Tuesday Music Revival: Arctic Monkeys – AM

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Review

Voto
8.9/10
Overall
8.9/10
  • Arctic Monkeys – AM
  • 9 Settembre 2013
  • ℗ Domino Recording Co. Ltd.

La svolta oscura della band di Sheffield ispirata ai pilastri del rock. 

Dall’incredibile scossa del disco di debutto “Wathever People Say I Am”, gli Arctic Monkeys hanno messo in fila una serie di colpi da maestro, dando vita ad un suono, incredibilmente fresco, pur attingendo da cifre stilistiche d’altri tempi, e in grado di mutare da un momento all’altro, pur mantenendo intatta l’immagine della band. 

Nel 2013, il gruppo capitanato da Alex Turner, corona i 10 anni di carriera, con un disco incredibile. “AM”, quinto album, e probabilmente il migliore fino a quel momento, sicuramente il più famoso. 

I cambi di stile da un disco all’altro diventeranno sempre più presenti da qui in poi, ma quello che veramente da una marcia in più a “AM” è un cambiamento radicale nelle tematiche trattate. Se il disco di debutto poteva considerarsi un disco che cambiava le metriche del punk-rock, o “Suck It and See”, loro album precedente, un disco affogato in ambienti lussureggianti, qui la band vaga nell’oscurità, a tratti è essa stessa l’oscurità.

Trasferitisi in California e chiamati al rapporto Ross Orton (The Vaccines, M.I.A., I Monster) e James Ellis Ford, che ha prodotto tutti i loro lavori precedenti, gli Arctic Monkeys iniziano le sessioni di registrazione, distribuite fra i Sage & Sound Recording di Los Angeles e il Rancho De La Luna, a Joshua Tree, dove, come accaduto con “Humbug”, incontrano Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age, che darà il suo contributo alle voci aggiuntive di questo progetto. 

Attorno alle cupe atmosfere “AM”, trova comunque spazio per sensazioni lussureggianti, che Alex Turner già aveva esplorato in passato. Stavolta però, amori ed erotismi duellano con i dubbi, di un mondo senza romanticismi, popolato da storie d’amore destinate a scomparire in un battito di ciglia. 

Arctic Monkeys

Ad aprire il disco “Do I Wanna Know?”, un banger incredibile, capace di essere identificato dal colpo di Kick iniziale. Con questa traccia, i Monkeys trovano la ricetta perfetta, poiché questo stile verrà riutilizzato in un altro paio di occasioni nel disco. “Ti ho sognato quasi tutte le sere”, canta Turner, tra ossessioni e paranoie, mentre il riff sporco di chitarra accompagna la sua voce.  “R U Mine?”, pubblicata inizialmente come singolo, è la traccia che incarna in maniera perfetta il concetto di questo disco. Ancora una volta le chitarre distorte e filtrate combattono con le corpose melodie del basso di O’Malley. A differenza dell’apertura, qui la band adotta una soluzione più semplice, andando a prendere spunto direttamente dalle metriche dell’Hard-Rock.

In “One for the Road” Turner si trova alle prese con la fine di una relazione. Da qui in poi il disco inizia ad annebbiarsi (e non in senso negativo). Le chitarre squillanti creano delle melodie squillanti, mentre le atmosfere iniziano a essere più calde e altrettanto deliranti. 

In “Arabella”, il quartetto scomoda pattern di arrangiamento “zeppeliniani”, in un costante duello tra essenzialità e stratificazioni sonore, le strofe, in cui prevalgono basso e batteria implodono in ritornelli colmi di distorsioni e cambi di ritmo. 

“I Want It All” è il profilo perfetto di una rockstar. Il vero frontman di questa traccia è la chitarra. Le tracce pesantemente distorte, avvolgono completamente tutto il resto, fatta eccezione per le percussioni, mentre la voce di Turner combatte, con un arrangiamento volutamente troppo corposo, per spuntare fuori, riuscendoci in alcune occasioni. 

Nella parte centrale del disco, gli stili che hanno caratterizzato le prime tracce iniziano ad assottigliarsi. Rimane la sensazione calda, ma Alex e la band ammorbidiscono i suoni, spostandosi verso delle ambientazioni più intime. Anche la scelta delle linee melodiche di voce mette in luce emotività a palate. In “No.1 Party Anthem”, la band trova un tipo di musicalità che a tratti ricorda Lennon. La batteria si ammorbidisce, e mentre la traccia si apre, trova spazio per lap steel, piano forte e un sottofondo di organi. Una scelta perfetta per una traccia ironicamente malinconica.

“Mad Sounds” resta in linea con delle sonorità più vellutate, ma questa volta a reggere l’arrangiamento sono organo e arpeggi di chitarra. A differenza delle altre tracce, questa è l’unica in cui Alex sembra guardare il mondo con un briciolo di speranza. Il ritmo torna a salire man mano che ci si avvicina alla chiusura del disco. 

Gli strumming acustici di “Fireside” chiudono l’utilizzo di elementi revival all’interno di questo disco, con un interessante connubio tra palette sonore post-punk e indie rock. 

In “Why’d You Only Callm When You’re High?” la band torna alle sonorità che avevano funzionato perfettamente all’inizio di questo disco. Mentre Turner gioca con l’R&B la sezione ritmica si muove verso standard hip-hop. Quell’R&B rimane anche nella traccia successiva. I ritmi cadenzati di “Snap Out of It” sono terreno fertile per i falsetti di Alex.

In “Knee Socks”, le voci di Homme si fanno più presenti, mentre la traccia dalle atmosfere lussureggianti trasuda riverberi ed echi. 

La chiusura arriva con quella che è, insieme a “Do I Wanna Know?” una delle tracce più famose di questo disco. 

“I Wanna Be Yours” è una lenta e cinematica sperimentazione della band, immersa in R&B e erotismi, ispirata all’omonima poesia di John Cooper Clarke. 

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