Tuesday Music Revival: Hounds Of Love – Kate Bush

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  • Kate Bush – Hounds Of Love
  • 16 Settembre 1985
  • ℗ Noble and Brite Ltd. / EMI

A metà degli anni ’80, Kate Bush, arrivata al suo quinto album, cambia il modo di concepire la musica pop. Con la EMI alle calcagna, che premeva per avere più canzoni adatte alle classifiche, e un bisogno di esplorare nuovi orizzonti musicali, la cantautrice e produttrice di Bexleyheath, da vita al suo grande capolavoro e ad uno dei migliori album degli anni ’80, e probabilmente della storia. La bravura della Bush non era certo cosa nuova. Scoperta all’età di 15 dopo che David Gilmour rimase colpito ascoltando alcune delle sue creazioni, Kate Bush venne scritturata dalla EMI all’età di 16 anni.

L’etichetta le permesse di limare tutte le sue imperfezioni e tre anni dopo, all’età di 19 anni, la cantante esordì con “Wuthering Heights”, che raggiunse la prima posizione in Inghilterra. Quattro album dopo diede alle stampe il suo gioiello. Durante la scrittura del disco si trovò a dover scegliere tra due strade da percorrere, il Prog-Rock e il Synth-Pop. Non scelse nessuna delle due, scelse di costruirne una terza da zero, prendendo spunti dalle altre due. “Hounds Of Love” vide la luce in una fattoria adibita a studio di registrazione. Il punto focale di questo disco, probabilmente risiede nell’utilizzo di un elemento allora futuristico, il Fairlight CMI.

Era una macchina parecchio costosa e molto complicata da usare, ma quella fu la prima versione di campionatore. In quel periodo i grandi pionieri delle sperimentazioni che sapevano utilizzare il CMI erano Stevie Wonder, che fu il primo a dargli il nome di campionatore, e Peter Gabriel. Tuttavia, Kate Bush, utilizzò il campionatore in un modo diverso. In Hounds Of Love vengono inseriti elementi tradizionali e molto antichi della World Music, Cori gregoriani e un approccio all’arrangiamento che da in alcune tracce delle connotazioni quasi orchestrali, non una cosa che succedeva spesso in quel periodo. 

La traccia di apertura è “Running Up That Hill (A Deal With God)”. Nasce da un pattern di drum machine ideato da compagno di Kate Bush, che ha contribuito alla stesura del disco. Il succo della canzone è che un uomo ed una donna non potranno mai capirsi al cento per cento, a meno che i due sessi non possano scambiarsi. È questo il patto siglato tra la protagonista della canzone e dio.

“Hounds Of Love” inizia con uno spezzone di un film in bianco e nero chiamato Night Of The Demon. La traccia è composta da una serie di strumenti stratificati, a partire da ampie percussioni, un pattern orchestrale che darà ispirazione a tantissimi artisti con gli anni a venire, Un esempio più recente è “Viva La Vida” dei “Coldplay”, e la voce riverberata di Kate che parla della paura di sentirsi intrappolati dentro una relazione, da qui il riferimento ai segugi. In “The Big Sky” facciamo il primo incontro con le sperimentazioni sonore di della Bush. La ritmica medievale è coronata da l’utilizzo di percussioni folk mischiate a drum machine. Nel testo vengono citate alcune cose che tutti fanno da bambini, che poi con il passare del tempo smettiamo di fare perché reputate infantili, quando in realtà danno piacere, come stare sdraiati a guardare le nuvole attraversare il cielo.

“Mother Stands For Comfort” racconta di una storia in cui la madre di un assassino è incapace di smettere di provare amore incondizionato per suo figlio in quanto sua madre. La traccia è arricchita da campionamenti di piatti rotti e suoni metallici, che diverranno molto utilizzati negli anni a seguire. “Cloudbusting” è basata sul libro di Peter Reich, figlio di uno psicoanalista austro-ungarico incarcerato dall’FBI negli anni 40. Nella canzone troviamo pattern orchestrali simili a quelli di Hounds Of Love, il Koto, uno strumento simile ad un mandolino tipico delle tradizioni folkloristiche orientali e all’apice della canzone vengono inseriti dei cori di bambini. 

Cloudbusting chiude la prima parte del disco e ci introduce ad un vero e proprio concept album

“A Dream of Sheep” è una ballata, caratterizzata da una struttura semplice, il cui filo principale è un pianoforte. Il protagonista della canzone si è perso nel mare, ha il giubbotto salvagente che lo tiene a galla, munito di una luce di segnalazione per le barche. “Piccola luce splendente / Piccola luce li guiderà a me”. Sono presenti spezzoni di trasmissioni radiofoniche, chitarre acustiche e vari campionamenti, tra cui quello di un fischietto.

La sezione orchestrale di “Under Ice” da un’atmosfera cupa alla canzone. Descrive il sogno del protagonista. Delle persone pattinano sul ghiaccio. Sotto di esso delle persone li seguono finché non capiscono che sono loro stessi ad essere intrappolati sotto il ghiaccio in procinto di annegare. La traccia finisce con una voce che risveglia il protagonista (“Wake Up”). “Waking the Witch” incomincia con una serie di frasi, accompagnate al piano forte. “Svegliati / Devi svegliarti / Svegliati, amico”. Le voci appartengono a vari membri della famiglia di Kate Bush. La dolce melodia si converte in una sezione ritmica composta da percussioni elettroniche e versi gutturali, mescolati con campionamenti di chitarra e le campane di una chiesa. La traccia parla delle allucinazioni vissute dal protagonista che sta iniziando a perdere i sensi.

“Watching You Without Me” è la seconda allucinazione avuta dal protagonista, in cui la sua anima vaga per la sua casa, provando a dialogare con le persone ma senza alcun risultato, in quanto nessuno riesce a vederla ne sentirla. La canzone è costituita principalmente da una linea di contrabbasso e percussioni orientali. “Jig of Life” racconta la terza allucinazione avuta dal protagonista. Mentre il protagonista, ormai rassegnato all’idea di morire, si abbandona al mare, il suo io del futuro cerca di convincerlo a combattere per la sua salvezza. La canzone è costruita come una ballata medievale, ricca di strumenti folk nord europei.

“Hello Earth”, penultima traccia del disco, racconta del momento in cui il protagonista della storia sta per morire. Si sentono in lontananza le voci dei soccorritori, ma sono troppo lontani. La canzone cambia completamente struttura, convertendosi in una suite orchestrale, composta da cori gregoriani, archi e pianoforte. Quella che ha tutte le sembianze di una marcia funebre (e probabilmente la traccia più bella del disco) ci catapulta dentro l’ultima canzone. “The Morning Fog”, ultimo capitolo di “The Ninth Wave”, mini concept di questo disco, racconta il ritorno alla vita del protagonista, che avendo visto da molto vicino la morte, si ripromette di apprezzare tutti i lati della vita. 

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