflessive. Un brano che fa ricordare quanto anche i Foo Fighters (in questo caso viene in mente Wheels) abbiano sperimentato spesso formule classiche e orecchiabili alla Tom Petty.  L’intensità della voce nel bridge (“Holding on, holding out, holding you, holding on”) assolve il compito di accogliere la lotta contro l’oscurità.

    Dark Matter è un altro pezzo tiratissimo che soddisfa l’intento di Andrew Watt di far suonare i PJ come i Soundgarden o i Temple of the Dog. In sostanza la materia oscura è tutto ciò che, stando a quanto scrive Vedder, toglie il respiro o la luce dagli occhi, è l’intolleranza contro cui opporsi e in generale tutto ciò che di negativo circonda l’umanità. Le manopole del mixer orientano Won’t Tell verso il pop rock, con il finale che ricorda i The Cure più spensierati. 

     

    NON PERDERE NEMMENO UN ARTICOLO

    Iscriviti Alla Newsletter

    ISCRIVITI!

     

    Con Upper Hand invece si ha un assaggio di The Who ed U2 nell’intro, per poi aprire ad una semi ballad con chitarre hendrixiane, un ritorno alle sonorità di Ten.
     Sia Upper Hand che Waiting for Stevie sembrano arrangiate con un approccio live-oriented, tra assoli persistenti e un Matt Cameron da stadio soprattutto nei finali. Forse un po’ troppo per chi ascolta, per chi avrebbe voluto piuttosto una fuga psichedelica o nuove sperimentazioni. Nel secondo finale di Waiting for Stevie, però, c’è qualcosa di diverso, un frammento riverberato che potrebbe suonare bene in un nuovo capitolo solista del cantante.
    E poi c’è Running, poco più di due minuti di punk rock moderno dove nessuno dei componenti si risparmia, regalando ai fan l’ultima corsa frenetica del disco. In coda ci sono Something Special e Got to Give, che in uno degli ultimi album avrebbero figurato come riempitivi, ma qui la differenza la fa sempre la batteria, che arricchisce e spinge oltre la struttura da rock classico.

    La chiusura è affidata a Setting Sun, forse uno dei momenti più alti di Dark Matter. Qui tornano di nuovo in mente i Soundgarden e “Higher Truth”, l’ultima eredità solista lasciata da Chris Cornell. Poetica e intensa la conclusione (“We can become one last setting sun” / “Or be the sun at the break of dawn/ Let us not fade), una riflessione a cuore aperto e un “aggrapparsi” alla vita, per stare vicino alle persone importanti. Proprio recentemente il cantante ha dichiarato quanto sia strano non poter più godere della presenza di amici come Chris Cornell, e Setting Sun sembra una promessa per “chi non c’è più”, “ed è una cosa che ti spinge anche a rimanere in salute. Esserci per i tuoi figli. Fare buoni album. Noi potremmo averne in canna ancora uno o due”.
    Fino ad allora Dark Matter rimarrà uno dei lavori più riusciti in casa Pearl Jam, probabilmente tra i migliori degli ultimi diciotto anni.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    The Pineapple Thief: la recensione di “It Leads To This”

    • It Leads To This – The Pineapple Thief
    • 9 Febbraio 2024
    • Kscope

    Avete presente quando aspettate ardentemente qualcosa e poi, una volta tra le mani, rimanete con quel mezzo sorriso stampato sul volto? Questo è quanto accade mettendosi all’ascolto dell’ultima creatura partorita da Bruce Soord e soci. Sembra quasi di ascoltare una compilation di vecchi brani, per carità ben suonati, come sempre, ma niente che trasformi l’espressione in gioia pura. Un approccio conservativo, una terra già esplorata, un percorso sicuro, sono le frasi che meglio racchiudono la strada intrapresa dai Pineapple Thief nel comporre l’ultimo “It Leads To This”. Da musicisti di questo calibro è lecito aspettarsi ben altro che la semplice sufficienza, ma andiamo per ordine ed analizziamo l’album che segna i venticinque anni di carriera della band.

    the pineapple thief

    L’apertura affidata a “Put It Right” è tutt’altro che memorabile: cinque minuti e mezzo senza infamia e senza lode, che accompagnano l’ascoltatore verso lidi già percorsi e, forse, nemmeno troppo cari.

    Con “Rubicon” ci si trova di fronte ad un approccio più deciso, una leggera svolta neo prog rock che ha da sempre accompagnato la band. Niente di trascendentale, ma comunque molti gradini sopra la precedente traccia.

    “What you see is no surprise” recita una frase della canzone che ha dato il titolo all’album. Mai sentenza fu più azzeccata. Basterebbero queste poche parole per descrivere l’intera opera, così come questo pezzo. Già sentito, ben fatto ma niente di nuovo.

    Si passa poi alla seguente “The Frost”, ma il canovaccio rimane invariato: addirittura qui torniamo più vicini alla banalità della traccia di apertura piuttosto che alle tre successive.

    Giunti a metà troviamo i primi squilli, dove il supergruppo mette a segna una doppietta degna di nota. “All That’s Left” e “Now It’s Yours” portano sonorità nettamente più ricercate, mostrando l’estro della band.

    L’apice però viene raggiunto con “Every Trace Of Us”, con i loro elementi tipici mescolati con grande sapienza. Questa canzone vince senza dubbio la palma di migliore dell’album, anche se la concorrenza era veramente bassa.

    L’ultima “To Forget” sembra quasi un invito all’ascoltatore: piatta, con pochi sussulti degni di nota, quasi a riprendere l’incipit iniziale. Non un totale disastro, ma nemmeno lontanamente vicina al capolavoro.

    Insomma, un disco senza né arte né parte, di cui si poteva fare sicuramente a meno ma che non grida nemmeno allo scandalo. Un passo indietro di una band di grandissimo valore, che non ne scalfisce l’immagine, ma sembra voglia fungere da transizione (si spera) verso nuove sonorità, non per forza migliori o peggiori, ma di certo diverse.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    Subsonica: la recensione di “Realtà Aumentata”

    • Realtà Aumentata – Subsonica
    • 12 Gennaio 2024
    • Sony Music Entertainment

    Con quasi trent’anni di carriera sulle spalle, i Subsonica non hanno bisogno di presentazioni. Il loro stile inconfondibile, che fonde rock, pop ed elettronica, è un marchio di fabbrica storico della band torinese. Nonostante le loro note influenze, cha spaziano dalla psichedelia floydiana al trip hop del Massive Attack, sonorità ad oggi non molto “di moda”, sono riusciti negli anni ad esplodere nel mainstream peninsulare. Questo limbo tra underground e hit delle classifiche li ha resi uno dei gruppi famosi a giovani e meno nel panorama italiano. La loro costante evoluzione, partita del capolavoro dell’album omonimo fino alla sperimentazione di “Mentale Strumentale”, con alcuni scivoloni di percorso, li ha portato ai nostri giorni con un’opera degna di nota. Si tratta di un ritorno alle origini, con la maturità di chi non ha più vent’anni. Un percorso nella loro storia musicale che ha portato Samuel e compagni ad un “nuovo inizio”, dopo il rischio non troppo velato di scioglimento a causa di dissidi interni, dove gli strumenti cercavano di emergere piuttosto che creare un suono unico.

    In questo panorama si pone “Realtà Aumentata”, un manifesto granitico che esprime appieno il desiderio della band a mostrare il loro lato migliore. Con testi taglienti e mai scontati, la band critica vari aspetti della società moderna, come il continuo ricorso all’apparenza sfrenata, il tutto con sonorità familiari, che cullano l’ascoltatore verso lidi conosciuti e piacevoli.

    A seguire “Cani Umani” che già dal titolo fa capire una sua natura più peculiare e sperimentale, “Mattino di Luce” ripercorre un canovaccio da eseguito dai Subsonica, sicuramente un po’ ripetitivo, ma non sgradevole. Anzi, forse era proprio quello che ci voleva.

    La conferma di questo ritorno alle origini viene ribadito in una frase di “Pugno Di Sabbia”, dove Samuel afferma a gran voce che “c’è un passato che non passa mai”. Anche qui il terreno è pianeggiante e permette un cammino costante e senza intoppi, ma veramente piacevole.

    Se con “Universo” si rimane sospesi nelle note vocali, quasi contrastanti rispetto ad un ritmo incalzante, l’atmosfera cambia radicalmente con “Nessuna Colpa”. Una base più cupa fa da sfondo ad un testo rappato, che esplode nel ritornello, che ribadisce il concetto espresso nel titolo.

    Nuovamente rarefatta la seguente “Missili E Droni”, che fonde dolcemente la chitarra acustica ed il pianoforte con un tema elettronico, creando un turbine molto interessante.

    Si arriva ad un crossover con i rapper Ensi e Willie Peyote ed i fiati di Paolo Parpaglione ed Enrico Allavena. Il brano è godibile e l’ensemble improvvisato è ben riuscito, anche se è quanto di più lontano dai Subsonica dell’intero album.

    La band torinese continua a stupire con la seguente “Africa Su Marte”, la più lunga ma anche la meglio eseguita di questa loro opera ultima. Sonorità tribali, elettronica onnipresente di stampo dance, poche parole ma ben dosate valgono la palma di migliore brano dell’album per distacco, una vera perla.

    Questo mood prosegue in “Grandine”, facendola sembrare la prosecuzione naturale del pezzo precedente, per poi sprofondare nell’intimità folk di “Vitiligine”, una ballad in piena regola con echi psichedelici, che permette all’orecchio di rilassarsi e all’animo di sognare.

    La degna conclusione è affidata a “Adagio”, soundtrack dell’omonimo film. Dura, cruda e oscura, insolita per la band ma quanto mai azzeccata per descrivere le vicende descritte da Sollima. Potrebbe anche segnare una svolta nel sound di Casacci e soci e se il buongiorno si vede dal mattino, il futuro sembra piuttosto sereno.

    Un nuovo inizio, una sterzata forte, un ritorno alle origini. Qualunque sia la strada intrapresa, ben venga tale scelta.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    Glass Beach: la recensione di “plastic death”

    A cinque anni dal debutto, i glass beach ritornano con il loro secondo album “plastic death”. Il quartetto di Los Angeles mantiene l’attitudine midwest-emo e i suoni math, art rock, progressive, elettronici e psichedelici che già distinguevano il loro primo disco, ma arricchiscono il proprio stile in senso ancora più massimalista, jazz e prog.

    L’esperienza di ascolto dell’lp nella sua interezza ha il sapore di un giro sulle montagne russe: un percorso colmo di scossoni in cui però ci si imbarca senza il rischio di farsi male. Dinamismo, ecletticità e sonorità a volte angoscianti (“whalefall”, “slip under the door”, “abyss angel”) sono gestiti con una composizione attenta e controllata che non lascia mai l’ascoltatore in balìa del turbinio di suoni. I testi, a tratti quasi mitigati dalla musica, risentono dell’influenza di Carl Jung, autore che sembra aver solleticato l’immaginazione di McClendon.

    Non mancano infatti momenti di accettazione estetica ed esistenziale del brutto e del degradato, presente tanto nel mondo esterno quanto nella dimensione interiore di chi parla (“all the burned meat/all the blood in the trees/i am burning with the blood in the trees” – “abyss angel”). Con queste accortezze, i glass beach consegnano al pubblico un immaginario composto di enigmatiche visioni di decadenza, riferimenti culturali disparati e pensieri cristallini in cui potersi ritrovare.

    Il disco ha un forte debito nei confronti della scena midwest-emo – dagli American Football agli Origami Angel – ma anche nei confronti di Thom Yorke (“the killer”) e dei Radiohead di “In Rainbows”, così come Yes, Rush e altri grandi nomi del rock progressivo.

    Ciò che sorprende all’ascolto è la coerenza con cui generi e influenze vengono combinati. Frutto di tre anni di preparazione, “plastic death” riporta elementi math pop ma vi ricama sopra con intelligenza e creatività. Si pensi a “whalefall”, che si avvale del suono della marimba impiantato su una ritmica molto dinamica e suoni elettronici per condurre con grande immediatezza in un ambiente subacqueo e vagamente inquietante. Si pensi a “coelacanth”, l’opening track dall’inconsueta durata di 6 minuti: un incalzante valzer in 12/8 al pianoforte dalle tinte dolcissime e melanconiche a cui viene progressivamente aggiunta complessità e tensione, fino al vorticoso crescendo post hardcore in cui si stratificano percussioni sempre più presenti, fraseggi math alla chitarra, suoni elettronici e la voce emotivamente intensa di J. McClendon.

    La palette di generi di riferimento del gruppo viene arricchita da inediti elementi metal nell’arrangiamento della più dura “slip under the door”, brano che però evolve verso la psichedelia grazie ai riverberi e alla melodia ipnotica. In generale, la gestione della ritmica è oggetto di grande attenzione compositiva e riesce a dare carattere e colore a ciascuna delle tracce. Del resto, il ritmo sincopato nei primi secondi di “commatose”, quasi in chiusura del disco, arriva di sorpresa e rappresenta una sottotrama che contribuisce a definire nitidamente l’identità del pezzo, prima che questo venga stravolto da un potente ed epico outro.

    Con lo spirito che spesso contraddistingue gli esordienti più interessanti, J McClendon, Layne Smith, Jonas Newhouse e William White sembrano prima di tutto ascoltatori avidi e onnivori, e solo dopo compositori. Il processo creativo dietro al disco è durato tre anni fatti di ascolti, jam session, registrazioni DIY e continui ritocchi delle tracce. Il sound un po’ grezzo e casalingo che emerge di tanto in tanto – tutte le tracce sono state registrate nella casa in cui il gruppo ha convissuto nell’immediato post-Covid – risulta assolutamente perdonabile grazie all’effetto finale lievemente patinato e analogico, ma soprattutto grazie alle rifiniture di Will Yip in fase di masterizzazione e al successivo remix di tutti i brani svolto da un Classic J ai limiti del perfezionismo.

    “plastic death” è un album da ascoltare, McClendon è un compositore da tenere d’occhio, glass beach è un progetto che ha futuro. Dopo un primo lp introspettivo e un secondo teso alla riflessione culturale collegata all’immaginario di una “morte di plastica”, viene da chiedersi quale direzione prenderà il prossimo e quali (nuovi?) suoni verranno selezionati.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    Psychedelic Porn Crumpets: la recensione di “Fronzoli”

    • Fronzoli – Psychedelic Porn Crumpets
    • 10 Novembre 2023
    • What Reality? Records

    Avete presente gli Arctic Monkeys, soprattutto negli scanzonati esordi? Aggiungete una ricca dose di follia, un abbondante manciata di psichedelia, un pizzico di prog rock, il tutto condito con un ricco fuzz, ed otterrete l’ultima fatica del collettivo australiano. “Fronzoli” tende a maturare ancora di più il sound dei Psychedelic Porn Crumpets, riuscendo a confermare e migliorare quanto di buono fatto negli ormai dieci anni di carriera.

    In questo seppur breve periodo il quintetto ha mostrato una certa prolificità, confermata dai sei album sfornati, con una media di più di uno ogni due anni. Tale abbondanza è rafforzata e avvalorata di lavori non mainstream provenienti dal continente Oceanico, a partire da Tame Impala, ma ancor più con gli eclettici King Gizzard & the Lizard Wizard, i quali hanno sublimato tale concetto raggiungendo quota ventincinque dal 2010. Queste ultime due band, insieme ai già citati indie britannici, hanno sicuramente influenzato il sound delle Focaccine Psichedeliche Porno, senza mai urlare al plagio.

    La prima “Nootmare (K.I.L.L.I.N.G) Meow”, con un intro progressivo, introduce la voce di McEwan, esageratamente di Turner memoria, in alcuni passaggi quasi a volerla scimmiottare. Il brano risulta molto godibile, nei suoi intrecci barocchi, con una conclusione inaspettata negli ultimi dieci secondi (ascoltare per credere). La successiva “(I’m A Kadaver) Alakazam” segue la falsariga precedente, abituando l’ascoltatore a tali sonorità, con suoni di pregevole fattura.

    Più cadenzata, con note acide e psichedeliche provenienti dai lontani anni Sessanta (un omaggio ai Beatles?), la traccia “Dilemma Us From Evil”, con i suoi tre minuti che scorrono senza intoppi. La “rilassatezza” prosegue ed aumenta con la seguente “Cpt. Gravity Mouse Welcome”, ulteriore eco dei mai dimenticati Sixties.

    Si passa senza preavviso ad un hard rock eseguito magistralmente in “All Aboard The S.S. Sinker”, introdotto e concluso da spezzoni di dirette radiofoniche vintage.

    A confermare ulteriormente l’ecletticità della band ci pensa “Hot! Heat! Hot! Heat!”, una più moderna punk song, piuttosto “storta” nella sua composizione. Di certo il pezzo maggiormente d’impatto nei live e probabilmente il più riuscito dell’intero album.

    Con “Sierra Nevada” si sale su un ottovolante musicale, che a tratti rimanda agli Smashing Pumpkins di “Zero”, con echi dei più moderni, ma non per sonorità, Claypool Lennon Delirium. Una traccia granitica, solida e acida al contempo, che precede l’acustica breve, dolce ed intima “Illusions of Grandeur”, in cui si può apprezzare maggiormente la splendida voce di McEwan.

    Dopo i primi trenta secondi senza senso, “Pillhouse (Papa Moonshine)” irrompe con un giro che rimanda molto a Bellamy e soci, completando il giro di citazioni e di generi toccati in questo mastodontico lavoro. L’ultima e più scanzonata “Mr. & Mrs Misanthrope” ci riporta invece ad un easy listening, soprattutto nella parte iniziale, con punte eccelse di prog e psichedelia ed un testo incalzante per metà brano ed enigmatico e sospeso sul finire.

    Insomma, un’evoluzione quella dei cinque ragazzi provenienti dal più lontano luogo rispetto a noi europei. Un’evoluzione costante. Mai semplice, mai banale. Forse a tratti già sentita, ma mai copiata. Lunga vita all’alternative australiano.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    Tuesday Music Revival: John Lennon – John Lennon / Plastic Ono Band

    • John Lennon – John Lennon / Plastic Ono Band
    • 11 Dicembre 1970
    • ℗ Calderstone Productions Limited [UMG]

    “Non credo nei Beatles”

    Dopo la caduta di quella che è con tutta probabilità la più grande band della storia, il baronetto di Liverpool dovette fare i conti con un nuovo tipo di solitudine, che oramai aveva quasi dimenticato, e con una serie di demoni interiori difficili da scacciare. 

    I Beatles ormai erano storia vecchia e tutti (ora anche il mondo) sapevano che non sarebbero mai potuti ritornare. Già da prima del loro scioglimento però, John e Yoko avevano provato a tastare il terreno, con tre progetti di musica sperimentale. Gli “Unfinished Music”, divisi in due volumi, non avevano ottenuto probabilmente il risultato sperato. E dopotutto non è che lo meritassero, e cosi anche il “Wedding Album”. 

    Nel profondo però qualcosa si stava muovendo. Durante il corso del 1970, la coppia iniziò un percorso di terapia psicologica, in California, rinominato “Primal Scream”. Quello che emerge dalla terapia è per Lennon quasi liberatorio. Escono fuori tutti i traumi del passato legati alla morte della madre quando John era solo un adolescente, l’abbandono da parte del padre in tenera età, fino alla rottura con i Beatles. Tutti spunti interessanti per chiudere un buon disco. 

    plastic ono band

    All’inizio del 1970 John e Yoko pubblicano “Instant Karma!”. Successo istantaneo. Un milione di copie vendute e i vertici delle classifiche americane e inglesi. Nessun altro Beatle ci è riuscito, fino a quel momento. Tra le fila degli addetti ai lavori spiccano i nomi di Phil Spector, che nel mentre stava lavorando a “Let It Be”, alla produzione e Klaus Voormann, che poi sarà anche all’interno di “Plastic Ono Band”, al basso. 

    Durante l’estate del 1970, a due mesi dall’uscita di “Let It Be”, Lennon inizia a registrare una serie di demo ispirati al percorso di terapia intrapreso insieme alla moglie. Tornato in Inghilterra, nell’autunno dello stesso anno, e prenotati gli Abbey Road, il viaggio di “Plastic Ono Band” può incominciare. Insieme a Voormann e Ringo Starr, John da il via alle registrazioni. Spector curerà solo una parte della produzione, mentre del resto si faranno carico lo stesso Lennon e Yoko Ono. La schiera di musicisti darà vita a un disco che ritorna agli standard iniziali del rock, contaminato dalle influenze statunitensi di cui John aveva fatto tesoro durante la sua permanenza oltre oceano. I pochi strumenti (Batteria, Pianoforte, Basso e Chitarre), sono stati fondamentali per la creazione di un ambiente essenziale, “sporcato” dalle tematiche crude e schiette, di un John Lennon come non si era mai visto. 

    Il disco, che è stato registrato parallelamente a quello di Ono (Yoko Ono/Plastic Ono Band), poggia fondamentalmente su quattro pilastri, “Mother”, “Working Class Hero”, “Love” e “God”. Tante altre canzoni, contenute al suo interno, creano un profilo perfetto di un disco assolutamente imperfetto, come gran parte dei suoi lavori post-Beatles. L’altra faccia della medaglia, mostra invece un artista che ha completamente messo da parte la paura di rischiare, tanto dal punto di vista autoriale, quanto dal punto di vista degli arrangiamenti, che, in diverse occasioni, prendono spunto dal blues o dal folk. 

    I rintocchi di una campana danno il via alle danze. “Mother” fa luce su uno dei, probabilmente, più grandi problemi della vita di Lennon. L’abbandono, non voluto, da parte della madre, morta quando lui era solo un adolescente, e quello del padre, che ha deciso di lasciare la famiglia quando John era molto piccolo. La sensazione di abbandono sarà uno dei capi saldi della sua vita, più flebile durante la sua militanza nei Beatles, e poi nuovamente forte nella sua carriera da solista. Le ritmiche cadenzate di Ringo e i morbidi accordi di piano sfociano in urla disperate di un John che implora sua madre di non morire e suo padre di tornare da lui. 

    Il delay sulla chitarra di Lennon porta “Hold On” su ambienti più calmi, a tratti ottimisti. La traccia però non arriva al risultato sperato, risultando si una composizione pregevole, ma non così interessante. In “I Found Out” tornano le voci graffianti, anche la strumentazione si fa più cupa. Il basso si sporca e Ringo schiaccia l’acceleratore sulla ritmica. Su questa traccia blues-oriented, chi dirige la baracca, non è Lennon, completamente pervaso da una vena narcisista, ma Voormann, che mette in piedi una linea di basso energica, gonfia e sublime. 

    “Working Class Hero” esplora sonorità folk, quasi Americana sotto certi punti di vista. Qui Lennon fa una critica alla borghesia, frantumando la speranza di tanti “comuni mortali” di dare un migliore aspetto alla loro vita. L’arrangiamento è esteso solo a chitarra e voce, mentre John si autoproclama il “pastore” di una generazione. “Se vuoi essere un eroe, seguimi”. 

    La chiusura del primo lato del disco, è affidata a “Isolation”. Qui il blues e il soul si intrecciano in una maniera perfetta, per una traccia che forse non ha avuto l’apprezzamento che si meritava. 

    In “Remember” si ritorna a premere sull’acceleratore, ma con più cautela rispetto a “I Found Out”. La traccia rimane comunque morbida, mentre i tre musicisti giocano con cambi di tempo, pianoforti martellanti e esplosioni attraverso cui Lennon rievoca la “Guy Fawkes Night”, una festa inglese. “Love” è il terzo pilastro su cui “Plastic Ono Band” regge. È una ballata dolce e struggente in cui Lennon lascia il piano a Spector, per concentrarsi su chitarra e voce, gli unici strumenti di cui la canzone è composta. Assumerà un’importanza maggiore diversi anni più tardi quando, dopo il suo assassinio, verrà pubblicata come singolo. 

    A questo punto il disco attraversa un’ulteriore fase di debolezza. “Well Well Well”, traccia di sei minuti, completamente scollegata dal filo conduttore del disco, ha tutte le sembianze di un riempitivo. Lennon torna sul rock and roll, ma con una traccia che, seppur abbia degli spunti anche interessanti, stona con il resto del disco. Discorso più o meno analogo per “Look At Me”, scritta durante le sessioni del White Album, nel 1968.

    Sul finire del disco, la situazione però cambia. Perché Lennon tira fuori dal cilindro un capolavoro. Non solo una delle sue migliori canzoni, ma una delle più belle mai scritte. “God” è la canzone per “Andare avanti e farsene una ragione”; È il momento in cui Lennon chiude pubblicamente con i Beatles.

    Ma è anche il momento in cui, nonostante Yoko e uno spiccato egocentrismo, sembra apparire più solo che mai. Il piano di Billy Preston crea la struttura melodica drammatica perfetta, che lascia spazio solo per la voce di Lennon. Seguono una sfilza di idoli in cui Lennon non crede, persino Dio, definito come un costrutto dell’uomo, altre cose in cui un tempo credeva ed ora non crede più. E poi. “Non credo più nei Beatles”. Un silenzio tombale mette la scritta fine su una delle band più importanti nella storia della musica. Il sogno è finito, e bisogna farsene una ragione. Non c’è più nulla in cui possa credere, se non in sé stesso. E in Yoko.

    A seguire la traccia di chiusura del disco c’è una piccola composizione acustica dal titolo “My Mummy’s Dead”. 

    / 5
    Grazie per aver votato!

    I Ventured Across The Stream: La recensione di “Alba”

    • I Ventured Across The Stream – Alba
    • 1 Dicembre 2023
    • ℗ Pan Music Records

    Post-rock e sentori shoegaze si scontrano nel singolo di debutto del quintetto del sud-italia.

    Nati sotto il segno di Van Morrison, a cui devono il proprio nome, “I Ventured Across The Stream” sono una band alt-rock formatasi tra Campania e Basilicata, sotto le influenze di artisti come i Sigur Ros o Jeff Buckley. Quel verso di Astral Weeks di Morrison descrive perfettamente l’anima della band. Andare oltre i propri confini, esplorare, avere fame di conoscenza, che si trasformano in tematiche che trattano evasione e rotture. Il quintetto crea contrasti tra sonorità distorte e vocalizzi morbidi, cerca repentini cambi di tensione tra testo e momenti strumentali, e lo fa discretamente, con ottimi arrangiamenti. 

    I Ventured Across The Stream

    “Alba” è il titolo del loro singolo di debutto. È una traccia in cui la band esplora il senso di adeguatezza che certe volte si nutre verso sé stessi, paure, la voglia di uscire fuori dagli schemi. Alba è il culmine di un momento di difficoltà, caratterizzato da corpose e pulite sezioni melodiche, che fanno da appoggio a voci soffici, prima di esplodere in chitarre distorte e sezioni ritmiche serrate. Tra atmosfere che strizzano l’occhio allo shoegaze, “I Ventured Across The Stream”, trovano spazio per uscire dai tratti canonici dell’alt-rock ed entrare in paesaggi psichedelici.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    Karma: La recensione di “K3”

    • K3 – Karma
    • 27 Ottobre 2023
    • VREC Music Label

    Un’assenza pesante, di quasi trent’anni, quella della band milanese, che sembrava destinata a rimanere un piacevole ricordo dell’underground italiano degli anni Novanta. In questo 2023 ricco di novità e piacevoli conferme, spicca “K3”, la nuova vita dei Karma, in grandissimo spolvero dopo il lungo letargo. Non si può parlare di totale rivoluzione, ma di mirabile evoluzione di un sound granitico e sporco, che però dal grunge degli esordi ha virato verso un più maturo alternative rock, contaminato da math e post rock di pregevole fattura. Ma andiamo per gradi e, con un’immaginaria macchina del tempo, torniamo agli albori di Moretti e soci, per analizzare meglio il percorso che li ha portati ad un rientro in pompa magna.

    Se il primo album omonimo del 1994 è figlio dell’ondata grunge, che sfocia di tanto in tanto nel trash, già nel successivo “Astronotus” si anticipa quanto riproposto nell’ultimo lavoro, ovvero una maggiore spinta alla sperimentazione, con una crescente psichedelia di base ed una voce che talvolta sembra avvicinarsi alla Demetrio Stratos memoria. L’ultima “Astronotus – Jam Reprise” esalta ancora di più quest’ultimo concetto e nei quasi venti minuti i suoni si dilatano riuscendo a trasportare l’ascoltatore in un burrascoso viaggio che culmina con una quiete apparente.

    Da quel silenzio finale riparte “K3”, un pezzo totalmente strumentale aperto da un tribale degno dei migliori combattimenti spartani nel film di Zack Snyder.

    Già con “Neri Relitti” si percepisce la svolta della band: la maggior consapevolezza dettata dall’esperienza maturata in tutti questi anni emerge fin dalle prime note e anche la voce di David Moretti sembra non aver risentito minimamente del tempo trascorso.

    Il cambio di passo è ancora più evidente in “Corda Di Parole”, con echi math e prog che sorreggono un testo profondo e duro, scandito da un ritmo incalzante, frutto del duo composto da Diego Besozzi alla batteria e Alessandro “Pacho” Rossi alle percussioni. “Nella grammatica di ogni relazione le parole creano intrecci che attraggono, seducono, come il canto delle sirene di Ulisse. Corda di parole descrive una catarsi, la presa di coscienza di come ciò che era saldo sia diventato in realtà finzione. Non è una delusione verso le parole, ma verso chi non ha più la volontà di ascoltare. Come ne La Menzogna di Ulisse di Brecht le sirene restano in silenzio negando la propria voce a un uomo che non vuole abbandonarsi al loro canto” commenta così il cantante della band.

    La coppia di canzoni che segue lascia più ampio respiro con toni maggiormente dilatati, spezzati dall’ultimo minuto di “Abbandonati A Me”, che richiama melodie new prog, mixando i Porcupine Tree e i Tool.

    Con “Atlante” prosegue la metamorfosi dei Karma: le atmosfere psichedeliche e arabeggianti, già ascoltate nei primi Oceansize, elevano il brano più spirituale, che parla del continuo rapporto tra il sorreggere e l’essere sorretti tipico della vita di ciascun individuo. Mirabile il videoclip, realizzato da Barbara Oizmud, con un bianco e nero che ne enfatizza appieno la natura mistica.

    L’evoluzione nei sette minuti di “Goliath”, a mio avviso la migliore traccia dell’album, è costante: il brano si apre con una base quasi minimal, per poi crescere con arpeggi eterei, accompagnati da suoni tribali ed elettronici, e ancora sfociare nello sludge metal intorno al quinto minuto. Questa escalation si capovolge, per completarsi e tornare alla quiete inziale, completando armoniosamente quanto iniziato. Voce sospesa, cori e intrecci di italiano e inglese rafforzano quanto egregiamente proposto dagli strumentisti della band.

    Mentre ne “Il Monte Analogo” vale lo stesso discorso già espresso nella precedente “Abbandonati A Me”, con “Ophelia” si toccano note post rock, molto curate e mai banali.

    L’ultima suite di undici minuti parte con un richiamo alla coda di “Astronotus”, per poi evolversi in riff più sincopati e cupi, degni di Maynard J. Keenan e soci, e completare il percorso già battuto nei brani precedenti, chiudendo questa stupenda opera con una parte orchestrale, che anticipa l’ultimo minuto noise sospeso, quasi a voler suggerire un nuovo album.

    Un piacevole ritorno, che trova ulteriore conferma live, come in occasione del concerto il 30 novembre scorso al Wishlist di Roma, dove il quintetto milanese ha mostrato al pubblico che, anche dopo circa trent’anni, il talento e la passione sono ben saldi nelle loro anime.

    / 5
    Grazie per aver votato!

    Bud Spencer Blues Explosion: La recensione di “Next Big Niente”

    • Next Big Niente – Bud Spencer Blues Explosion
    • 27 Ottobre 2023
    • ℗ La Tempesta Dischi

    È evidente fin dal loro nome la volontà di non prendersi troppo sul serio. Infatti, i Bud Spencer Blues Explosion hanno tratto parte del loro sound da uno dei capisaldi del blues moderno (i Blues Explosion di Jon Spencer), molto marcato nel primo album omonimo, per poi accentuare maggiormente la loro anima rock nei seguenti “D.O.I.T.” e ancora nel più alternativo “BSB3”, fino ad accennare in “Vivi Muori Blues Ripeti” una psichedelia che risulterà predominante nel loro ultimo lavoro.

    “Facciamo canzoni esattamente come ci piacciono, senza rendere conto a nessuno. Altrimenti non avremmo motivo di esistere”. Ed è proprio qui che si colloca quindi “Next Big Niente”, un album complesso fin dalla prima traccia, una sorta di intro sospeso di più di due minuti e mezzo. L’influenza costante e prepotente del nuovo progetto del cantante chitarrista Adriano Viterbini, ovvero I Hate My Village, pervade tutte le tracce, mostrando un’evoluzione del duo romano verso lidi diversi. Non c’è più la base preponderante blues o alt rock al quale Viterbini e Petulicchio ci avevano abituato, ma una costante sperimentazione sonora che disorienta al primo ascolto, ma cattura subito dopo e si esalta col passare del tempo.

    Con “Medioriente” si viene proiettati in atmosfere arabeggianti, in un trip di suoni accompagnati da un testo critico alla base, ma impenetrabile nel suo profondo. Il potente e costante suono del basso fa da sfondo ad una musica contorta ed al contempo celestiale, interrotta quasi a metà brano, per poi riprendere, intrecciando la precedente melodia a nuovi suoni acidi.

    Le otto frasi che compongono i tre minuti e mezzo di “Insynthesi” proseguono la follia del precedente pezzo, esaltando una psichedelia, che permea l’intero album, con tratti noise nel finale.

    Il viaggio prosegue senza variazioni con “Stranidei”, sospesa come le parole scandite dalla voce di Viterbini. La successiva “Sabroso Tapas Bar” è la prima delle cinque strumentali che completano il percorso. Qui le atmosfere sono ancora più mistiche, con una melodia che accompagna fino al termine, sfumata solo dall’uso sapiente dei synth.

    “Miku五” è un’improvvisazione con campionamenti vari, totalmente strumentale ad eccezione di qualche termine pronunciato in giapponese, da voci che sembrano extraterrestri. Sono sicuramente i sei minuti più complessi e sperimentali dell’intero album, con richiami a motivi già ascoltati nei precedenti brani, stravolti e trasformati in pezzi noise elettronici. Emblematico il nome: letteralmente, infatti, indica la quinta jam ed è facile concordare sul fatto che non poteva esistere nome più azzeccato. La successiva “Vandali” prosegue la “schizofrenia” precedentemente ascoltata, un’altra breve follia strumentale di poco più di due minuti, dove però ci si avvicina nuovamente al concetto di canzone.

    Si torna ad una maggiore canonicità, se di questo si può parlare con la nuova sonorità dei Bud Spencer Blues Explosion, con “Come Un Raggio”. La musica oscilla tra un blues rock acido ed un trip psichedelico a tinte noise, con un testo che enfatizza l’introspezione enigmatica voluta dalla band, che ci invitano a ricordare che tutto “quello che cerco ce l’ho dentro”.

    I primi venti secondi di “Camper” sembrano simulare il rumore di una radio che non trova la giusta stazione, per poi passare ad uno stilema alt rock più standard. A metà, però, il tema cambia radicalmente: dopo un’altra breve jam “rumorosa”, l’atmosfera diviene più rarefatta e ci si lascia coccolare da una melodia che ricorda un carillon, accompagnato da suoni e rumori analogici ed elettronici. Questi intrecci si dissolvono nel finale, aumentando il senso di inquietudine e stupore, che rende questo brano uno dei migliori dell’intero album.

    La chiosa finale spetta a “Gerrili”, un outro rock & roll di meno di un minuto, totalmente avulso dal contesto di “Next Big Niente”, ma meravigliosamente giusto.

    Un disco contorto, inaspettato, ma sorprendente. Tendenzialmente tutto ciò che ci si aspetta da una band in continua evoluzione.

    / 5
    Grazie per aver votato!
    1 2 3 5