Wilco: La recensione di “Cousin”

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  • Wilco – Cousin
  • 29 Settembre 2023
  • ℗ dBpm Records, Inc.

Il sedicesimo disco in studio della band di Chicago è uno spaccato di vita in bilico tra la redenzione e l’abbandono al caos. Una lotta in cui, scegliere se farsi schiacciare dal peso del mondo o combattere. “Cousin” è un disco più “semplice” rispetto al materiale a cui eravamo stati abituati dalla band, ma non per questo è meno importante. È un continuo del restyling avvenuto con “Cruel Country”, in cui il gruppo aveva abbandonato quasi completamente le sperimentazioni e si era concentrato sulle registrazioni dal vivo. 

Questa è anche la prima volta in cui la band non si firma come produttore del progetto, lavoro affidato alla cantautrice e musicista Cate Le Bon (Deerhunter, Kevin Morby, Kurt Vile), che insieme a Tweedy, è probabilmente uno dei punti chiave per la buona riuscita di questo disco. 

Wilco Promo - Wilco

Nell’apertura del disco, “Infinite Surprise” emergono note sperimentali, come il battito cardiaco simulato dal batterista Glenn Kotche mescolate ad un ticchettio di orologio e strillanti e stonate linee melodiche di chitarra. In “Ten Dead”, Tweedy, utilizza i titoli di giornale e una strumentale morbida stile Velet Underground per tirare fuori un inno di protesta, incentrato sull’aumento delle sparatorie. In tutto il disco aleggia una sensazione di ansia, che non arriva mai al culmine, è lì, dormiente, e in alcuni casi, come in “Ten Dead” esce fuori un po’ di più, per poi ritornare al suo posto. Una voce scricchiolante va in netto contrasto con la ritmica serrata su “Levee”, mentre “Evicted” si tinge di sonorità country. 

La title-track, si spoglia di tutta la strumentazione superflua, mettendo il groove principale nelle mani di batteria e chitarra e generando una traccia dalle forti influenze post-punk, per poi virare nuovamente su “Pittsburgh”, un’altra traccia in cui l’ansia prende il sopravvento, su un arrangiamento granuloso. Le voci di Tweedy si alternano a momenti strumentali sconnessi che richiamano, tutta l’essenza del disco. Tutta la traccia crea un ambiente incerto, in cui non sappiamo se sentirci al sicuro o avere paura. 

“Soldier Child” è una traccia acustica dalle tinte poetiche in cui la situazione emotiva del frontman si rispecchia in quella di un bambino soldato. “Ho combattuto come un bambino” canta in un ritornello in cui ogni verso appare (volutamente) scollegato. La traccia di chiusura, “Meant To Be” rappresenta, in termini di arrangiamento e scrittura, una delle tracce più belle del disco. Il ritmo velocizzato fa emergere strumming di chitarra acustica, che ronzano da una parte all’altra, per poi scomparire e apparire di nuovo, mentre Tweedy quasi sussurra. 

I Wilco, in questo disco hanno ripreso in mano, seppur dandogli minor importanza, le sperimentazioni che gli avevano sempre contraddistinti. Non sono più la band di “Yankee Hotel Foxtrot”, e va bene così.

Voto: 7/10

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