The Valley Of Vision

Manchester Orchestra: La recensione di “The Valley of Vision”

  • Manchester Orchestra – The Valley Of Vision
  • 10 Marzo 2023
  • ℗ Loma Vista Recordings / Concord

“The Valley Of Vision” è il nuovo progetto in studio della band indie di Atlanta, salita alla ribalta nel 2005. Rispetto agli ultimi progetti, la “Manchester Orchestra”, ha scelto di mettere da parte i suoni di chitarra sfarzosi, per dare il giusto posto a testi più delicati, armonie vocali apertissime e riferimenti religiosi, dettati dalle esperienze dell’infanzia di Hull. Il titolo stesso del disco deriva da un libro di preghiere degli anni ’70. Già in passato eravamo stati abituati alla grossa dose di cupezza di dischi come “A Million Masks of God” e a momenti di speranza e felicità, come “A Black Mile to the Surface”.

The Valley of Vision ingloba ogni emozione, ogni loop e ogni impulso di sintetizzatore, costruendo un’atmosfera che ti fa sentire come perso in qualche mondo ultraterreno per tutti i 26 minuti di ascolto. Il disco è nato in una vecchia casa dell’Alabama adibita a studio di registrazione, in cui la band ha lavorato giorno e notte, scrivendo e registrando tutto da zero. 

“Capital Karma”, traccia di apertura del disco, inizia con una dolce linea di piano e vocalizzi persi da qualche parte nello spettro sonoro. Ogni strato di questa canzone entra dolcemente lungo tutto il suo sviluppo, sotto la voce di Hull. Un piano in reverse e suoni percussivi cavernosi aprono “The Way”, la traccia più forte di questo disco. Tra loop vocali e linee melodiche distorte di archi, troviamo la perdita della retta via, il dover ricominciare tutto daccapo, il trovre un giusto modo per affrontare gli ostacoli. In “Quietly” sembra come se l’intera band stesse suonando sott’acqua. Il testo non fa altro che confermare questa sensazione. 

“Letting Go” racconta di quanto molto spesso, dimenticare è l’unico modo per andare avanti. Troviamo una canzone più ritmata, con una sezione ritmica più in primo piano rispetto alle canzoni precedenti, mentre le armonie vocali ti portano a galleggiare in una dimensione senza tempo ne spazio. “Lose You Again” fa rientrare un elemento che fino ad ora ci eravamo quasi scordati, la chitarra. La canzone è costruita su tre strati, in quello in cima troviamo la voce di Hull, nel secondo strato troviamo un arpeggio di chitarra acustica e nello strato più profondo si perdono suoni di piano ovattati, loop e suoni distorti e lontani.

“Rear View”, traccia finale del disco è la più cupa. Si sentono batterie che ricordano il battito cardiaco e pezzi di conversazioni incomprensibili in lontananza. Poi Hull. Un testo straziante, che parla di perdita. La perdita di sé stessi, la perdita di qualcuno a cui teniamo dettata da orgoglio e presunzione, promesse non mantenute e la contraddizione di tutto quello che è contenuto nelle tracce precedenti. [Eppure, tu sei la ragione per cui respiro / Ho finito le scuse]. Una sezione ritmica fortissima ha il compito di far tornare Hull con i piedi per terra. Poi tutto sparisce, resta quella gran cassa che ricorda il battito del cuore. E l’album finisce 

Voto: 7/10

/ 5
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