Tuesday Music Revival: Beggars Banquet – The Rolling Stones

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  • The Rolling Stones – Beggars Banquet
  • 6 Dicembre 1968
  • ℗ ABKCO Music & Records, Inc.

L’uscita di “Their Satanic Majesties Request” aveva costituito il primo passo falso nella carriera dei Rolling Stones. La band di Londra aveva messo da parte le sonorità di dischi precedenti come “Aftermath” o “Out of Our Heads”, in favore di sperimentazioni psichedeliche. 

“Beggars Banquet” è la loro occasione di riprendersi dalla botta presa con il disco precedente. Gli Stones abbandonano, almeno temporaneamente, le grandi orchestrazioni e la psichedelia, tirando fuori un disco, più simile ai canoni dei progetti antecedenti a “Their Majestic”, ma con uno significativo spazio di sperimentazione.  

Il disco è stato lavorato inizialmente agli Olimpic Studios di Londra, lungo il corso del 1968. A produrre il disco c’è un giovane musicista americano chiamato Jimmy Miller, che raggiungerà l’apice della sua carriera proprio con la produzione di “Beggars Banquet” e dei successivi quattro dischi degli “Stones”. 

Le sessioni di registrazione si sviluppano tra febbraio e giugno del ’68. Nonostante tutto, lo sviluppo del disco è abbastanza veloce, complice il fatto la band arrivò a febbraio con quasi tutte le canzoni già scritte e in parte già provate. Ciò che ottennero dalle sessioni furono delle tracce capaci di mantenere una struttura Rock and Roll, ma prepotentemente innovative, che vedevano l’utilizzo di strumenti come il Sitar, Shehnai, un uso massiccio del Mellotron e una sempre più presente chitarra slide.

Il periodo caratterizzato da potenti prese di posizione politiche e sociali, ha fatto da catalizzatore per lo sviluppo di testi dalle tematiche parecchio rischiose ed esplicite, per l’epoca. Nel disco sono contenuti riferimenti satanici, sessuali e autoironici. Persino l’artwork del disco, che oggi sarebbe del tutto normale, rappresentante una sezione del bagno di una concessionaria decorato dai graffiti di Jagger e Keith Richards, aveva causato non pochi problemi con l’etichetta.     

Nell’estate del 1968, un Mick Jagger poco convinto, e con l’esperienza della batosta del disco precedente, decide di portare i master pre-mixati a Los Angeles. Ai Sunset Sound Studios, gli Stones, conobbero un ingegnere del suono chiamato Glyn Johns, un ventiseienne che stava lavorando al nuovo disco della Steve Miller Band. Il disco venne mixato in un giorno sotto la supervisione di Jagger. 

“Beggars Banquet” non rappresenta solo un punto di svolta nello stile delle canzoni, ma anche nella formazione della band, e non in positivo.  Questo è stato l’inizio della fine di Brian Jones, una delle figure più brillanti del gruppo, dovuto principalmente all’abuso di sostanze e a diversi problemi con la legge, che lo porteranno ad abbandonare la band sul termine del disco successivo.

Il disco si apre con “Sympathy for the Devil”. Sulle percussioni africane di Rocky Dijon e Bill Wyman, e il piano di Nicky Hopkins, si sviluppa un testo dalle sembianze bibliche, con Mick Jagger che impersona niente meno che il diavolo stesso. Ovviamente, sotto l’etichetta satanica attribuita alla canzone dall’opinione pubblica, si nasconde un testo che mette in primo piano i problemi, le ipocrisie e i punti deboli del genere umano.

“No Expectations” è probabilmente la più forte del disco. È costruita sullo strumming di chitarra acustica di Richards. L’intuizione di aggiungere la chitarra slide fu di Brian Jones, in un momento di lucidità durante le sessioni di registrazione. Fu l’ultima traccia in cui ebbe una grande influenza artistica. “No Expectations”parla di solitudine e del ritrovarsi soli. “Dear Doctor” è un palpabile richiamo al country e blues. “Aiutami, per favore dottore, sono danneggiato”, canta Mick Jagger, su una melodia di armonica a fiato. Il testo è intriso di ironia, mentre Jagger cambia intonazione e accento a seconda della situazione che vuole rappresentare.

“Parachute Woman” è forse la canzone che più incarna lo stile Blues. La chitarra acustica rimane la linea guida principale della canzone, sostenuta dall’armonica di Jones. La sezione ritmica sporca di Charlie Watts trascina un testo composto da allusioni sessuali quasi esplicite, che Jagger, nonostante il rischio di quel periodo, non si preoccupa di nascondere.

“Jigsaw Puzzle”, è un ambiente invaso da persone ambigue, vagabondi ed emarginati, figlio delle poesie del Bob Dylan dei primi anni ’60. “Il gangster sembra così spaventoso / Con la sua lugher in mano / Ma quando torna a casa dai suoi figli / È un padre di famiglia” canta Jagger sulle chitarre squillanti di Keith Richards, e ancora: “Sembra davvero religioso / È stato un fuorilegge per tutta la vita”. Questa è probabilmente la traccia che incarna di più il titolo del disco, carica di incongruenze e modi di fare in netto contrasto tra di loro.

“Street Fighting Man” e sporca, le chitarre cruncy si mescolano alla voce graffiante di Jagger e alla batteria di Watts, tra suoni di sitar che vanno e vengono per tutta la canzone e un suono di piano forte aperto che si propaga lungo il ritornello. È una canzone molto impegnata politicamente, che analizza tutti i disordini avvenuti lungo il corso del 1968. “Prodigal Son” abbandona tutte le sonorità anni ’60, sfumando in un delta-blues, caratterizzato da suoni di chitarra acustica sporcati da rumori metallici generati dallo strumento stesso sezioni ritmiche senza fronzoli e armonica a fiato. 

In “Stray Cat Blues” Jagger canta: “Scommetto che tua mamma non sa che urli così / Scommetto che tua mamma non sa che sputi così”, in uno dei ritornelli più espliciti del disco e quasi sicuramente di quel periodo. La sezione percussiva in stile africano spoglia la traccia di tutti gli strumenti superflui, prima di scoppiare in un graffiante assolo di Keith Richards. L’arpeggio acustico di “Factory Woman” ci porta nuovamente ad atmosfere country-blues, in una canzone ricca di suoni americani, dal banjo alla linea melodica sporca del violino. La ragazza di cui la band parla lavora in una fabbrica, ha i vestiti sporchi e i modi di fare di un uomo, ed è l’ultimo ospite al banchetto che il quintetto di Londra ha costruito. 

Ora che sono arrivati tutti, la cena può cominciare. 

“Brindiamo ai lavoratori / Brindiamo agli umili di nascita / Alziamo il bicchiere per i buoni e per i cattivi / Brindiamo al sale della terra”. Sono queste le parole con cui Keith Richards apre il sipario di una delle migliori canzoni, non solo di questo disco, ma di tutta la discografia degli “Stones”. In questa traccia la band omaggia la gente comune, la classe operaia, i “normali”. 

In Salt of the Earth è presente anche il Los Angeles Watts Street Gospel Choir, che da una nota di soul, trasportata dai fill di batteria di Watts e dagli slide di Jones. 

Voto: 9.6/10

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