Zarautz

Alephant: La recensione di “Zarautz”

  • Alephant – Zarautz
  • 15 Novembre 2023
  • ℗ Alephant

Gli Alephant tornano dopo quattro anni con un nuovo disco, dal titolo “Zarautz”. Il gruppo affonda le sue radici in culture distanti, a partire dal proprio nome. Un significato biblico, attribuito all’alfabeto ebraico, associato alla creazione, alla nascita. I fratelli Enrico e Andrea Palumbo, hanno portato alla nascita questo progetto nel 2019, un periodo che, tra le crisi pandemiche, sembra distante anni luce da oggi, con il disco di debutto “Whole.”. Quella volta, i Palumbo avevano lavorato al progetto tra la California e la Francia. La sorte del nuovo progetto è stata pressappoco simile.

Nato durante la pausa forzata della pandemia è riuscito ad arrivare alla sua fase embrionale durante un viaggio di dieci giorni nel nord della Spagna. I due fratelli hanno catturato ogni essenza e atmosfera dei paesaggi, da Bilbao fino a Zarautz, che alla fine ha dato il nome all’EP. Queste immagini hanno incontrato uno stile melodico perfetto, quello di una miscela fra indie-rock e Synthpop anni ’80.

Come per il progetto precedente, la lavorazione del disco avviene, in diverse sessioni, al Lab10 Studio di Torino, sotto la supervisione artistica di Andrea De Carlo e Filippo Cornaglia. La band sceglie poi Marco Ferro per curare la sezione ritmica. 

Nelle quattro mura dello studio, i due fratelli, aiutati dalla produzione di Cornaglia e De Carlo, viaggiano sulla linea di incontro tra vintage e sperimentazioni moderne, mescolando il digitale a synth analogici, chitarre elettriche e drum machine.

L’album si apre con “Best Self Is yet to Come”. La intro stile The1975, si sviluppa su stratificazioni di sintetizzatore, prima di convertirsi nei pattern squillanti di chitarra di “Best Self”. È un arrangiamento tanto semplice quanto efficace, composto da una melodia e delle palette sonore coinvolgenti, punto chiave del synthpop. Gli arpeggi puliti di “You & Me” si schiantano su strutture di loop e ritmiche elettroniche di drum machine, prima di aprirsi nel miglior ritornello del disco. 

In “Damp Roses” l’arrangiamento si spoglia, lasciando le chitarre acustiche e le stratificazioni dei droni. La chiusura del disco, “Euphoria”, è un omaggio agli anni ’80, tra pads e batterie elettroniche sincopate. 

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