The Pineapple Thief: la recensione di “It Leads To This”

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Review

Voto
6.2/10
Overall
6.2/10
  • It Leads To This – The Pineapple Thief
  • 9 Febbraio 2024
  • Kscope

Avete presente quando aspettate ardentemente qualcosa e poi, una volta tra le mani, rimanete con quel mezzo sorriso stampato sul volto? Questo è quanto accade mettendosi all’ascolto dell’ultima creatura partorita da Bruce Soord e soci. Sembra quasi di ascoltare una compilation di vecchi brani, per carità ben suonati, come sempre, ma niente che trasformi l’espressione in gioia pura. Un approccio conservativo, una terra già esplorata, un percorso sicuro, sono le frasi che meglio racchiudono la strada intrapresa dai Pineapple Thief nel comporre l’ultimo “It Leads To This”. Da musicisti di questo calibro è lecito aspettarsi ben altro che la semplice sufficienza, ma andiamo per ordine ed analizziamo l’album che segna i venticinque anni di carriera della band.

the pineapple thief

L’apertura affidata a “Put It Right” è tutt’altro che memorabile: cinque minuti e mezzo senza infamia e senza lode, che accompagnano l’ascoltatore verso lidi già percorsi e, forse, nemmeno troppo cari.

Con “Rubicon” ci si trova di fronte ad un approccio più deciso, una leggera svolta neo prog rock che ha da sempre accompagnato la band. Niente di trascendentale, ma comunque molti gradini sopra la precedente traccia.

“What you see is no surprise” recita una frase della canzone che ha dato il titolo all’album. Mai sentenza fu più azzeccata. Basterebbero queste poche parole per descrivere l’intera opera, così come questo pezzo. Già sentito, ben fatto ma niente di nuovo.

Si passa poi alla seguente “The Frost”, ma il canovaccio rimane invariato: addirittura qui torniamo più vicini alla banalità della traccia di apertura piuttosto che alle tre successive.

Giunti a metà troviamo i primi squilli, dove il supergruppo mette a segna una doppietta degna di nota. “All That’s Left” e “Now It’s Yours” portano sonorità nettamente più ricercate, mostrando l’estro della band.

L’apice però viene raggiunto con “Every Trace Of Us”, con i loro elementi tipici mescolati con grande sapienza. Questa canzone vince senza dubbio la palma di migliore dell’album, anche se la concorrenza era veramente bassa.

L’ultima “To Forget” sembra quasi un invito all’ascoltatore: piatta, con pochi sussulti degni di nota, quasi a riprendere l’incipit iniziale. Non un totale disastro, ma nemmeno lontanamente vicina al capolavoro.

Insomma, un disco senza né arte né parte, di cui si poteva fare sicuramente a meno ma che non grida nemmeno allo scandalo. Un passo indietro di una band di grandissimo valore, che non ne scalfisce l’immagine, ma sembra voglia fungere da transizione (si spera) verso nuove sonorità, non per forza migliori o peggiori, ma di certo diverse.

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