Yard Act: La recensione di “Where’s My Utopia?”

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Review

Voto
7.8/10
Overall
7.8/10
  • Where’s my Utopia? – Yard Act
  • 1 Marzo 2024
  • Island

Where’s My Utopia? è il secondo capitolo discografico degli Yard act, quartetto di Leeds tra i più noti del panorama post punk degli ultimi anni. Dopo i riscontri positivi dell’ep Dark Days la band ha alzato il tiro con The Overload, tracciando una linea sonora ben definita. 

Dopotutto voce, chitarra, basso e batteria sono sinonimo di una formula che funziona alla perfezione se gli elementi base vengono amalgamati come si deve. Combinando infine il cantar-parlato ironico e intellettuale di James Smith si ha come miscela un progetto dall’identità solida che tanto è piaciuto a critica, pubblico e ad un certo Elton John (si consiglia di ascoltare la sua collaborazione in 100% Endurance)

Va fatta una premessa. Molti artisti adesso cambiano pelle velocemente, sperimentando nuovi sound “ballabili”, evolvendosi o semplicemente cercando di orientarsi il prima possibile verso un pubblico più vasto. Si potrebbero fare decine e decine di esempi, ma per sintesi citiamo i più recenti Nothing But Thieves e i Royal Blood che, per carità, spingono ancora sull’acceleratore. Si intravedono piccoli indizi anche nell’ultimo degli Idles. Detto questo, Where’s My Utopia? ripropone quanto già fatto ma porta gli Yard Act ad esplorare altri orizzonti, a riempire quel post-punk nudo e crudo con beat, campionamenti, sintetizzatori, orchestrazioni, voci modulate e jingle ironici.

Hear Yard Act perform highlights from 'The Overload' : World Cafe : NPR

Assorbite le lezioni di Talking Heads, Gangs of Four e The Fall (i primi che vengono in mente), emerge su tutti l’analogia con Damon Albarn e i suoi Gorillaz.  Ed eccoci arrivati al punto: quest’evoluzione è frutto anche della collaborazione con Remi Kababa Jr, membro dei Gorillaz qui in veste di produttore insieme agli stessi Yard Act. 

A confermare questo rinnovamento c’è anche una dichiarazione del leader: “This isn’t a minimalist guitar post punk album this time!”. La nuova “maschera”, chiamata così da Smith stesso, è motivo di autoironia e autoanalisi in We Make Hits, Dream JobWhen the Laughters Stops, gli episodi in cui la disco-music è più presente, con groove magnetici che contrastano il contenuto testuale. Già in questi momenti si capisce che la verve da poeta-monologhista è ancora molto forte, ma in questo disco è evidente una differenza: l’analisi critica dei disagi generazionali e della società inglese lascia spazio all’esistenzialismo e alle battaglie personali dell’artista. Questo cambio si nota in brani come Fizzy Fish, un hip hop rock dove il leader scava nel suo subconscio. 

Come anche nell’ intensa An Illusion, dove Smith sorprende con un cantato melodico dichiarando “I’m in love with an illusion. Where’s that utopia that I promised ya?”. Piccolo io e grande io sono in lotta continua, facendo risaltare le riflessioni come un audio racconto in cui cerca e dà risposte. Se con Petroleum ad esempio ha riscoperto la motivazione e la passione nel suonare dal vivo, con Grifter’s Grief e A Vineyard for the Nort parla di cambiamenti climatici e di come il fatto di prendere un aereo per andare in tour lo faccia interrogare sull’impatto che ha sull’ambiente. E poi ci sono le tappe della vita: l’infanzia e l’età adulta, il passato e il presente sigillati in Down By the Stream The undertow.

Dal passato al presente e verso il futuro, la chiave di volta di tutto l’album è Blackpool Illuminations. Qui il formato canzone viene messo da parte. Emerge l’esigenza di Smith di analizzare la sua esistenza, dall’infanzia fino alle esperienze più recenti. Infine la rivelazione finale: non ha più bisogno dell’utopia, perché vede il futuro nei passi di suo figlio e la felicità nel momento presente. Che sia o meno la sua consapevolezza definitiva sarà solo il tempo a dircelo.

Per concludere torniamo al titolo, quello che dà avvio a domande e risposte da cercare nel vasto vocabolario cucito su misura a suon di scratch, funk-dance, urban-trip hop e qualche rimando al precedente post-punk. 

E come si potrebbe rispondere a Smith che in The Overload aveva scritto “How to remain in dissonance”?Se per dissonanza si intende un pensiero che, tra un riflesso ironico e un interrogativo esistenziale, rimbalza tra umori e sensazioni con intelligenza e coraggio, allora si può considerare Where’s My Utopia? una prosecuzione coerente nonostante la spiazzante differenza di stile musicale

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