Tanz Akademie: La recensione di “Hullabaloo”

Black Country, New Road? Black Midi? Squid? No. “Tanz Akademie”

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Review

Voto
8.6/10
Overall
8.6/10
  • Tanz Akademie – Hullabaloo
  • 26 aprile 2024
  • ℗ Overdub Recordings

La musica di oggi è tutta mediocre, specie quella italiana. Quante volte abbiamo sentito questa frase, e negli ultimi anni sempre più spesso. Eppure, i Tanz Akademie sono l’ennesima conferma di quanto queste parole siano insignificanti per chi tutti i giorni ha voglia di scavare sotto la superficie del panorama musicale odierno. 

“Hullabaloo” è il titolo del disco di debutto di una delle scoperte più interessanti di questo 2024, nella scena musicale italiana. La band piemontese, composta da Francesco Nada (Sax, chitarra), Luca Assisi (chitarra), Matteo Boglietti (corno francese), Giovanni Lo Vano (Voce, Chitarra), Matteo Cicolin (batteria) e Michele Reggio (basso), ha registrato il disco in una sola settimana, ma l’album non è nato in sette giorni. Hullabaloo è il risultato di anni di prove, concerti andati male, amicizia e il giusto compromesso tra ferocia e dolcezza. 

Sebbene questa miscela di post-punk, alt-pop e jazz sia ormai un ingranaggio ben oleato, almeno fuori dall’Italia, i Tanz Akademie ci insegnano una lezione importante. Qui c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di rischiare. 

Hullabaloo

Il disco è un vorticoso susseguirsi di emozioni. Speranza, frustrazioni e rinascita colorano il cupo viaggio della band alla ricerca di un momento di luce. Il collante di questo progetto risiede nel titolo. “Hullabaloo” è baccano. E il baccano non ha fazione. Può scaturire dalla felicità, dalla rabbia, da una disperata richiesta d’aiuto o da un evento che desta sorpresa, o ancora, e questo sembra ciò che il sestetto ama di più fare, un tentativo di colmare un silenzio assordante.

Ci hanno insegnato che quando un neonato ha bisogno di chiedere qualcosa piange. Quando quel neonato cresce impara a dosare il tono della voce in base a quello che ha da chiedere. E più queste richieste si fanno disperate, più il tono della voce si alza. Questa potrebbe essere la risposta perfetta per definire “Hullabaloo”. Nonostante il frastuono, le energiche chitarre punk e i toni fiabeschi dei fiati, la band trova ampio spazio di analisi sul rapporto tra la vita e la morte, sulla salute mentale, sui legami familiari e sull’essenza della giovinezza. Ci sono così tanti spunti di riflessione, che spesso si rischia di influenzare in maniera negativa un disco. Non è questo il caso. 

L’album si apre con “The Vampire”, primo singolo di anticipazione, pubblicato all’inizio dell’anno. La traccia è leggera, un contrasto netto con il testo, che invece si insinua all’interno di una relazione tossica, costernata da morbosità e illusioni, in bilico fra un rapporto a metà fra ciò che è reale e ciò che è invece frutto dell’immaginazione umana. In “The Ghost”, uscito anche esso come singolo, le pesanti distorsioni sulle chitarre creano il trampolino di lancio per l’ingresso degli ottoni, che danzano con lo spoken word di Lo Vano. Tutta la canzone ruota intorno a turbamenti psicologici, dove l’angoscia iniziale data da un fantasma che infesta una casa si appiattisce nel momento in cui lo si inizia a considerare come una figura amica.

Il ritmo cadenzato di “Trst” vaga verso atmosfere dai Goth leggere e riverberate, prima di gonfiarsi sui “La La La La” del finale. Su “Tomorrow” virano verso pulite sonorità “Buckleiane” risvegliandosi sulle sporche linee di basso di “The Wake”. I tocchi di piano di “Geisterwalzer” ci catapultano in atmosfere che sembrano provenire da un altro disco. Eppure la traccia strumentale lunga appena due minuti, risalta incredibilmente bene all’interno di questo progetto tentacolare. “Special Town” e “Widows” ritornano più forti che mai alle cifre stilistiche che il gruppo ci ha sparato dentro le orecchie nelle prime tre tracce di “Hullabaloo”.

“Lollipop” è a meta fra un walzer da saloon e una fiaba, mentre in “The House” la quiete torna ad essere la protagonista. Le distorsioni si spengono e sui dolci arpeggi di chitarra Lo Vano ci traghetta verso un incredibile composizione dai tratti post rock. Un po’ Squid, un po’ Fontaines D.C. la band assesta il colpo finale con le ambientazioni oscure dell’ultima traccia cantata del disco, “Venice”. A chiudere questo incredibile esordio è “The House (Reprise)”. Qualcuno è arrivato alla fine del viaggio, ha trovato la luce e lontano, forse all’interno di quel tunnel descritto in precedenza risuona ancora quel “la la la la”, dolce e spensierato. O forse anche qui, come in “The Vampire” è tutta un’illusione.  

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