The Music Revival Week: Pink Floyd – Wish You Were Here

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  • Pink Floyd – Wish You Were Here
  • 12 Settembre 1975
  • ℗ Harvest Records / Columbia

Riesci a distinguere un campo verde da una fredda rotaia d’acciaio?

Siamo solo due anime perdute che nuotano in un acquario, anno dopo anno /
Correndo sullo stesso campo, cosa abbiamo trovato? /
Le stesse vecchie paure

Nel 1975 i Pink Floyd si trovavano in un punto cruciale della loro carriera. Gli anni psichedelici di “The Piper” e “A Saucerful of secrets” erano ormai storia vecchia. Con Gilmour la band aveva subito una battuta d’arresto in “Ummagumma”, ma poi… Dal 1970 i Pink Floyd avevano messo in fila una serie di capolavori di sperimentazione e progressive-rock, arrivando al vero punto cruciale, “The Dark Side of The Moon”. “The Dark Side” creò delle aspettative estremamente difficili da rispettare, eppure, due anni dopo, a settembre del 1975, “Wish You Were Here” riesce non solo a rispettarle, ma anche a superarle.

La prima scintilla del disco avvenne nel 1974, durante il tour europeo. Furono scritte e composte tre suite, le prime due, inizialmente chiamate “You Gotta Be Crazy” e “Raving and Drooling” vennero messe da parte e riprese durante la stesura del disco successivo, con il nome di “Dogs” e “Sheep”. Il terzo componimento fu il punto focale del disco, il perno attorno cui ruota l’intero disco. Come per i lavori precedenti, i crediti della produzione del disco vengono associati a tutta la band, che chiese aiuto a Brian Humphries, già collaboratore dei Floyd, nella colonna sonora del film More. 

Pink Floyd, Wish You Were Here Desert Man in Bowler (right-hand), Back  Cover, 1975 | San Francisco Art Exchange

Prima di andare avanti con l’analisi delle tracce, occorre aprire una parentesi, per comprendere meglio il significato del disco e perché, per certi punti, è addirittura meglio di “The Dark Side Of The Moon”.  Questo disco è di estrema importanza perché rappresenta il momento esatto, nella carriera dei Pink Floyd, in cui chiuderanno per sempre una porta. Quella porta ha un nome, e si chiama Syd Barrett. Dopo la rottura con Barrett, dovuta ai suoi problemi di salute, e il successivo ingaggio di David Gilmour (peraltro suo amico), la band non era mai riuscita a mettere da parte il suo vecchio frontman. Il suo fantasma è stata una presenza fissa all’interno dei dischi dei Pink Floyd fino a “Wish You Were Here”.

Il disco è a tutti gli effetti una lettera di addio di 44 minuti a Syd. Ma i Floyd non chiudono solo con lui concettualmente. Nel maggio del 1975, mentre la band era impegnata al mixaggio del disco, agli Abbey Road Studios, si presenta un uomo. È Barrett, senza capelli, ne sopracciglia, entra in sala di mixaggio, ascolta la suite di “Shine on You Crazy Diamond”, senza capirla, non dice nulla, si gira e va via. Quella fu l’ultima volta che i Pink Floyd lo videro. 

Il disco è il secondo concept album del gruppo e, mentre “The Dark Side Of The Moon” si concentrava su tematiche come lo scorrere del tempo, la paura della morte, ma al contempo quella di vivere (anche se non percettibile), questo disco vaga fra tematiche in qualche modo più sensibili al tatto. Attorno all’anima di Syd Barrett, non ruota solo la pazzia, la band esplora la perdita in maniera più profonda, e la macchina da soldi che l’industria discografica rappresentava in quel periodo. 

The Story of Pink Floyd 'Wish You Were Here' - Classic Album Sundays

L’intro delle prime 5 sezioni di “Shine on You Crazy Diamond” è un’iconica sovrapposizione di synth VCS3. I suoni ambientali di Wright conducono verso una tavolozza di suoni sperimentali infinita. Gilmour si districa perfettamente tra suoni clean e distorsioni, gli organi psichedelici che vibrano nei momenti di alta tensione. Quiete, tempesta, e ancora quiete. Prima che l’assolo di Gilmour conduca alla parte cantata. I Pink Floyd non erano sicuramente nuovi a suite di questo tipo, ricordiamo ‘Echoes’ e ‘Atom Heart Mother’.

Ma in questo caso, la band è riuscita a portare un ascolto molto impegnativo, in termini di durata (ricordiamo che la suite completa dura quasi 26 minuti), alla portata di tutte le orecchie senza scendere a compromessi. Il sax di Dick Parry, si dissolve in un vortice di allarmi, treni, spruzzi di vapore e, piano piano, un suono ripetuto di sintetizzatore. Le chitarre acustiche vanno da una parte all’altra degli speaker e, tra gli avvolgenti synth di Wright si libera la voce di Gilmour. “Va tutto bene, ti abbiamo detto cosa sognare”, canta in un urlo strozzato di ribellione.

È forse la traccia del gruppo che meglio descrive il sentimento di disprezzo che i quattro hanno nei confronti di tutte quelle aziende dell’industria discografica che hanno come unico scopo quello di spremere gli artisti per ricavarne il più possibile, in termini di guadagno. La traccia si ferma, lasciando un solo allarme, e poi gli schiamazzi della folla. 

Il primo lato del disco si chiude con solo due tracce.

Ad aprire il secondo lato del disco è “Have a Cigar”. Se gli argomenti riprendono quelli della sua traccia precedente, produzione e arrangiamenti vanno da tutt’altra parte. I VCS3 si assottigliano, surclassati da organi e piani elettrici. Anche la batteria di Nick Mason assume più importanza. La chitarra di Gilmour trasuda effetti e sembra quasi sfidare a duello la voce di Roy Harper. La canzone non attacca le industrie discografiche, ora il gruppo se la prende proprio con gli individui che le gestiscono. 

Tra i discorsi usciti dalle piccole casse di quella che sembra una vecchia radio, emerge la chitarra di Gilmour. L’intro di “Wish You Were Here” così difficile da dimenticare apre le porte ad una canzone che analizza la perdita (di Barrett) fin nei meandri più nascosti. Ne guarda tutte le sfaccettature e i suoi lati più impercettibili. La traccia torna all’interno di quella piccola vecchia radio, come se i 5 minuti precedenti altro non fossero stati che frutto della nostra immaginazione. 

Syd apre il disco, ed è giusto che lo chiuda anche, ecco perché l’ultima traccia di “Wish You Were Here” è la seconda parte di “Shine On You Crazy Diamond”, che riprende esattamente da dove si era interrotta circa 18 minuti prima. Inizia con un giro di basso corposo, alla guida dell’orchestra di synth di Richard Wright. Le ultime quattro parti della suite sono pura e dilagante pazzia, prima che il rock psichedelico prenda colori funk. Poi di nuovo il tema principale della suite esce dalla Stratocaster di Gilmour. E poi ancora calma, e le voci. Poi di nuovo uno pseudo funk guidato dal clavinet di Wright. Infine tutto si assottiglia, quella sarà la vera fine dei Pink Floyd con Barrett tra le loro fila. Gilmour e Waters, hanno scritto quasi tutte le tracce insieme, a dimostrazione di tutto ciò che c’era tra loro due e Syd.

Harry Wadsworth Longfellow scrisse che non si può mai guardare tristemente al passato, perché tanto non tornerà.

Con la fine di “Wish You Were Here”, i Pink Floyd realizzano che non si può sempre guardare indietro e che l’unico modo per andare avanti è lasciare Syd in quel passato che non tornerà mai. 

Voto: 10/10

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